L’agricoltura biologica e biodinamica si impara all’Università degli Studi di Urbino

La prima edizione del corso è stata strutturata in tre moduli didattici, di circa 30 ore ciascuno, seguiti da un breve stage o da un project work

[30 giugno 2017]

Il bio va all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo con “Percorsi di sviluppo dell’agricoltura biologica e biodinamica” (dipartimento di Economia, Società, Politica): un corso di formazione permanente pensato come luogo di confronto, di trasmissione delle conoscenze e di buone pratiche nei vari contesti territoriali e settoriali.

Si tratta di un progetto che trova le sue radici nei Comuni di Isola del Piano e di Urbino, culla del biologico italiano: una pratica agricola, ma soprattutto uno stile di vita, una scelta di consumo sostenibile, che si impegna a tutelare le risorse naturali e la biodiversità.

Tra i partner del corso: Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti), la Tenuta di Montebello, la Fondazione Girolomoni, il Consorzio marche biologiche e l’Alleanza delle cooperative italiane.

Con il corso si intende rafforzare il sistema della conoscenza e della formazione sul biologico, elemento indispensabile per potenziare l’offerta nazionale. Nonostante nell’ultimo anno sia stata riscontrata una forte crescita delle vendite, ciò non è stato sufficiente per scoraggiare le importazioni da Paesi terzi. Da ciò emergono diversi problemi, come le minori garanzie di qualità dei prodotti o l’aumento della concorrenza da parte delle imprese estere.

Inoltre, lo sviluppo del bio stenta a decollare anche a causa delle difficoltà incontrate dagli agricoltori nel reperimento dei mezzi tecnici (come sementi e mangimi bio) e nella commercializzazione dei prodotti finali, in seguito alla presenza di ostacoli per la realizzazione di canali corti, carenze logistiche e forte disparità di potere contrattuale rispetto al segmento della distribuzione.

Altro handicap di questo settore è la mancanza di accesso all’insieme delle conoscenze, indispensabili sia per attivare un processo di conversione aziendale, sia per gestirne la complessità.

Per tale motivo è necessario far nascere un sistema (articolato in attività di ricerca, formazione, assistenza tecnica, comunicazione) a supporto delle aziende, costruito con la loro diretta partecipazione.

L’Italia, su questo fronte, versa in condizioni sicuramente peggiori rispetto a quelle degli altri Paesi europei, a causa della limitatezza delle risorse stanziate e della ridotta presenza di strutture territoriali “indipendenti”, operanti nei diversi ambiti.

Anche il confronto sistematico tra comparti/segmenti della filiera bio ed enti di ricerca è assente e dunque non si crea un incontro tra domanda e offerta di innovazioni.

Il Corso vuole seguire un modello alternativo rispetto a quello mainstream, con l’impegno di coniugare la produzione di alimenti, mantenendo la fertilità del suolo, delle risorse naturali e della diversità genetica, puntando a contenere l’uso di input esterni, privilegiare l’apporto di sostanza organica, per ottimizzare e stabilizzare le rese, rispettare il lavoro e la salute. Una scelta che sembra risultare decisamente adatta alle aziende di piccole-medie dimensioni. Per una proposta di questo tipo risulta necessaria una “strategia formativa” che miri a ridurre il rischio di “convenzionalizzazione del biologico”.

La prima edizione del corso è stata strutturata in tre moduli didattici, di circa 30 ore ciascuno, seguiti da un breve stage o da un project work (a scelta dello studente). Il primo modulo ha voluto fornire una panoramica conoscitiva della “storia” dell’agricoltura biologica e biodinamica e degli elementi che caratterizzano questi particolari metodi produttivi; inoltre un focus rivolto al processo di conversione aziendale, sottolineando le diverse problematiche che le imprese devono affrontare sul piano tecnico-agronomico e su quello burocratico-amministrativo.

Nel secondo modulo si è passati ad analizzare i molteplici impatti legati all’adozione di tecniche a basso impatto ambientale, proprie dell’agro-ecologia, con l’obiettivo di ampliare la consapevolezza degli studenti riguardo ai molteplici effetti positivi derivanti dall’adozione di questo particolare modello produttivo, soprattutto a livello sociale (in termini di salvaguardia della salute di agricoltori e consumatori) e agro-ambientale (in termini di contrasto/adattamento ai cambiamenti climatici, riduzione dell’inquinamento, mantenimento della fertilità dei suoli, tutela della biodiversità). Ulteriore focus è stato realizzato sulle interazioni tra agricoltura biologica, agricoltura sociale e fair trade.

Infine, con il terzo modulo sono stati introdotti alcuni degli elementi caratterizzanti lo scenario economico e istituzionale. Ha seguito un approfondimento sulla questione della sostenibilità economica dell’agricoltura biologica a livello aziendale, concludendo poi con le politiche per il biologico a livello internazionale e nazionale. Inoltre, sono stati analizzati gli strumenti per la promozione e la valorizzazione dei prodotti agroalimentari biologici, con particolare attenzione alle questioni relative alla certificazione.

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di Cospe per greenreport.it