Lavoro, se 30 ore vi sembran poche

[19 febbraio 2014]

La New Economics Foundation (Nef) è un noto think tank britannico che promuove la giustizia sociale, economica ed ambientale e il cui scopo è quello di «realizzare la Great Transition, per trasformare l’economia in modo che funzioni per le persone e il pianeta». Al Nef spiegano che «il Regno Unito e la maggior parte delle economie del mondo sono sempre più insostenibili, ingiuste e instabili. E questo non ci rende neppure più felici: molti dei paesi più ricchi del mondo non hanno un benessere più alto. Dai cambiamenti climatici alla crisi finanziaria è evidente che l’attuale sistema economico non è adatto allo scopo. Abbiamo bisogno di una grande transizione verso una nuova economia in grado di soddisfare le persone e il pianeta».

Nel 2013 il Nef ha pubblicato un libro, “Time on Our Side: Why We All Need a Shorter Working Week” che, partendo da tre semplici domande – «vi siete mai chiesti perché siete così occupati, dove va a finire il vostro tempo, o quanto vale?» – ha nuovamente innescato una grande discussione nei Paesi anglosassoni, rilanciata negli Usa anche da grandi associazioni ambientaliste come Sierra Club e da altri think tank come il  Worldwatch Institute. Secondo le due autrici, Anna Coote e Jane Franklin, «questo libro cambierà radicalmente la comprensione della natura e del valore del tempo». “Time on Our Side” al quale hanno collaborato esperti in scienze sociali, economiche e ambientali, spiega come andare verso orari di lavoro più corti e flessibili possa contribuire a risolvere problemi urgenti che assillano la nostra vita quotidiana, dallo stress alla  disoccupazione, dallo scarso benessere alle crescenti disuguaglianze, dall’inutile consumismo high-carbon alla mancanza di tempo per vivere in modo sostenibile.

Nel secolo scorso le  40 ore lavorative settimanali sono state la “scandalosa” conquista del movimento dei lavoratori, ma oggi con un’economia globalizzata che vacilla sotto la crisi del liberismo finanziario e con una popolazione mondiale che si avvia verso i 10 miliardi di esseri umani nel 2050, alcuni ricercatori stanno chiedendo un cambiamento che potrebbe essere considerato blasfemo: dicono che una settimana lavorativa di 20-30 ore a tempo pieno sia inevitabile. Se si vuole davvero un reale cambiamento di paradigma che salvi il lavoro e il pianeta, per il Nef e il Worldwatch Institute c’è solo una cosa da fare: «Ridurre il carico di lavoro individuale e distribuire le ore tra più persone potrebbe aumentare il benessere personale, temperare la distruzione climatica e promuovere un’economia mondiale stabile ed equa».

Coote e Franklin sottolineano come il loro libro «sostiene che, una settimana lavorativa più corta e flessibile sarebbe un bene per le persone, per l’ambiente e per l’economia. Perché? Perché spesso è molto stressante lavorare per lunghe ore e fa male alla salute. Per molti di noi, le nostre ore lavorative ci lasciano troppo poco tempo per fare i genitori, prestare cure ed essere cittadini attivi. C’è una forte evidenza, le persone che lavorano di più hanno una grande impronta ecologica. Così come per i benefici personali, tagliare la lunghezza della settimana lavorativa, aiuterebbe a salvaguardare le risorse naturali e a ridurre le emissioni di gas serra. Potrebbe anche aiutare a gestire un’economia sostenibile attraverso la creazione di più posti di lavoro e a ridurre la disoccupazione.

Erik Assadourian, senior fellow del Worldwatch, è categorico: «Non esiste una cosa come la crescita sostenibile, non in un paese come gli Stati Uniti. Dobbiamo far de-crescere la nostra economia, il che non è ovviamente una posizione popolare da prendere in una cultura che celebra la crescita in tutte le sue forme. Ma, come dice l’adagio, se tutti consumassero come gli americani, avremmo bisogno di 4 pianeti. Se avessimo un salario vivibile e potessimo lavorare 20 ore a  settimana, avremmo il tempo per scegliere le opzioni più sostenibili, che sono anche migliori per noi stessi. Forse dovremmo fare qualcosa di simile. Potremmo preparare la cena, invece di scartarla  e infilarla nel forno a microonde, o appendere il bucato ad asciugare, il che taglierebbe il consumo di energia elettrica e ci farebbe  trascorrere del tempo al sole».

La Coote, che è a capo delle politiche sociali del Nef, è convinta che dovremmo lavorare di meno e usare questo tempo in più per fare una vita più gioiosa: «Perché lavoriamo? Che cosa facciamo con i soldi che guadagniamo? – si chiede – Possiamo cominciare a pensarla diversamente su quello di cui abbiamo bisogno, per uscire dalla corsia di sorpasso e vivere la vita ad un ritmo più sostenibile, per fare le cose che sono migliori per il pianeta, migliori per noi stessi». Tempi di lavoro più corti potrebbero significare, ricorda, più tempo per attività psicologicamente gratificanti come il giardinaggio, la lettura o le gite in bicicletta.

Il problema è che la maggior parte di noi non può permettersi il lusso di scegliere di diventare minimalisti illuminati e che nei Paesi in via di sviluppo la de-crescita è un lusso occidentale per moltitudini che quotidianamente cercano di sopravvivere. Assadourian ammette che per fare questa rivoluzione del lavoro «probabilmente c’è bisogno almeno di un più alto salario minimo, di un’assistenza sanitaria che non dipenda da una settimana lavorativa di 40 ore e di una tassazione più progressiva sui redditi».

La  Coote  aggiunge: «Sappiamo che quando l’economia non cresce, si tende ad avere come  ricaduta una maggiore disoccupazione. Quindi bisogna distribuire maggiormente il lavoro, in  modo più uniforme».  Secondo “Time on Our Side” la transizione verso una settimana lavorativa di massimo 30 ore è possibile avviando i giovani al lavoro a un minor numero di ore, tagliando ogni anno un’ora a settimana dagli orari dei lavoratori più anziani. L’esatto contrario, ovvero, delle catastrofiche politiche del lavoro italiane. La Coote è sicura che di questo nuovo approccio potrebbero beneficiarne anche i datori di lavoro: «Avere più di un dipendente in grado di svolgere compiti “buffer” protegge un’organizzazione dai problemi dei dipendenti che si ammalano o lasciano il lavoro. Aumentare il  tempo personale rende inoltre i dipendenti più felici e produttivi. Il tempo è qualcosa che mantiene sempre il suo valore. Il denaro non lo fa».

Le due ricercatrici fanno l’esempio di Paesi come l’Olanda, la Danimarca e la Germania, dove  le ore medie di lavoro sono notevolmente più basse rispetto a quelle di Gran Bretagna, Usa e Italia. Eppure si tratta di economie più ricche della nostra. Per Coote e Franklin bisognerebbe prendere esempio da questi Paesi avanzati che sono usciti dall’errore di confondere produttività con lunghezza del lavoro. Secondo loro ci sono almeno tre strategie andare verso una settimana lavorativa più corta : 1) Incrementare la produttività con più tempo ogni anno, piuttosto che denaro. Questa funzionerà meglio per alcuni tipi di lavoro che per altri (come l’istruzione, i servizi sanitari e l’assistenza sociale), dove aumentare la produttività classicamente intesa spesso non è possibile, né auspicabile. 2) Seguire gli esempi del Belgio e dell’Olanda sancendo per legge il diritto di richiedere orari di lavoro più corti e il diritto a un equo trattamento indipendentemente dalle ore lavorate.
I dipendenti sarebbero in grado di applicarsi su orari brevi, entro i parametri concordati, mentre i datori di lavoro sarebbero obbligati a rifiutare irragionevolmente questo permesso. Sarebbe illegale discriminare ingiustamente le persone perché lavorano meno ore. Ciò contribuirebbe a migliorare la flessibilità dei lavoratori e a stabilire orari di lavoro brevi come un diritto, e non come una deviazione dalla norma. 3) Introdurre orari più corti ad entrambe le estremità della scala di età. Ad un’estremità, ai giovani che entrano nel mercato del lavoro per la prima volta, potrebbe essere offerta una settimana di quattro giorni (o un orario equivalente). In questo modo, ogni successivo scaglione si andrebbe ad aggiunge ai lavoratori con la settimana corta, ma nessuno dovrebbe tagliare il loro orario. In poco tempo, ci sarebbe una massa critica di lavoratori con meno ore e gli altri potrebbero voler fare lo stesso. All’altra estremità della scala di età, potrebbero essere introdotte riduzioni graduali per i lavoratori anziani. Per esempio, quelli di età compresa tra i 55  anni e oltre potrebbero ridurre la loro settimana lavorativa di un’ora ogni anno. Chi attualmente ha 55 anni e lavora 40 ore settimanali a 65 anni potrebbe quindi lavorare 30 ore a settimana e, se continuasse col  lavoro retribuito, a 75 lavorerebbe 20 ore. Lo slittamento sarebbe graduale e universale, consentendo alle persone di continuare a lavorare per più anni senza eccessivo stress e tensione, accompagnandoli lentamente ma costantemente verso a orari più brevi e infine alla pensione. Con il  tempo, gli scaglioni di giovani che entrano nella forza lavoro con una settimana lavorativa di quattro giorni raggiungerebbero i 55 anni. Le 30 ore sarebbero il nuovo standard. Le riduzioni graduali potrebbero continuare per i lavoratori anziani, ma decidere esattamente come questo dovrà essere fatto può essere lasciato alle generazioni future.

Le autrici di “Time on Our Side” sottolineano che «questo dovrà avvenire lentamente ma costantemente nel corso di un decennio o più. Non sarà facile. Il problema più evidente è in che modo tutto questo influenzerà i lavoratori a bassa retribuzione.  Per molti, attualmente, una settimana lavorativa più corta porterebbe portare a condizioni di estrema povertà. Ma questo è un problema di retribuzione, il tempo non lavora. La risposta non è quella di costringere le persone a lavorare per lunghe ore per nutrire e dare un tetto alle loro famiglie, ma di affrontare direttamente la questione dei bassi salari. Dobbiamo decidere che cosa sia un salario minimo ragionevole o un “salario minimo” per i lavoratori che hanno deciso per le 30 ore piuttosto che le 40 o 50 ore a settimana. Poi possiamo capire quel che i governi, i datori di lavoro, i sindacati e gli attivisti politici devono fare per raggiungere livelli di retribuzione che siano compatibili con orari di lavoro socialmente equi e sostenibili».