Like a rolling stone: come si diffonde una teoria del complotto (e come fermarla)

Dalle Torri Gemelle al cambiamento climatico, fino ad arrivare alla politica italiana: un viaggio tra i perché della cospirazione

[16 aprile 2014]

Le teorie del complotto sono attorno a noi.

E ci sono sempre state. Un saggio di Cass Sunstein, celebrato autore del best-seller Nudge (La spinta gentile), tratta la questione da un punto di vista di psicologia sociale ed è stato oggetto di un acceso dibattito negli Stati Uniti.

Cass Sunstein, che durante la prima amministrazione Obama è stato a capo dell’Office of Information and Regulatory Affairs (OIRA), ha abbandonato il suo incarico all’inizio del secondo mandato del presidente. E qualcuno (magari un complottista…) è arrivato a sostenere che una delle ragioni vada proprio ricercata in questo saggio, dal titolo inequivocabile: Conspiracy Theories.

Il saggio parte da un’elencazione di fatti tanto rilevanti quanto grotteschi: nel 2004, infatti, un sondaggio di Zogby International rilevò che il 49% dei residenti di New York credeva in un ruolo attivo del governo USA nella pianificazione dell’attentato alle Torri Gemelle.

In un altro sondaggio del 2006, questa volta realizzato in Canada, il 22% si è dichiarato certo che dietro l’11 settembre ci fosse il disegno oscuro di americani influenti.

Un’indagine condotta in 7 paesi islamici ha evidenziato, poi, che il 78% dei rispondenti non credeva al coinvolgimento di Al Quaeda nello stesso attentato.

Più recentemente, infine, un sondaggio USA, per tornare al punto di partenza, ha messo in luce che il 37% degli americani considera il cambiamento climatico un’invenzione e il 21% è convinto che l’amministrazione stia nascondendo le prove dell’esistenza degli alieni[1].

Ora, le questioni sono essenzialmente due: come è possibile che simili convinzioni acquistino un tale livello di consenso all’interno di una comunità? E che cosa può fare un governo per fronteggiare questo fenomeno?

Per quanto riguarda il primo punto, innanzitutto, vanno fatte due premesse: la prima è che una semplice smentita, operata sulla base di informazioni anche precise e contestualizzate, viene spesso utilizzata dai fanatici del complotto come ulteriore prova della veridicità della cospirazione: un governo nega la sua esistenza solo perché, naturalmente, anche la negazione fa parte integrante del complotto.

La seconda, invece, è che i complottisti tradizionalmente tendono a sovrastimare le capacità e le competenze di amministrazioni e funzionari delle burocrazie, ritenuti capaci di trame oscure e di un’intelligenza diabolica veramente fuori dal comune.

Ora, Karl Popper, il pensatore della falsificabilità come conditio sine qua non del metodo scientifico, a proposito di cospirazioni[2] sosteneva che le teorie del complotto si basano sulla sopravvalutazione delle conseguenze inattese di azioni politiche e sociali: gli esseri umani hanno, infatti, una naturale tendenza a pensare che ogni effetto sia e debba essere prodotto da una causa intenzionale, con tutti i corollari di un simile modo di pensare.

Credere all’intenzionalità di qualunque evento porta, inevitabilmente, a una reazione a catena di cui le parole di Oliver Stone, controverso regista del film complottista JFK, sull’uccisione del presidente Kennedy, sono paradigmatiche: «Ho cominciato a dubitare di Cristoforo Colombo, di George Washington, del fatto che la guerra civile americana sia stata combattuta per l’abolizione della schiavitù, che la Seconda Guerra Mondiale sia stata una lotta contro il nazismo… Non so neppure se sono nato o chi siano i miei genitori».

A proposito di come nascono e si diffondono le teorie del complotto, la letteratura è ricca di studi psicologici, che hanno mostrato alcuni patterns riconoscibili.

Innanzitutto, il miglior predittore del fatto che una persona possa o meno accettare una teoria del complotto, è il fatto che accetti o meno altre teorie del complotto[3].

Similarmente, colori i quali credono che un certo risultato scientifico sia manipolato o creato ad arte, tendono a pensare che anche altri risultati scientifici possano esserlo[4]. Altro fatto scientificamente provato è che i soggetti più propensi a credere ai complotti sono anche le persone più pronte a complottare[5]. In particolare, tendono a subire il fascino del complottismo le persone più ciniche rispetto alla politica, che hanno una bassa auto-stima, generalmente ostili nei confronti delle autorità (causalità in ambedue le direzioni)[6].

Una volta definite le caratteristiche del cospiratore tipo, Sunstein passa a considerare i meccanismi di diffusione di una teoria del complotto: in particolare, fa riferimento a quelle che chiama conspiracy cascades, e che concernono appunto le cascate informative, lo snow balling per cui una notizia incontrollata si diffonde a macchia d’olio, ingigantendosi, celebrata dal fantastico motto di Mark Twain: «La notizia della mia morte è alquanto esagerata».

Le cascate informative operano in modo complesso. Immaginiamo che Ciccio, Riccio e Pasticcio si trovino, per esempio, a dover discutere sull’attribuzione di responsabilità di un qualche evento. Il primo a parlare è Ciccio, che dice la sua. Riccio, ora, ha sentito Ciccio esprimere la sua opinione: può essere d’accordo con lui per ragioni indipendenti, oppure può non avere informazioni specifiche e accodarsi all’opinione stessa. Pasticcio, d’altro canto, ora si troverà di fronte due persone che la pensano in un modo ed è possibile che anche lui abbia un’informazione limitata.

Ciccio, Riccio e Pasticcio possono inconsapevolmente e involontariamente alimentare una cascata informativa dagli esiti imprevedibili.

Ora, nella realtà la situazione è certo più complicata e dipende anche dalla soglia di credulità delle persone. Il fatto, però, è che il successo di una teoria cospirativa dipende proprio dalla distribuzione delle persone con la soglia più bassa: all’inizio, solo loro sono sedotte dalla teoria complottista. Se, tuttavia, queste persone raggiungono una massa critica, la pressione informativa può farsi più forte nei confronti del gruppo con una soglia solo leggermente più alta, e sconfiggerne le difese. E così via discorrendo.

Sunstein parla anche di un elemento reputazionale delle conspiracy cascades: le persone possono cedere al fascino della cospirazione se, circondate da persone che la credono per vera, vogliono essere viste con rispetto e accettazione da questo gruppo.

La faccenda si fa parecchio seria nel caso di group polarization: società caratterizzate da una forte polarizzazione e frammentazione, infatti, sono quelle in cui la diffusione delle ‘bufale’ può farsi più probabile e radicata.

Lo stesso Sunstein ha condotto uno studio, qualche anno fa, in Colorado, molto interessante: ha radunato un gruppo di persone, ben attento che ci fosse una metà di democratici e una metà di repubblicani. Ha poi predisposto una serie di domande, concernenti i diritti delle coppie gay e il cambiamento climatico. Ognuno dei soggetti è stato intervistato privatamente per conoscere, innanzitutto, le rispettive posizioni su queste problematiche. Successivamente, sono stati creati dei gruppi affinché le questioni venissero discusse collegialmente e, infine, sono state nuovamente fatte interviste individuali dopo i dibattiti in gruppo.

Il risultato interessante è che, dopo il dibattito in gruppo, si assiste a una polarizzazione verso gli estremi: il progressista diventa insomma ancora più radicale, e il conservatore mostra convinzioni da ultrarepubblicano.

Trasferite la questione in Italia e la lettura è semplice: chi legge Repubblica, si convince sempre più che Repubblica abbia ragione. E chi segue il blog di Beppe Grillo, altrettanto.

A proposito dei 5Stelle, tra l’altro, persone che vivono in gruppi isolati (reali o virtuali) o frequentano reti soggette solo a informazione selettiva, saranno più propensi a credere alla validità di un complotto (viene in mente niente?).

Arrivando, comunque, al secondo punto da cui siamo partiti, e cioè che cosa può fare un governo per fronteggiare la tendenza alla diffusione della bufala, Sunstein discute di varie possibilità: la prima, ovviamente, è la smentita basata su informazione documentata (il sito Snopes.com smaschera bufale, per esempio, con argomentazioni e inchieste dettagliate) che, tuttavia presenta alcuni rischi, come abbiamo visto già all’inizio.

Allora,dice Sunstein, potrebbe essere interessante sperimentare la via gentile dell’infiltrazione cognitiva.

Si tratta, cioè, della possibilità che alcune persone penetrino all’interno dei gruppi generatori di complotti e comincino a seminare pensiero critico: Sunstein fa riferimento ai casi più gravi, quelli in cui la minaccia di azioni terroriste documentata può richiedere, per esempio, che membri stessi delle istituzioni, se necessario in incognito, si inseriscano all’interno dei gruppi più estremisti.

Tuttavia, l’eventualità che ci pare più interessante, nel nostro caso, è quella in cui, all’interno di un contesto democratico, si voglia comunque limitare il potenziale rischio della ‘bufala a catena’ e che movimenti tesi alla diffusione di notizie non controllate possano generare conspiracy cascades dagli effetti potenzialmente nefasti. Qui, dice Sunstein, lo strumento più efficace potrebbe essere l’esistenza di quelli che lo studioso chiama surprising validators.

I validatori sorprendenti sono persone la cui credibilità è riconosciuta anche all’interno dei gruppi che alimentano le teorie del complotto e che prendono pubblicamente posizione contro il complotto stesso. Ricordate l’amore prematuro e poi la scomunica di Rodotà, per tornare con un semplice esempio al Movimento 5Stelle, che ebbe soltanto l’ardire di contestare il leader politico del Movimento?

Insomma, forse il modo migliore di arginare il diffondersi di tesi complottiste e non falsificabili è proprio una buona dose di infiltrazioni cognitive.

Sottocutanee.

Come il chip che il governo ci ha impiantato, a nostra insaputa.


[1] Sander van der Linden, “Moon Landing Faked! Why people believe in Conspiracy Theories”, Scientific American (Aprile 30, 2013)

[2] Karl Popper, The conspiracy theory of society”, in Conspiracy Theories: The Philosophical Debate, ed. David Coady (Farnham, Surrey, Uk; Ashgate Publishing, 2006), 13

[3] Martin Bruder et al., “Measuring Individual Differences in Generic Beliefs in Conspiracy Theories Across Cultures: Conspiracy Mentality Questionnaire”, Frontiers in Psychology 4, no. 225

[4] Stephan Lewandowsky, Klaus Oberauer, and Gilles E. Gignac, “Nasa Faked the Moon Landing- Therefore (Climate) Science is a Hoax: an anatomy of the motivated rejection of Science”, Psychological Science 24, no. 5: 622

[5] Karen M. Douglas and Robbie M.Sutton, “Does it take one to know one? Endorsement of Conspiracy theories is influenced by personal willingness to conspire”, British Journal of Social Psychology 50, no.3: 544-52

[6] Daniel Jolley and Karen M.Douglas, “The Social Consequences of Conspiracism: exposure to Conspiracy Theories Decreases intentions to engage in politics and to reduce one’s carbon footprint”, British Journal of Psychology (2013)