L’Aquila e i Grandi Rischi della comunicazione scientifica: ecco come tutto è iniziato

[11 novembre 2014]

A ormai 5 anni dal tragico terremoto che sbranò l’Abruzzo, dalla Corte d’Appello de L’Aquila è arrivata l’assoluzione (in quanto “il fatto non sussiste”) per tutti i componenti della commissione Grandi Rischi, tranne uno: assoluzione piena per l’ex presidente della Commissione Franco Barberi, l’ex presidente dell’Ingv Enzo Boschi, il direttore del centro nazionale terremoti Giulio Selvaggi, il professore di fisica dell’Università di Genova Claudio Eva, il direttore di Eucentre Michele Calci e il direttore del servizio sismico del Dipartimento della Protezione Mauro Dolce. All’ex vice capo del Dipartimento della Protezione Civile Bernardo De Bernardinis la condanna è invece stata ridotta da 6 a 2 anni. Finisce così un percorso giudiziario che ha segnato il mondo scientifico internazionale. È importante non dimenticare cosa ha significato, in modo da trarne la giusta lezione per il futuro; per questo ripubblichiamo oggi l’articolo che Pietro Greco scrisse sulle nostre pagine nel settembre 2011 quando tutto iniziò. 

La rivista Nature le ha appena dedicato un nuovo editoriale, piuttosto perplesso, nei giorni scorsi. Ma la notizia continua a rimbalzare sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Sta iniziando in questi giorni il processo alla Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile accusata dalla Procura della Repubblica dell’Aquila accusa di omicidio colposo per il “mancato allarme” nei giorni precedenti il forte terremoto nella città abruzzese nella primavera del 2009. Sotto accusa ci sono tra gli altri: Franco Barberi, geofisico di grande esperienza e presidente vicario della Commissione; Enzo Boschi, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV); Bernardo De Bernardinis, vice direttore della Protezione Civile; Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico della Protezione Civile; Giulio Selvaggi, direttore del Centro Nazionale Terremoti.

Sono tutti accusati non di cattiva scienza, ma di cattiva comunicazione della scienza. Lo svolgimento del processo non si limiterà a essere ripreso da tutti i giornali italiani e, come Nature, da molti giornali stranieri. Ma è destinata, probabilmente, a diventare un autentico case study per gli esperti che si occupano di comunicazione della scienza.

È la prima volta, infatti, che la comunicazione del rischio ambientale assume un rilievo penale. Il che dimostra che non solo assolve a una funzione centrale nel complesso processo della protezione civile da calamità naturali e non. Ma che questa funzione le viene esplicitamente riconosciuta. E non solo nella cerchia tutto sommato ristretta di coloro che, per professione, si occupano della prevenzione e della gestione delle emergenze ambientali, ma dalla società nel suo complesso.

Che l’accusa mossa dalla Procura e giudicata non infondata dal GUP sia di grave e colpevole imperizia tecnica ma di cattiva comunicazione del rischio lo dimostra il fatto che nel suo rinvio a giudizio il GUP non fa riferimento tanto alla riunione che la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile ha tenuto a l’Aquila il 31 marzo 2009, una settimana prima della scossa da 6.2 di magnitudo Richter che ha provocato 309 morti, quanto alla successiva conferenza stampa tenuta dal Vice Capo della Protezione Civile, Bernardo De Bernardinis, insieme al Presidente Vicario della Commissione Grandi Rischi, il geofisico Franco Barberi.

Il giudice considera di rilievo penale in particolare il rassicurante messaggio lanciato in conferenza stampa da De Bernardinis: «Gli scienziati continuano a dirmi che non c’è un pericolo, anzi la situazione è favorevole perché c’è un rilascio continuo di energia».

I parenti di 32 vittime (su 309) sostengono che queste parole non hanno fondamento scientifico. E che la cattiva comunicazione del rischio, minimo ma reale, avrebbe indotto i loro cari, che stavano per lasciare l’Aquila in via precauzionale, a ritornare sulle loro decisioni e a restare in città. Secondo l’accusa, dunque, i membri della Commissione Grandi Rischi potrebbero essere responsabili di omicidio colposo perché il 6 aprile quelle 32 persone che stavano per lasciare L’Aquila sono morte per aver dato creduto a un messaggio non corretto dal punto di vista scientifico.

Non è certo nostra intenzione entrare nel merito giuridico di questa accusa. Se e quanto essa sia fondata. Se ne debba rispondere il solo De Bernardinis o tutti i membri della Commissione, anche coloro che hanno pubblicamente assunto posizione diverse. È compito del tribunale, dove nel settembre 2011 è iniziato il dibattimento, stabilire se e da chi sono stati commessi reati.

La prevenzione del rischio, sismico e più in generale ambientale, è tuttavia questione di interesse generale. Cosicché è di interesse generale chiedersi come sia possibile che alcune tra le più alte autorità scientifiche italiane in materia di geofisica e le più alte autorità per la  prevenzione degli effetti dei terremoti siano chiamate a rispondere non di aver prodotto dati sbagliati o aver preso decisioni errate, ma di aver lanciato un messaggio giudicato infondato. Che sia messa alla sbarra, appunto, la loro comunicazione del rischio sismico.

Un aspetto inatteso nello svolgimento della loro professione perché, come rileva su Nature Willy Aspinall, Cabot professor in natural hazards and risk science presso la Bristol University, che la comunità dei geofisici non conosce regole, né internazionali né nazionali, in proposito. I sismologi, sostiene Aspinall, si sentono lasciati soli di fronte a un tema che ha un interesse e una valenza ce va oltre le loro specifiche competenze. E, ci scusiamo per il gioco di parole, di fronte al rischio della comunicazione del rischio saranno tentati di tirarsene fuori. Di non assumersi in futuro responsabilità in un campo così incerto.

Ma in realtà l’interesse è generale. Riguarda noi tutti. Non fosse altro perché cittadini esposti al rischio sismico (e alla comunicazione del rischio sismico). Cosicché, senza entrare nel merito legale della questione, è necessario riflettere su tre questioni che ci interessano sia come operatori della comunicazione sia come cittadini.

Cosa significa valutare il rischio sismico? Come deve essere comunicata al grande pubblico questa valutazione? C’è qualcosa da correggere nella comunicazione del rischio del nostro sistema di protezione civile?

Alla prima domanda – allo stato attuale delle conoscenze scientifiche – è relativamente semplice dare una risposta. La nostra capacità di valutare il rischio sismico è di natura essenzialmente statistica. Sappiamo, per esempio, che l’Italia è quasi tutta a rischio. Sappiamo anche quali sono le aree dove è più elevato il rischio (e L’Aquila è certamente un’area a rischio) che si verifichi un forte terremoto. Sappiamo quale sarà, più o meno, l’intensità massima del sisma: possiamo per esempio escludere, con sufficiente confidenza, che in una qualche zona d’Italia si verifichi un terremoto di magnitudo analoga a quella del sisma che l’11 marzo 2011 ha colpito il Giappone (magnitudo 9,1). Perché sappiamo che terremoti di questa potenza si verificano con relativa frequenza soprattutto nell’area del Pacifico, ma non sono mai stati registrati in Italia (la massima potenza sismica registrata nel nostro paese è stata quella del terremoto di Messina e Reggio Calabria, il 28 dicembre 1908, di magnitudo 7,24. Probabilmente in Val di Noto (Sicilia orientale), nel 1638, se n’è verificato uno di magnitudo 7,41. Nessun terremoto documentato ha mai superato, in Italia, magnitudo 7,5. Possiamo dunque affermare che è altamente probabile, praticamente certo, che in Italia non ci sarà nel prossimo futuro un terremoto di potenza analoga a quella del Giappone

Tuttavia possiamo affermare, con la stessa alta confidenza, che un terremoto di potenza compresa tra 7,0 e 7,5 in futuro colpirà l’Italia. I nostri geofisici possono dirci con relativa esattezza dove avverrà: hanno infatti approntato delle mappe, indicando appunto le aree più a rischio. In breve: sappiamo dove potrebbe verificarsi, ma non quando né con che forza. Abbiamo, appunto, una capacità di previsione statistica, ma non deterministica dei terremoti. In Italia, come nel resto del mondo.

C’è però il problema dei segni premonitori, compresi quegli sciami sismici di cui tanto si parla nella questione dell’Aquila. Una lunga serie di scosse a intensità relativamente bassa preannuncia, a breve, un terremoto più forte? La domanda è scontata, dopo quanto è avvenuto nella città abruzzese. Ma la risposta è complessa. Perché, dicono gli esperti, una correlazione tra sciame sismico a piccola intensità e scossa più forte esiste. Ma, ancora una volta, è una correlazione statistica, non deterministica. Dipende dalla aree. E, soprattutto, non è biunivoca. Ci possono essere sciami sismici seguiti da forti terremoti; sciami sismici che non sono seguiti da scosse più forti; forti terremoti, infine, che non sono preceduti da sciami sismici.

La correlazione tra sciami e scosse più forti varia da zona a zona, da faglia a faglia. In alcune aree specifiche (come l’Irpinia, il Friuli o la Garfagnana), talvolta gli sciami annunciano, relativamente a breve, un sisma più forte. Ma anche in queste zone, in media, su cento sciami sismici solo 2 sono stati seguiti in passato da intensi terremoti. È presumibile, dunque, che anche in futuro in queste zone, su 100 sciami sismici, 98 si risolveranno senza conseguenze e due saranno seguiti a breve da un forte terremoto.

Il guaio è che non sappiamo quali sono quei due sciami e quando si presenteranno. A rigore, non sappiamo neppure se la statistica sarà perfettamente seguita. L’aspettativa indicata è solo uno scenario che ha un’alta probabilità di verificarsi.

Tutto ciò ci porta direttamente alla seconda domanda: come si deve comunicare, in concreto, questa complessa valutazione del rischio? Due le possibilità. Da un lato quella che in una zona a rischio si verifichi senza precursore alcuno un forte terremoto. Dall’altra la probabilità che in una zona a rischio uno sciame sismico annunci un forte terremoto. La migliore comunicazione ex ante, in entrambi i casi, riguarda la prevenzione: costruiamo edifici antisismici e assicuriamoci che le norme siano rispettate.

Altro da fare, nel primo scenario, non c’è.

Ma che fare nel secondo scenario, in una zona in cui lo sciame sismico può essere seguito da un forte terremoto? Far evacuare la zona a ogni sciame, sapendo che – come in Irpinia, in Friuli o in Garfagnana – nel 98 % dei casi si tratterà di un falso allarme, ma sapendo anche che il rischio che il forte terremoto si verifichi può essere fino a 200 volte superiore a quello dei “tempi normali”?

In nessun paese al mondo uno sciame sismico ha portato finora all’evacuazione automatica di una popolazione. In Italia è successo una sola volta e si è trattato di un “falso allarme”. Una possibilità tutt’altro che remota. Se imponessimo la regola dell’ordine di evacuazione della popolazione in un’area a rischio dopo uno sciame sismico, 98 volte su cento incorreremmo in un “falso allarme”. Si potrebbe dire il gioco non vale la candela. E tuttavia dobbiamo anche rilevare che, quando quello sciame si verifica, il rischio di una successiva forte scossa è 200 volte maggiore rispetto ai “tempi normali”.

Se l’evacuazione fosse automatica il costo di 98 (o anche di 88 o anche di 78) “falsi” ogni 100 “allarmi” sarebbe enorme. E non solo in termini economici. Ma anche e, forse, soprattutto di percezione pubblica del rischio. Ne abbiamo avuto una prova proprio lo scorso anno con la pandemia da H1N1: la minaccia, paventata dalla World Health Organization delle Nazioni Unite di Ginevra, ha determinato una mobilitazione generale (con tanto di campagne di vaccinazione), ma poi non si è concretizzata (non nelle forme più estreme, almeno). Ciò ha creato disincanto. E il disincanto ha avuto effetti sanitari concreti: non solo nella mancata vaccinazione contro il virus H1N1, ma anche nell’aumento dei rifiuti a vaccinarsi contro agenti di altre malattie. Come ci insegnava Esopo con le sue favole, se gridi “Al lupo! Al lupo!” e il lupo non si presenta – che il tuo allarme sia fondato o no – la gente non ti crede più.

Eccoci, dunque, alla terza domanda: che fare? Le cose da fare sono, probabilmente due. Una di merito, l’altra di metodo. La risposta, nel merito, è: credere fino in fondo nella “democrazia del rischio”. Ovvero chiamare coloro che hanno una posta in gioco (i sociologi li chiamano stakeholders) a compartecipare alla scelta. Dopo averli debitamente informati. Nel caso di uno sciame sismico, ciò significa comunicare la situazione dalla popolazione – c’è uno sciame, c’è dunque una modesta probabilità che si verifichi un terremoto  forte – e lasciare che siano loro, i cittadini informati e con una posta i gioco, a decidere il proprio comportamento: se restare a casa o dormire fuori; se andare via dalla città o restare.

Viviamo nella società della conoscenza. Il che significa che la gente è sempre più informata. Certo, talvolta l’informazione è buona, più spesso è cattiva. In ogni caso i cittadini sono in possesso di una mole enorme di informazione. Che tende ad utilizzare.

Viviamo, anche, nella società del rischio. Che, come sottolinea Ulrick Beck, non è una società in cui c’è più rischio, ma una società in cui c’è una percezione “enorme” del rischio. In questa società, la gente in possesso di un’informazione a sua volta “enorme” (corretta o, il più delle vote, scorretta), chiede di non essere esclusa dalla gestione del rischio. Ma di compartecipare alle scelte: insieme alle autorità scientifiche, tecniche e politiche,

Proprio per questo la comunicazione pubblica della scienza (e dell’incertezza associata alle previsioni scientifiche) è diventata elemento primario di democrazia. Da questo punto di vista molti, soprattutto in Italia, sono i ritardi da colmare.

La «democrazia del rischio» comporta a sua volta dei rischi, soprattutto in un paese come l’Italia particolarmente esposto ai venti della demagogia. Occorre pertanto costruire una complessa “cultura dell’incertezza”. Occorre riflettere sul ruolo che devono avere nella gestione dei rischi ambientali gli scienziati, i tecnici, i politici, gli stakeholders. Occorre elaborare le norme e le procedure per la gestione del rischio: sapendo che i pareri e le responsabilità non sono uguali. Ma sapendo anche che non c’è un’alternativa – né giusta, né efficiente – alla partecipazione democratica alle scelte. Anche alle scelte che hanno una spiccata natura tecnica e scientifica.

Fin qui l’opzione di merito. Ma c’è anche un’opzione di metodo. Dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980 l’Italia si è dotata di un sistema di Protezione Civile che (al netto delle degenerazioni, su cui è bene che, ancora una volta, si pronunci la magistratura) ha aiutato il paese a gestire molto meglio le emergenze ambientali. Purtroppo il nostro sistema di Protezione Civile non si è dotato di una struttura di professionale di comunicazione del rischio e di studio della comunicazione del rischio. L’incauta conferenza stampa del 31 marzo 2009 a L’Aquila dovrebbe aver reso evidente a tutti quanto grave possa rivelarsi questa lacuna.

Perché, a ben guardare, alla Commissione Grandi Rischi viene imputata, a torto o a ragione,  una mancanza di cultura democratica del rischio. Certo la creazione di una forte cultura del rischio va oltre i compiti specifici della Commissione Grandi Rischi. Ma non della Protezione Civile. Una struttura professionale di comunicazione ma, soprattutto, di studio della comunicazione del rischio della Protezione Civile avrebbe potuto consigliare alla Commissione, quel famoso 31 marzo, di andare in sala stampa e dire a chiare lettere: c’è il rischio, sia pure basso, che lo sciame sismico annunci una forte scossa. Noi non solo non sappiamo se la forte scossa si verificherà, ma neppure entro quando dovremo attenderla. Non possiamo dare una forbice temporale stretta. Sulla base di questi dati scegliete come meglio comportarvi.