Per un’ecologia della ricerca italiana nel campo delle scienze sociali

L’epopea dei ricercatori precari italiani-in-Italia e la fuga dei cervelli, toccata con mano

Che senso ha avuto lo sforzo pluridecennale di democratizzare l’università quando oggi è avviata a tornare nella sua dimensione elitaria, se non dilettantistica?

[8 maggio 2014]

Sono stato a Vienna in occasione della decima edizione della “European Social Science History Conference”, il più importante congresso di scienze sociali in Europa (nella foto), che si svolge ogni due anni in un paese comunitario (sebbene per ora mai in Italia; dopo l’Austria, prossimo appuntamento a Valencia).

L’evento è stato molto interessante per fotografare la situazione della ricerca in tale settore, anche in Italia. La nota positiva è, per così dire, di sostanza: gli italiani erano presenti in numero abbastanza consistente al convegno e continuano a produrre ottima ricerca in tutti i campi delle scienze sociali. In più, tra i popoli di madrelingua neolatina, siamo decisamente quelli che se la cavano meglio con l’inglese. La ragione di quest’ultimo fatto ha tuttavia a che vedere con una nota negativa, e risaputa: la ricerca degli italiani (specialmente dei più giovani) nel campo delle scienze sociali viene, infatti, largamente prodotta all’estero – e non in italiano.

Giusto alcuni esempi: tra gli organizzatori del convegno, coordinato dall’International Institute of Social History di Amsterdam, ci sono quattro italiani e di essi uno solo lavora in Italia; dei tre oratori italiani presenti nella sessione sull’economia antica in cui anch’io ho parlato, poi, nessuno lavora al momento in Italia. Scorrendo l’elenco dei partecipanti con nomi italiani si constata sovente, infine, la loro associazione a indirizzi internet di università straniere, oppure a indirizzi non-accademici. Come dire: o lavori all’estero, o ti arrangi da solo.

E qui emerge un altro punto interessante, e anch’esso dolente. I pochi italiani che al momento lavorano in Italia che ho potuto incontrare appartengono sostanzialmente a due tipologie ben distinte di ricercatori: quella dei professori di ruolo e quella dei cosiddetti precari della ricerca.

La partecipazione al convegno, subordinata ad accettazione del proprio intervento da parte di una commissione, prevedeva il pagamento di una tassa di iscrizione di 200 euro. In più, bisognava mantenersi nella bella ma assai cara Vienna durante i giorni del convegno. Nel caso di un ricercatore italiano all’estero, la cosa non crea particolari problemi: o si hanno a disposizione dei fondi di ricerca propri a cui attingere, oppure se ne possono facilmente trovare richiedendoli al proprio dipartimento, vista l’importanza del convegno. Diversa è la cosa per chi sta in Italia: se si è professori si hanno a disposizione, seppur sempre meno, dei fondi di ricerca che consentono di rimborsarsi le spese ma, se si è precari – e tanto più in quelle discipline che, come le scienze sociali, non fanno girare molti soldi –, di norma non è possibile usufruire di simili risorse.

E dunque, come fa il ricercatore precario italiano-in-Italia a divulgare le sue ricerche e confrontarsi con i colleghi in un’occasione così importante, dovendo affrontare la funambolica spesa di circa 700/800 euro (tra iscrizione, viaggio, albergo, pasti)? Salvo nei casi, rarissimi in Italia, in cui riesca a trovare un finanziamento ad hoc, la risposta è “a sue spese”. Peccato che un assegnista di ricerca in Italia guadagni 1.230 euro al mese (per dodici mesi e senza ammortizzatori sociali; un po’ meglio va ai ricercatori a tempo determinato) e difficilmente riesca a mettere da parte denari da quella cifra (provare per credere).

È evidente che tutto si semplifica se il precario della ricerca ha altri introiti: se, cioè, può contare su altre rendite dovute al fatto che qualcuno lo mantiene, oppure se è, per così dire un ‘ricercatore occasionale’, che fa un altro lavoro e porta avanti i suoi studi nei ritagli di tempo.

Se ci si pensa bene, questo stato dell’arte è al contempo drammatico e paradossale. La sostanziale democraticità di accesso alla conoscenza che l’università italiana concede ancor oggi perde, infatti, molto della sua efficacia nel momento in cui le capacità di ricerca scientifica acquisite nel percorso accademico si scontrano con la difficoltà di entrare seriamente in un sistema che oggi non solo soffre degli antichi mali della scarsa meritocrazia e della baronia, ma che, nella sempre più drammatica assenza di fondi, sta diventando discriminante sotto il profilo economico.

Tale sistema, oltre a far fuggire all’estero adesso intere schiere di ricercatori – figli spesso, della medio-piccola borghesia del recente passato –, sta già evidentemente inducendo gli studenti del futuro prossimo a evitarsi la fatica di andare all’università, come ha evidenziato anche Francesco Sylos Labini su “Il Fatto Quotidiano”.

Viene da chiedersi, a questo punto, che senso abbia avuto lo sforzo pluridecennale di democratizzare l’università quando oggi – dopo anni di tagli orizzontali e drastici, fino all’ultimo annunciato lo scorso 24 aprile – essa, e soprattutto nell’ambito cruciale per il nostro paese delle scienze umane e sociali, sembra ormai ben avviata a ritornare nell’alveo elitario, e a tratti dilettantistico, nel quale è stata per secoli.