La ricerca sul campo di Barbara Chesi, MSc all’University College London

La Valsusa dietro Erri De Luca: il caso No Tav e la democrazia degli oggetti

Due decenni di protesta avrebbero potuto avere un esito diverso con una migliore comunicazione ambientale?

[20 ottobre 2015]

no tav valsusa

«Il fatto non sussiste»: ieri a Torino lo scrittore Erri De Luca ha visto sfumare così il processo che lo vedeva accusato di istigazione a delinquere per aver difeso le operazioni di sabotaggio condotti dai No Tav in Valsusa, dirette in particolare verso il cantiere dell’Alta velocità di Chiomonte. Una sentenza che fortunatamente chiude a ogni volontà di censura, ma che al contempo riporta in primo piano difficoltà e paradossi di un un’opera oggetto di contestazioni ormai da decenni, tanto da diventare oggetto di studio. Ne è un esempio l’originale lavoro che Barbara Chesi, MSc in Environment, Science and Society alla prestigiosa Ucl, l’University College London, ha recentemente concluso attraverso un’analisi etnografica sul campo: settimane trascorse insieme agli attivisti e confronti con le istituzioni, per indagare oltre gli stereotipi.  L’abbiamo intervistata.

La sua analisi etnografica prende corpo nella Valsusa, dove analizza il conflitto ventennale dei No Tav nell’ottica di una «democrazia orientata agli oggetti»: che cosa intende?

«Il sociologo francese Bruno Latour parla, provocatoriamente, di ‘object-oriented democracy’ come possibile sostituzione dell’attuale modello democratico. Nell’osservare come alleanze, conflitti e dibattiti pubblici si svolgono sempre più attorno a ‘oggetti’, come può essere il caso Tav, il sociologo parla di ‘oggetti politici’, cioè capaci di muovere fortemente gli animi delle persone e se ne domanda il perché. Se questi hanno davvero la capacità di creare dibattito attorno a loro, perché non ripensare i modelli democratici attuali in cui questi oggetti non sono altro che materie per esperti, rigorosamente fuori dalla portata del cittadino medio troppo ignorante per poter avere voce in capitolo? Secondo questo approccio, ci si propone di guardare a questi oggetti non più come ‘dati di fatto’ ma come ‘oggetti in questione’, cioè come oggetti capaci di generare apprensioni e conflitti attorno alla loro esistenza. Una democrazia orientata agli oggetti promuove il dibattito pubblico e ci porta a chiedere quale sia il significato di questi ‘oggetti’ attraverso gli occhi di chi è direttamente coinvolto».

L’esperienza No Tav è quella di una politicizzazione delle questioni ambientali. Da pratiche democratiche è però necessario emergano decisioni operative: come possono i soli 90mila abitanti della Valsusa decidere per un’opera inserita in un contesto europeo?

«Essendo un’opera che tocca diversi livelli territoriali (locale, nazionale ed europeo) le decisioni in merito dovrebbero essere prese valutando tutti e tre livelli, e questo significa anche riconoscere il diritto degli abitanti della Valsusa di discutere l’opera ed esprimere le proprie preoccupazioni (che non significa lasciar decidere a loro). In questi casi però invocare il principio di maggioranza non è adeguato: i costi e i benefici di un’opera del genere non sono distribuiti in maniera uniforme tra i vari livelli territoriali, e spesso a livello locale gli impatti negativi superano i benefici. Risolvere con una somma che appiattisce queste differenze non può far altro che scatenare nuovi conflitti. Per promuovere pratiche democratiche sono necessari modelli di partecipazione e dialogo che permettano l’interazione tra questi livelli. L’Osservatorio istituito nel 2006 ha questa funzione: facilitare il dialogo con la popolazione della Valsusa. Purtroppo però credo che sia arrivato troppo tardi».

Il no alla ferrovia ad alta velocità Torino-Lione parte con valutazioni scientifiche e merceologiche fondate, volte alla realizzazione di un vero sistema di trasporto intermodale ferroviario – stradale: i No Tav non pongono un muro al progetto, ma chiedono gradualità. Poi la svolta verso una protesta a tutto tondo contro l’attuale modello di sviluppo, tanto che «è impossibile – osserva nella sua ricerca – trovare un’idea comune e ben definita di ciò che i No Tav prevedono per il futuro della valle». Questo come influisce sulla concretezza della loro protesta?

«Una delle caratteristiche del movimento No Tav è indubbiamente la sua eterogeneità, infatti attivisti e simpatizzanti posso appartenere a tradizioni politiche anche molto distanti tra loro, se non addirittura opposte. Ciononostante, il senso d’identità che è maturato negli anni in Valsusa è fortissimo e ha portato ad una maggiore consapevolezza del territorio da parte dei suoi abitanti. Dunque direi che paradossalmente prima è nata la protesta, poi è cresciuta la consapevolezza, non il contrario. Oggi stanno nascendo iniziative locali che promuovono, ad esempio, l’agricoltura sostenibile o la bio-edilizia; progetti nati spontaneamente che possono essere molto positivi, ma devono essere pensati all’interno di piani integrati che riguardano tutto il territorio e di questo ancora non c’è traccia».

Un altro punto controverso della protesta No Tav sembra emergere da alcuni allarmi ambientali, come quello inerente la presenza di amianto nell’area del tunnel ferroviario. Un ‘oggetto’ che appare illogico demonizzare in quanto tale, soprattutto quando, per l’attiguo tunnel autostradale, la protesta No Tav nel suo complesso non trova motivi di esprimersi. Come valuta quest’apparente paradosso?

«L’allarmismo che è dilagato in Valsusa sui temi legati ai rischi per la salute dovuti all’amianto può essere interpretato, a mio avviso, come la rappresentazione delle paure, dei timori e della rabbia della popolazione verso un’opera percepita così impattante sul territorio. Sotto questo punto di vista, non è l’amianto in sé il pericolo, ma quello che significa se associato all’opera tanto temuta. Inoltre il tema salute è stato, almeno col senno di poi, un elemento importante per spingere le istituzioni a prendere più sul serio le richieste delle amministrazioni locali, che sul piano politico erano state escluse da ogni consultazione. Dunque un modo per costringere le istituzioni a dare importanza a quello che gli abitanti della valle chiedevano: di essere ascoltati. Per quanto riguarda l’assenza di protesta da parte del movimento No Tav contro la costruzione della seconda canna dell’autostrada, si può dire che dimostra la mancanza di coerenza di un movimento che, come già detto, è per natura estremamente eterogeneo. L’amianto acquisisce significati diversi a seconda delle circostanze, si può dire che abbia una valenza simbolica. Non che l’amianto sia immaginario, la sua presenza è documentata in Valsusa, ma per capirne il significato bisogna andare oltre il ‘dato di fatto’, e chiedersi quale sia ‘l’oggetto in questione’».

Nonostante le contraddizioni, dalla sua analisi sul campo emergono con forza la passione civile e l’importanza della comunicazione scientifica mostrate dal movimento No Tav: pensa che 20 anni di protesta avrebbero potuto avere un altro corso se anche la controparte istituzionale avesse dato peso e tempestività alla comunicazione sul territorio? 

«Sicuramente. C’è stato un atteggiamento di chiusura da parte dei promotori dell’opera: non hanno sentito il bisogno di dialogare con il territorio, considerando illegittima la richiesta degli amministratori locali di essere ascoltati. Oggi sappiamo che modelli partecipativi e il dialogo possono notevolmente attenuare conflitti di questo genere, o se non altro possono rendere più democratici i modelli decisionali. Procedure di questo tipo possono avere più successo anche perché spesso nei protestanti c’è una mancanza di fiducia nelle istituzioni o negli enti addetti al controllo che possono rendere inutili tentativi di comunicazione scientifica, ad esempio sui rischi o l’utilità dell’opera (tanto non ci credono, perché ‘sono tutti corrotti’ o ‘sono politici’, etc). Per questo si dovrebbe iniziare a discutere più seriamente su come possono essere disegnati modelli di consultazione efficaci, discutendo problemi quali chi ha diritto di partecipare, su quali argomenti si può discutere e con quali tempistiche. Se non vogliamo altri casi Tav dobbiamo porci queste domande».