Letta, Renzi, lo Zen e l’arte di spararsi sui piedi

[13 febbraio 2014]

Con Enrico Letta, uno dei più brevi governi della storia italiana volge al termine sulla via dell’ascetismo. Oggi la Direzione nazionale del Pd sembra sancire il liberi tutti e la fine dell’esecutivo per mano di Renzi in versione novello Bruto: «Grazie Letta ma serve un cambio di fase – infilza il segretario Pd – un nuovo governo fino al 2018». Il premier resiste, al momento in cui scriviamo, ma in ogni modo non sembra preoccupato: «Le mie prospettive personali non c’entrano niente – ha detto – sono sereno. Anzi, Zen».

È infatti con grande flemma, ma scarso tempismo, che presenta al Paese Impegno Italia: la proposta di patto di coalizione tra i partiti che sostengono il governo potrebbe durare neanche 24 ore, ma al di là di questo non trascurabile particolare è sui contenuti che il documento lascia più che interdetti. Più che l’arma a garanzia della solidità governativa il dossier somiglia piuttosto a una Beretta col mirino puntato contro le speranze del Paese.

Le riforme citate sono per la maggioranza ininfluenti, quando non adeguatamente finanziabili. Anche in vista dell’ormai prossima presidenza Europea, giustamente indicata dal premier in apertura del documento, il punto più importante sarebbe quello di lavorare per abolire il dogma dell’austerità. Come ricorda oggi Luciano Gallino su la Repubblica, da quest’anno il Patto fiscale che abbiamo firmato obbliga alla riduzione del debito pubblico nazionale per la parte eccedente il 60% sul Pil: una somma, alle attuali condizioni macroeconomiche, pari a 56 miliardi di euro l’anno (per vent’anni). Si tratta di traguardo raggiungibile (?) al solo prezzo di enormi sacrifici e nessuna prospettiva di sviluppo per un periodo di tempo inaccettabile. Di fronte a questa perdurante insensatezza, Letta in Impegno Italia si dice da una parte pronto ad «avviare il dibattito sulla revisione delle regole sulla disciplina di bilancio e il coordinamento delle politiche macroeconomiche (six pack e two pack)», e dall’altra a «mantenere il deficit entro il 3% del PIL e proseguire con la riduzione del debito in linea con gli obiettivi concordati». Un’apparente schizofrenia che certo non giova alla credibilità di voler cambiare le regole del gioco.

Sul fronte del lavoro, emergenza fondamentale da aggredire, coerentemente con quanto fatto finora Letta decide di concentrare tutte le (scarse, si parla di 7,1 miliardi di euro nel 2014) risorse sulla diminuzione del carico fiscale. Una scelta che, lo ribadiamo, darebbe risultati trascurabili in termini di diminuzione della disoccupazione. Arrivando infine all’altra faccia della medaglia della crisi economica e sociale, ovvero la crisi ambientale (e di pagine ne vanno scorse, per arrivarci), Impegno Italia decide di non decidere. Si limita alla volontà di aumentare la produttività del settore agricolo e di ratificare quanto già programmato, ovvero l’Agenda verde. Nessuna volontà di rilancio su temi come il fisco verde, i flussi di materia o anche le ormai “classiche” energie rinnovabili. Dei pro e contro del Ddl in questione abbiamo già parlato diffusamente, ma certo non consola sapere che Letta – a tre mesi dalla sua approvazione – stimi come necessario aspettare ancora «il secondo trimestre» perché il documento completi il suo iter legislativo.

Detto questo cosa potrebbero aspettarsi tutti quegli italiani che oggi sono di nuovo sommersi da pioggia e frane dalla sbandierata decisione di «accelerare le procedure relative alla realizzazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico»? Per tutte quelle “priorità” che non siano la riduzione del costo del lavoro, in Impegno Italia si sottolinea che sarà possibile stanziare 4,5 miliardi di euro nel 2014 e 9 nel 2015. Questo quando gli investimenti contro il rischio idrogeologico – da soli! – dovrebbero assorbire circa 2,7 miliardi di euro all’anno per 15 anni per poter essere incisivi.

In definitiva, dopo dieci mesi di governo non c’è ancora praticamente niente sulla sostenibilità di quanto auspicato all’alba dell’esecutivo. Se Impegno Italia rappresenta le ambizioni, oggi una possibile caduta di Letta non rappresenta probabilmente una tragedia. Non capiamo però quali diversi obiettivi potrebbe seguire al suo posto Renzi: intanto perché non sono stati ancora esplicitati (sul Jobs Act, per dirne una, tutto tace e se il segretario Pd confermerà di voler seguire la strada di Impegno Italia non potremo aspettarci granché), e poi perché cambierebbero soltanto gli attori in scena e non il contesto. Una volta che Letta avrà definitivamente imboccato il viale del tramonto meglio allora andare al voto subito, anziché perdersi ancora nelle beghe di potere interne al PD. Il premier Letta sarà anche Zen, ma in Italia si è stufi di subire la “saggezza orientale” sbagliata. A furia di star seduti lungo la riva del fiume di cadaveri politici se ne vedono passare a frotte, ma col dissesto idrogeologico che c’è in Italia l’argine potrebbe cadere da un momento all’altro. E a unirsi alla mischia ci si impiega un attimo.