L’ecologista Fitoussi: la barzelletta dell’economia che mette in ombra la sostenibilità

[2 settembre 2013]

Durante questo primo scorcio di XXI secolo e per tutta la durata di quello che ci siamo lasciati alle spalle l’economia si è conquistata di diritto la corona di regina delle scienze sociali. Il suo dominio si è pian piano ampliato, pervadendo ogni ambito della vita occidentale. I risultati conseguiti da questa benevola dittatura sono però poco incoraggianti, e per scoprirli basta guardare gli effetti che la crisi finanziaria ed economica ha lasciato e lascia attorno a noi. A cosa attribuire questa clamorosa sconfitta?

«Se gli obiettivi che la politica economica porta sotto i riflettori non sono davvero importanti per la società, non avremo alcuna possibilità di comprendere perché il fatto di averli raggiunti non risolva in alcun modo il problema iniziale». Questa parziale ma convincente risposta arriva non dal mondo della controcultura, ma da un eminente – e critico – esponente della scienza economica, il francese Jean-Paul Fitoussi (Nella foto), dall’interno della sua ultima fatica di imminente pubblicazione (Il teorema del lampione, edito da Einaudi e anticipato oggi con alcuni stralci da la Repubblica).

La metafora scelta dall’economista è chiara. «Possiamo scegliere cosa vogliamo illuminare, siamo noi che decidiamo il posizionamento dei lampioni. E se le nostre scelte non sono pertinenti – osserva l’economista – le nostre ricerche saranno infruttuose. Nell’ambito dell’agire politico questo può avere conseguenze gravi, perché gli errori possono accumularsi: errori nella definizione dell’obiettivo, nella sua valutazione, nella scelta degli strumenti utilizzati in funzione dei fini ricercati, vale a dire nella teoria o dottrina che presidierà all’azione».

È, in sintesi, quanto accaduto alla politica nel seguire il lume dell’economia. Seguendo il dio della crescita a costo di innumerevoli sacrifici, i successi – che non sono mancati – conseguiti durante la via ci hanno fatto perdere di vista il fine del cammino. L’economia non individua più uno scopo alla crescita, ma ne invoca il proseguimento indefinito. Con il paradosso, aggiungiamo noi, che ciò non è possibile e per definizione contro natura all’interno di un sistema finito (la Terra), che offre risorse limitate.

Anche se ne abbiamo ormai perso la percezione, non è sempre stato così. All’interno della prima e sistematica analisi economica, condotta in Occidente da Aristotele, persino i confini della disciplina erano diversi dagli attuali. Non si poteva, anzi, pensare all’economia come una scienza autonoma e dotata di regole proprie, disgiunta dalla realtà sociale all’interno della quale era (ed è) immersa. Al tempo l’ideale era quello della vita buona, il che non era certo sinonimo di vita ricca. Il denaro era componente del benessere, non suo principe e fondamento.

Dopo qualche millennio, sarebbe inopportuno inneggiare ad una passata quanto fantomatica età dell’oro: ricordiamo en passant che la vita buona, per Aristotele e i suoi contemporanei, riguardava in esclusiva l’uomo greco (non la donna), all’interno di uno sfruttamento dell’altrui schiavitù. Un’ideale virtuoso di vita buona però esisteva, e quella era la bussola sociale da seguire. Senza una bussola simile, adesso, rischiamo soltanto di fare la fine di re Mida. Adesso che le capacità tecnologiche potrebbero garantire una vita buona per una platea enormemente più ampia di quella antica, abbiamo sfortunatamente smarrito ogni ideale di questa risma.

Certamente, dopo 6 anni di crisi e un bilancio impressionante in termini di posti di lavoro perduti (nella sola Italia sono oltre 9 milioni gli italiani all’interno dell’area di della sofferenza e del disagio occupazionale) risulta adesso più difficile che mai ricacciare indietro il fantasma della crescita. All’interno di un sistema economico strutturato come quello attuale, per recuperare posti di lavoro nell’immediato occorre recuperare la produttività perduta, ma per non ricadere negli errori del passato non può bastare.

«È giunto il momento – scrive Fitoussi – di valutare le conseguenze delle politiche che i nostri governi portano avanti riguardo a questi due obiettivi maggiori: il benessere e la sostenibilità». Per quanto il giudizio possa essere (e a ragione) impietoso, è solo da qui che passa la strada per immaginare una nuova e sostenibile vita buona.