Marcello D’Orta non se l’è cavata: «Colpa della munnezza e della camorra»

[19 novembre 2013]

Marcello D’Orta non se l’è cavata. L’ex insegnante e scrittore è morto a Napoli all’età di 60 anni. Nel 1990 il suo nome è diventato noto in Italia per il libro «Io speriamo che me la cavo», divertente e per certi versi commovente libro che raccoglieva i temi sgrammaticati dei bambini di Napoli, con le loro ansie, le loro speranze e i loro sogni delle volle strampalati. Come solo i bambini sanno fare e raccontare. Era ammalato da tempo di cancro e l’ex maestro elementare, che era attualmente impegnato nella stesura di un libro su Gesù, aveva incolpato del suo male la “munnezza”. Lo scrisse nero su bianco in una lettere inviata a Il Giornale e lo ribadì su altri quotidiani l’anno scorso: «Quando, alcuni mesi fa, mi fu diagnosticato un tumore, il primo pensiero fu: la monnezza. È colpa, è quasi certamente colpa della monnezza se ho il cancro. Donde viene questo male a me che non fumo, non bevo, non ho – come suol dirsi – vizi, consumo pasti da certosino? Mi ricordai, in quei drammatici momenti che seguirono la lettura del referto medico, di recenti dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui era da mettersi in relazione l’aumento vertiginoso delle patologie di cancro con l’emergenza rifiuti. Così sono stato servito: radiochemioterapie, due interventi chirurgici, altro, tant’altro. A chi devo dire grazie? Certamente alla camorra. I rifiuti si accumulano perché la camorra impedisce di raccoglierli, sabota gli impianti di raccolta, fa scioperare i netturbini, corrompe i funzionari dei controlli».

Vero o non vero, nel senso che noi non abbiamo la matematica certezza di questa correlazione che comunque è assai probabile, Marcello D’Orta aveva ben chiaro quali fossero le dimensioni e le ricadute di una situazione così drammatica come quella che vive Napoli e la Campania, vogliamo ricordare in questo momento anche cosa ebbe a dire a De Magistris quando disse che in cinque giorni avrebbe risolto tutto e che invece non ha trovato di meglio che spedire tutto su “comode” chiatte convinto che questo fosse il miglior modo per esplicitare lo slogan “rifiuti zero”. Non siamo napoletani, anche se oggi più che mai ci sentiamo tali, e chi scrive non vuol parlare di una città che conosce a stento. Ma Marcello D’Orta la conosceva bene e l’ha sempre sostenuta di fronte a tutti e a tutto e quanto ha detto sulla spazzatura e su Napoli lo ha fatto con la convinzione che almeno dalla sua malattia si potesse cambiare qualcosa. Da parte nostra alcune cose vanno però dette: è evidentissimo che non c’è peggior modo di gestire il ciclo integrato dei rifiuti di quello napoletano e campano in generale. La camorra ha sfruttato debolezze storiche e politiche per far in modo che l’unica soluzione fosse sempre e solo se stessa di fronte all’accumularsi della “monnezza”. Che fossero o che siano rifiuti urbani o che speciali o industriali, tossici o quant’altro. Una situazione drammatica e difficilissima in quella Terra dei Fuochi, da affrontare complessivamente, senza semplificazioni come che tutto si risolve con la raccolta differenziata da una parte; oppure bruciando tutto dall’altra.

Chissà se la morte di Marcello D’Orta smuoverà qualcosa, difficilissimo che questo accada in un Paese che non ha alcuna memoria e attualmente nemmeno la fantasia per immaginarsi migliore di quello che è. Di certo se un giorno “ce la caveremo” l’impegno civile di quest’uomo almeno noi non lo dimenticheremo.