Finanza e impresa verde o vanno a braccetto, o rimangono al palo

La tua impresa non è sostenibile? Allora niente credito

Il ministro Saccomanni riunisce il gotha finanziario italiano per affrontare il nodo del credit crunch

[9 luglio 2013]

È pari a 800 miliardi di euro il credito potenziale per le imprese italiane che sonnecchia inutilizzato nelle larghe tasche di compagnie assicurative (per buona parte, con 500 miliardi di euro), fondazioni bancarie, fondi pensione. Ottocento miliardi di euro, in epoca di credit crunch, rappresentano un boccone molto ghiotto per le imprese che non riescono ad accedere al consueto cordone di finanziamento rappresentato dalle banche, che stringono i cordoni della borsa, annaspando nell’incertezza di investire.

Per questo il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, secondo le indiscrezioni raccolte da la Repubblica, chiama a raccolta il gotha della finanza italiana – una ventina di soggetti – per cercare di rendere organico, e soprattutto operativo, il ritorno del flusso di credito alle aziende italiane, che nel frattempo continuano a morire come mosche.

Dall’inizio dell’anno in Italia sono chiuse infatti 4.218 imprese, il 13% in più rispetto al 2012 (quando già si contarono 34 chiusure al giorno): si tratta del saldo tra le saracinesche abbassate e quelle aperte, mentre se considerassimo solo le prime – secondo i dati Cerved, gruppo specializzato nell’analisi delle imprese – i numeri schizzerebbero addirittura a quota 31mila.

Il solo settore delle costruzioni, dall’inizio della crisi, ha perso la bellezza di 446mila posti di lavoro (che arrivano a 690mila, considerando l’indotto). Nel mirino delle imprese che ieri hanno sommerso Piazza Affari con una distesa di caschetti gialli c’è il «vortice burocratico» nel quale si trovano costrette a navigare, ma anche quella stretta creditizia che toglie loro ossigeno per lavorare.

Il caso dell’edilizia, che perde drammaticamente posti di lavoro ma al contempo si è reso protagonista in questi anni di una cementificazione diffusa, è emblematico per sottolineare l’importanza di quella trasformazione di tipo sistemico che sembra necessario portare avanti per il Paese.

Imbastire una politica industriale per l’edilizia che sostituisca il totem del cemento e dell’utilizzo di suolo vergine basati sulla rendita alle ristrutturazioni di qualità, privilegiando l’alta intensità di lavoro del recupero di immobili e i criteri di efficienza nell’utilizzo della materia e dell’energia necessarie al metabolismo economico del comparto, potrebbe al contempo rivitalizzare il settore e fare un favore al territorio italiano. Favore che a sua volta si ripercuote sulla quotidianità di noi cittadini – che sopra tale suolo viviamo – limitando il degrado da 12-15 miliardi di euro l’anno portato dal dissesto idrogeologico.

La finanza, in questo complesso processo, rappresenta un timone fondamentale. Senza la linfa del credito, le iniziative economiche – come ben si vede dalla Spoon River dell’imprenditoria italiana – non nascono, o muoiono. Dunque, incentivare l’accesso al credito condizionandolo alle garanzie offerte (e basate su una struttura normativa e burocratica finalmente più snella possibile) dall’imprenditore sotto il profilo non solo economico, ma al contempo sociale e ambientale, potrebbe rivelarsi una mossa politica fondamentale: la selezione naturale delle imprese sostenibili è un’arte che ha bisogno di una spintarella per cominciare ad operare con efficacia, e soprattutto ha bisogno che le regole ambientali, chiare, certe e inviolabili, non siano vissute come impedimento burocratico, altrimenti ogni “virtuosismo” imprenditoriale salta e si ritorna all’economia in nero delle deregulation che ha soffocato l’innovazione italiana.