Il nuovo direttore generale dell’Agenzia fa il punto sugli obiettivi di mandato

La “rivoluzione culturale” di Maria Sargentini: come cambierà l’Arpat da qui al 2020

«L’ambiente non si tutela con norme troppo spesso incomprensibili, di difficile e dubbia applicabilità»

[30 ottobre 2015]

Maria Sargentini

Maria Sargentini si è insediata come direttore generale di Arpat il 1° agosto 2015. Due mesi dopo, il vertice dell’Agenzia è stato completato con la nomina da parte sua – come prevede la legge – di Paola Querci, come direttore amministrativo, e Marcello Mossa Verre come direttore tecnico. A poco più di un mese dal completamento dell’organigramma che guiderà Arpat fino alla sua scadenza naturale nella primavera del 2020, abbiamo posto alcune domande a Maria Sargentini per delineare quelli che saranno gli obiettivi del suo mandato.

In estate l’annuncio della nomina a direttore generale dell’Arpa Toscana. Quali sono i suoi primi passi in questo nuovo incarico?

«Ho dedicato, necessariamente direi, questo primo periodo ad osservare e ad ascoltare. Ho cercato di capire come l’Agenzia si colloca nel contesto regionale e ho cercato di leggere la struttura e le sue modalità operative in termini di efficacia e efficienza rispetto alle finalità da perseguire».

Lei ha ricoperto importanti responsabilità in Regione ed in alcune di esse ha avuto modo di conoscere l’Agenzia, quali considera le sue potenzialità più importanti da sviluppare?

«Ho potuto constatare di persona che l’Agenzia ha un non comune patrimonio umano di esperienze e di professionalità, e possiede un altrettanto grande patrimonio di conoscenze sull’ambiente della nostra regione. Questo mix di risorse umane e informative, costituiscono un potenziale notevole che va consolidato e sviluppato, ma anche impegnato a compiere un salto di qualità. Intendiamoci bene, non vorrei che queste mie parole fossero fraintese. Credo che in questi anni Arpat abbia lavorato bene, proprio per questo si deve puntare a conseguire risultati ancora più sfidanti, e questo è quello che chiedo all’Agenzia».

La Toscana è considerata una Regione modello per quanto riguarda la gestione del patrimonio ambientale e per la qualità della vita dei suoi abitanti. Quali ritiene che siano gli aspetti su cui sarebbe tuttavia necessario intervenire?

«Il valore del sistema toscano è dato dalla capacità di conciliare dinamiche naturali e attività antropiche. Su questa strada occorre continuare a lavorare con determinazione. La gestione del patrimonio ambientale è elemento funzionale alla qualità della vita, perché direttamente connessa alla qualità di risorse quali aria, acqua e suolo ed alla loro disponibilità nel tempo e nello spazio. Arpat deve prima di tutto proporsi come soggetto attivo rispetto agli obiettivi strategici a livello regionale. Deve, cioè, mettere a disposizione del sistema toscano il patrimonio conoscitivo che ha, traducendolo in proposte per la prevenzione ed il superamento delle criticità rispetto a temi ed ambiti territoriali definiti. Credo sia maturo il tempo per restituire analisi territoriali complesse che, superando le settorialità delle singole competenze tecnico scientifiche, le portino a sintesi, contestualizzando lo stato ambientale e, quindi, indicando misure e condizioni praticabili per una gestione sostenibile delle risorse».

Quali sono allora i principali obiettivi “sfidanti” che si prefigge di raggiungere durante il suo mandato di direttore generale di Arpa?

«In primo luogo acquisire la consapevolezza che l’Agenzia non è un “corpo separato”, ma che è una componente importante del sistema regionale, con un proprio ruolo, che deve assolvere con il massimo impegno. Il ruolo di Arpat è quello di operare, attraverso l’adempimento dei suoi compiti istituzionali – controllo, monitoraggio, supporto tecnico-scientifico, informazione ambientale – per salvaguardare al meglio l’ambiente della Toscana e favorire la sostenibilità dei diversi usi e delle trasformazioni, sia in termini puntuali che di sostenibilità territoriale complessiva. Sottolineo questo concetto, che non vuole essere un richiamo di maniera ad uno slogan troppo utilizzato, ma un impegno di lavoro sostanziale. Si tratta cioè di operare per garantire la tutela, ovvero il recupero di qualità ambientale. Questo implica la capacità di concorrere, al di là dei controlli e dei monitoraggi, ma certamente a partire da questi, alla determinazione di misure e strumenti operativi che consentano al sistema (istituzioni, imprese e società civile) di operare efficacemente rispetto alle criticità ambientali in essere o potenziali, con procedure il più possibile semplici e certe.

La sostenibilità, per me, ha a che fare prima di tutto con la capacità di tutelare le risorse, conciliando le ragioni dell’ambiente con quelle del territorio, ed in questa logica l’Agenzia deve operare quotidianamente. L’Agenzia deve porre al centro dei suoi obiettivi una forte capacità propositiva nei confronti di istituzioni, imprese e società civile. In altre parole voglio che Arpat sia un soggetto terzo, ma che lavora al servizio della comunità, per favorire processi territoriali di gestione e sviluppo ambientalmente compatibili. Questo in concreto può significare, ad esempio, impegnare maggiori energie nel definire linee guida, direttive, proposte di normative. Aiutare cioè a definire regole e percorsi da seguire piuttosto che indicarle caso per caso».

Come pensa di affermare uno dei caratteri fondanti di Arpat, la terzietà?

«Terzietà significa non stare dalla parte di qualcuno, e noi – come ho cercato di argomentare – stiamo solamente dalla parte della comunità toscana e della sua sostenibilità territoriale. Terzietà non vuol dire che si è estranei rispetto al sistema in cui si vive, ma che in esso si opera nell’interesse generale della comunità. Terzietà significa, non solo misurare la qualità dell’ambiente, ma mettere a disposizione di tutti i risultati del nostro lavoro, con una trasparenza assoluta. Questo non basta, anche qui la trasparenza dei dati e delle conoscenze ambientali deve diventare capacità proattiva di informare tutte le componenti della società toscana di qual è la situazione dell’ambiente, di quali sono i problemi, ma anche aiutando ad individuare i percorsi che debbono essere intrapresi per poter migliorare.

In altre parole, non basta, ad esempio misurare ogni giorno la qualità dell’aria delle nostre città; il nostro compito non finisce li, la comunità si aspetta da noi un contributo su quali azioni intraprendere per poter respirare un’aria più pulita e salubre. Faccio un altro esempio, perché parlando dei casi concreti si capiscono meglio le idee. Penso alla vicenda della Laguna di Orbetello, che questa estate è stata interessata da un problema ambientale con notevoli risvolti economici. Il nostro contributo è un contributo di qualità, se parte dalla valutazione dello stato della Laguna, che è un bene ambientale, per arrivare a definire un piano di gestione che concili il valore di questo bene, tenendo anche conto delle ragioni del sistema produttivo ad esso connesso».

Da questo punto di vista, la riforma delle agenzie ambientali prevede l’istituzione del sistema nazionale delle agenzie ambientali, ma finora quanto hanno fatto “sistema” le Arpa?

«Non ho ancora un’esperienza diretta in questo campo, ma sicuramente sono d’accordo sul fatto che le agenzie ambientali debbano fare sistema e svolgere un ruolo nazionale. Di certo ritengo che debbano lavorare per spingere chi a livello nazionale produce le norme ambientali per cambiare registro. Le norme ambientali sono troppo spesso incomprensibili, di difficile e dubbia applicabilità, soggette a mille interpretazioni diverse, tanto da diventare campo privilegiato del lavoro degli avvocati e dei tribunali.

L’ambiente non si tutela con norme di questo tipo, ed aggiungo, è anche grazie a norme di questo tipo che si agevola il malaffare e lo sviluppo di attività criminose che sull’ambiente fioriscono».

L’informazione ambientale dovrebbe essere uno dei tratti distintivi dell’attività di un’Arpa, come pensa di operare in tal senso?

«La considero un compito fondamentale per l’Agenzia. In questi anni la comunicazione di Arpat è stata sviluppata molto, penso che nei prossimi lo debba essere ancora di più. Nella logica proattiva che ho cercato di descrivere sin qui. I nostri interlocutori sono tutte le componenti della società toscana, a loro ci rivolgiamo ed a loro dobbiamo assicurare la nostra comunicazione di servizio, con la quale condividere, dati, notizie, informazioni, proposte, progetti, idee».

Dalle sue parole traspare un progetto di “rivoluzione culturale” dell’Agenzia, con quale organizzazione potrà mettere le gambe a questo progetto?

«Il previsto esodo di un consistente numero di dirigenti nei prossimi mesi rende comunque indispensabile una revisione della struttura dell’Agenzia. Questa rivisitazione dovrà tenere conto delle esperienze passate, nelle quali le risorse disponibili erano molto distribuite sul territorio, ma incontravano difficoltà a misurarsi ed a fare sintesi rispetto ai sistemi territoriali complessi. Dovremo al contempo mantenere una indispensabile presenza diffusa sul territorio, ma anche sviluppare la capacità di affrontare i problemi valorizzando le risorse specialistiche presenti in Agenzia. Punteremo con decisione verso metodi nuovi di lavoro che siano fondati su: flessibilità e trasversalità. Dovrà diventare fatto quotidiano il lavoro in comune di soggetti diversi, sia che si tratti di competenze professionali (chimici, biologici, fisici, ecc.), che di ruoli contrattuali, che di attività (controllo, monitoraggio, supporto, ecc.).

Punti di vista diversi, che lavorano insieme per affrontare un problema, costituiscono una ricchezza che dobbiamo in tutti i modi imparare a sviluppare e far diventare un modo ordinario di operare, per dare risposte adeguate ai problemi complessi. L’organizzazione che intendo realizzare dovrà essere anche capace di adattarsi in termini di selezione delle priorità e di modalità operative al divenire del contesto in cui opera. Per questo le strutture interne non dovranno costituire un elemento di rigidità e di compartimentazione di Arpat, al contrario dovranno garantire l’organizzazione e l’utilizzo delle professionalità interne in modo flessibile e trasversale, al servizio di tutta l’Agenzia e non di sue parti.

Allo stesso modo l’Agenzia propositiva che ho cercato di descrivere dovrà attrezzarsi per dialogare con tutti, proponendosi come un soggetto che ha un’idea di sostenibilità territoriale complessiva e che lavora concretamente per realizzarla, orientata a risolvere i problemi ed a conseguire risultati nell’interesse della comunità».

di Arpat