Come l’informazione sui social e le «supercazzole» stanno plasmando la nostra società

Quattrociocchi: «Parlare senza cognizione di causa va evitato. Accettiamo l’incertezza che immancabilmente segue la complessità»

[9 marzo 2017]

Le echo chamber (casse di risonanza) e i confirmation bias (pregiudizi di conferma) rappresentano due concetti chiave per capire come si sta evolvendo la costruzione e la fruizione dell’informazione all’interno del nostro mondo, sempre più digitale. Il primo rappresenta la «amplificazione di un’idea grazie alla sua diffusione in un sistema chiuso», mentre l’altro si declina nella «tendenza a discutere all’interno di sistemi chiusi di informazioni che già si conoscono». Insieme, portano al proliferare incontrollato di fake news, bufale e «supercazzole», come genuinamente preferisce chiamarle Walter Quattrociocchi, ricercatore dell’IMT Alti Studi di Lucca che sta portando avanti alcune delle più avanzate indagini scientifiche in questo campo.

Nell’ultimo lavoro dei ricercatori capitanati da Quattrociocchi, appena pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Science (Pnas), è stato analizzato il comportamento tenuto da 376 milioni di utenti   Facebook nell’arco di sei anni nei confronti di oltre 20 milioni di notizie, elaborate in questo caso da più di 900 testate giornalistiche e agenzie stampa. Fonti di informazione qualificata, dunque.

«Le informazioni non sono processate in quanto vere – spiega Quattrociocchi nel suo blog Agi – ma in quanto conformi ad una personale visione del mondo, a narrazioni. L’enorme vastità di fonti, versioni e contenuti su internet massimizza questo processo. Gli utenti su Facebook tendono a formare gruppi attorno a narrative condivise e insieme la fanno evolvere aggiungendo altri tasselli al puzzle. Altre informazioni alla cui veridicità non sono assolutamente interessati. L’importante è che piaccia e che sia ancillare alla causa condivisa. Ad esempio nel caso del dibattito sulle fake news si continua a credere che il fact-checking sia risolutivo. Da tempo si sa che non lo è. Eppure si continua ad argomentare. Espressione anche questa del confirmation bias e dell’effetto echo chamber», fenomeni dai quali evidentemente non sono immuni neanche quelle istituzioni politiche nazionali e internazionali che stanno elaborando interventi e progetti di legge per frenare l’ascesa delle bufale.

Neanche la diffusione dell’informazione portata avanti dai professionisti del settore è immune al virus della polarizzazione, come si preoccupa di documentare l’ultima ricerca di Quattrociocchi. «L’arrivo dei social ha ridotto immensamente il potere selettivo e di filtro delle testate giornalistiche che ora si ritrovano a rincorrere […] Quello che è chiaro è che il mondo dell’informazione con i social, anziché facilitare la circolazione di informazioni e ampliare gli orizzonti sembra avere un effetto opposto, più segregante. E lo facciamo tutti, nessuno escluso». Con un fervore crescente in modo direttamente proporzionale all’attivismo dell’utente: «Più si è attivi più l’attività è focalizzata su poche, pochissime testate».

Anche nell’ambito dell’informazione scientifica, e dunque dell’informazione ambientale. «Sembra che non ci sia nessun campo immune a questo tipo di meccanismi – chiarisce Quattrociocchi intervistato dall’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica – Un nostro studio precedente faceva vedere in modo chiaro che c’è questa forte polarizzazione tra informazione scientifica e informazione complottista. Ora con questa ricerca sulle testate giornalistiche abbiamo generalizzato ulteriormente, ed è possibile vedere come la ricerca di una specifica narrativa e il conseguente isolamento su di essa siano una tendenza propria dell’essere umano». Una tendenza che i social network stanno esasperando, come intuito già anni fa da Umberto Eco: «L’ambiente fortemente disintermediato dei social network ha devastato il sistema informativo così come lo conoscevamo – osserva Quattrociocchi – Le testate giornalistiche inseguono i social e l’informazione è mediata dai processi di massa».

Se «le informazioni non sono processate in quanto vere, ma in quanto conformi ad una personale visione del mondo, a narrazioni», e se neanche il fact-checking è la cura, come uscire dunque dalla crescente spirale di complottismo che sta caratterizzando la nostra società?

Come c’era da attendersi, i ricercatori non individuano alcuna bacchetta magica all’orizzonte. «C’è uno spazio da ricomporre, una fiducia da ricostruire – conclude Quattrociocchi – Parlare senza cognizione di causa, anche solo per difendere la propria posizione, va evitato. C’è troppo cicaleccio, troppa speculazione. Accettiamo l’incertezza che immancabilmente segue la complessità. Come dice Sunstein dobbiamo promuovere la cultura dell’umiltà a scapito delle supercazzole e della retorica sterile ed eroica».