Livorno, nuovo modello di sviluppo o sarà game over

Una chiamata a raccolta delle idee per uno sviluppo sostenibile della città

[27 novembre 2014]

C’era una volta la componentistica auto a Livorno, a breve rimarrà la sola Pierburg (e la Magna, anche se è a Guasticce) a tenere alta – si fa per dire – la bandiera di una lunga tradizione ormai giunta al capolinea. Trw, dopo Delphy, è l’ultima vittima di questa deriva che ha portato migliaia di lavoratori in cassa integrazione, quando va bene, o direttamente a casa senza se e senza ma, come si diceva per altre questioni alcuni anni fa.

Il guaio è che in questa città di 160mila abitanti e spiccioli, la crisi non è che abbia travolto quel settore, oppure quell’altro. La crisi, cominciata anche qui ben prima del 2008, è di un modello – che oggi manco si sa più come definire – certamente legato a un segno politico che è stato travolto alle ultime elezioni, vittima in primis di se stesso. Ma l’analisi politica l’abbiamo fatta già tempo fa, ora è il tempo di raccogliere le idee migliori (sperando che esistano) e concentrasi su quelle, perché è bene non girarci intorno: la situazione di Livorno oggi è peggio di quella di Piombino pre accordo Cevital (sperando che vada tutto per il meglio). Perché? Perché a Piombino – che si fosse o meno d’accordo – c’era un’idea condivisa di cosa si voleva fare, a Livorno no. Perché davvero non si può pensare che sia il turismo il modello di sviluppo scelto per far uscire questa città dalla crisi.

Se va bene, come direbbero quelli bravi, potremmo pensare al turismo come a un driver per l’economia cittadina. Ovvero sfruttare il settore quanto più possibile considerando che Livorno non è San Vincenzo, e nemmeno Cecina. Non ha spiagge, se si pensa a un turismo balneare. Quale turista spenderebbe dai 5 euro in su solo per accedere a uno stabilimento pieno zeppo di gente, inaccessibile per le cabine (che si tramandano ormai di padre in figlio), assolutamente fatti ad uso e consumo di noi livornesi. Di quale turismo parliamo allora? Di quello che dovrebbe farsi il giro dei fossi, certamente originale, per vedere i quartieri storici? Che numeri potrebbe mai portare? E soprattutto, quale occupazione?

Certo, meglio di quello che si fa oggi ci vuol poco a proporlo e a mettere in atto. Quanto meno mettere a sistema tutto quello che abbiamo da offrire, ma non illudiamoci che possano uscirci cifre da capogiro e se anche – come invece accade altrove – l’occupazione nel settore andasse davvero a beneficio dei lavoratori locali qualcuno ha idea di che livello di stipendi si parla, in media? Dal nostro punto di vista, quindi, ora più che mai Livorno deve trovare il modo di tornare ad attrarre l’industria manifatturiera di alta qualità, il che ovviamente implica oggi un’industria sostenibile anche ambientalmente. L’unica che può dare occupazione duratura e di qualità.

Livorno deve provare a essere terra di ricerca, potenziare e attirare nuovi indirizzi universitari, puntare sul porto ma con logiche di vera apertura, quindi con un radicale cambio di mentalità. Un cosa difficilissima, è chiaro, ma chi paragona questa città a Detroit saprà che Detroit ha rialzato da quel dì la testa e sarebbe il caso che si analizzasse per bene come ha fatto. Da noi c’era “mamma Fiat” per la componentistica, le multinazionali sfruttavano certe caratteristiche del nostro territorio che ora evidentemente non hanno più appeal anche perché – grazie a Marchionne – la Fiat, pardon Fca, ormai è una multinazionale che con l’Italia ha pochissimo a che fare.

Rispetto al passato quindi Livorno ha aree disponibili, tutte quelle lasciate dalle varie aziende che se ne sono andate, e presto avrà anche l’area dell’Enel. Certo vanno bonificate, e non sarà un aspetto secondario, però le aree ci sono. Anni fa non era così. Poi c’è una grande fame di lavoro – e per chi conosce la città sa che anche questa è una novità – e tanti operai pronti a riconvertirsi.

Peraltro proprio oggi la Regione Toscana ha lanciato il suo programma di sostegno forte alla reindustrializzazione dell’area livornese. Con una serie di misure specifiche che il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e l’assessore alle attività produttive Gianfranco Simoncini hanno definito in questi giorni, e che possono considerarsi una anticipazione rispetto ai contenuti su cui potrà basarsi l’Accordo di programma per Livorno con il governo nell’incontro che si terrà l’11 dicembre al ministero per lo Sviluppo economico.

I filoni di intervento ipotizzati sono tre: da un lato aiuti per investimenti corrispondenti ad attivi materiali, consistenti cioè in terreni, immobili e impianti, macchinari e attrezzature, prevedendo il 20% di conto capitale per le piccole imprese e il 10% per le medie imprese. Il secondo filone prevede aiuti de minimis (200.000 euro per 3 anni non cumulabili) per spese di funzionamento (locazione immobile) e per attivi materiali e immateriali. Il terzo filone è costituito da un pacchetto integrato di agevolazioni (destinate anche a Pmi del settore Turismo e Commercio), prevedendo premialità, con garanzia e finanziamento agevolato a tasso zero per investimenti.

A questi interventi si dovrebbero aggiungere gli incentivi per le assunzioni e una misura specifica di abbattimento dell’Irap per chi si insedia nelle aree di crisi, che preveda oltre alle aree di crisi complessa riconosciute ai sensi della normativa nazionale, anche quelle per le quali è stata avanzata richiesta di riconoscimento o conferma (Livorno, Massa, Prato).

Inoltre potranno essere previste premialità per l’utilizzo di interventi di formazione continua per i lavoratori di aziende insediate nelle aree di crisi complesse. Dal nostro punto di vista, però, uno dei nodi è quello come detto mille volte di puntare sull’industria manifatturiera e segnatamente quella legata ad un utilizzo efficace ed efficiente del ciclo dei flussi di energia e di materia. Aziende quindi legate alle rinnovabili e al riciclo dei materiali. Farne un’eccellenza locale, attrarre investimenti, farne un brand livornese. Ricordiamo inoltre che nel mondo è in corso un processo che si chiama reshoring, ovvero aziende che dopo anni passati all’estero inseguendo il basso costo dei materiali e della manovalanza, stanno ora tornando a più miti consigli rientrando nei propri paesi d’origine – per nuovi vantaggi di natura economica, ovviamente. Anche questo potrebbe essere un cavallo sul quale poter salire, a patto che se ne sappia governare a livello nazionale e poi regionale e locale le dinamiche.

Dunque rieccoci al punto, ovvero come evitare il game over della nostra città. E quindi l’attuale giunta; i partiti politici di opposizione; le associazioni; Confindustria, hanno o non hanno qualche idea concreta sulla quale poter lavorare tutti? Perché a noi pare che la crisi oltreché economica sia anche di idee. Da parte nostra da domani proveremo a raccogliere tutte le idee che riusciremo a trovare, ed entro la fine dell’anno proporremo la sintesi di questo nostro lavoro. Un piano di lavoro ad uso e consumo di chi può attuarlo per il 2015. Stay tuned.