Al Future Forum il dibattito “Tra l’Italia e il nulla: il tesoro nascosto delle economie escluse”

Migranti, fisco verde e innovazione: a greenreport il punto di vista dell’Ocse

La parola a Sergio Arzeni, direttore del Dipartimento per l’Imprenditorialità, le PMI e lo Sviluppo locale

[27 ottobre 2014]

Oggi al Teatro San Carlo di Napoli e domani nella Sala Valduga della Camera di Commercio di Udine Sergio Arzeni, direttore del Dipartimento per l’Imprenditorialità, le PMI e lo Sviluppo locale dell’OCSE, interverrà con Jay Mitra, direttore dell’International Centre for Entrepreneurship Research dell’Essex Business School all’Università di Essex, e Marco Orioles, del dipartimento di Scienze Umane delle Università di Udine, sul tema “Tra l’Italia e il nulla: il tesoro nascosto delle economie escluse” in occasione della II edizione di Future Forum, un progetto della Camera di Commercio di Udine con il Forum Universale delle Culture di Napoli,  ideato e diretto da Renato Quaglia: una rassegna internazionale dedicata alla cultura dell’innovazione e alla pre-visione di scenari futuri nell’economia, nella società e negli stili di vita, che prosegue a Udine fino al 15 novembre e a Napoli si concluderà domani. 

I migranti (regolari) che arrivano in Italia in un anno sono la metà degli italiani che partono dal proprio Paese, secondo l’ultimo rapporto Migrantes. Che impatto ha questo fenomeno sull’economia italiana, in particolare sul mercato del lavoro?

«Prendiamo il caso più eclatante dei migranti regolari perché vengono da un paese membro dell’Unione Europea, i rumeni, che sono circa un milione di persone, fra il 20 e il 25 per cento degli immigrati in Italia. Il loro impatto sul mercato del lavoro è massiccio perché il numero è imponente. Ma cosa fanno questi rumeni? Svolgono i tanti lavori che gli italiani spesso rifiutano di fare. Per cui non “rubano” il lavoro agli italiani, ma riempiono i buchi enormi che ci sono nel mercato del lavoro italiano. Uno studio della Camera di Commercio di Milano ha identificato nella sola Lombardia 100.000 posti vacanti. Ad esempio i panettieri, ne mancano migliaia. Perché per fare il pane fresco bisogna lavorare di notte ed è un lavoro sgradito. Per cui o i panifici italiani riempiono i vuoti in organico con immigrati oppure anche l’Italia seguirà la sorte di Parigi dove il pane in molte panetterie viene importato dalla Polonia e poi riscaldato sul posto e offerto alla clientela con uno spruzzo di profumo di pane, cosi da sembrare più buono.

Gli immigrati sono coloro che fanno funzionare interi settori dell’economia non solo nel Nord, ma anche nel Sud. La Sicilia ad esempio ha un gran numero di disoccupati, ma ha un numero molto maggiore di immigrati che fanno funzionare i pescherecci a Mazara del Vallo, che raccolgono l’uva Italia in provincia di Caltanissetta, che raccolgono i pomodori a Pachino, che fanno le pulizie nelle case borghesi di Catania e Palermo, che fanno assistenza domiciliare a tanti anziani.

Nel caso della Romania poi migliaia di imprese, italiane soprattutto, si sono salvate delocalizzando lì parecchie produzioni e creando centinaia di migliaia di posti di lavoro. Quindi, invece di importare manodopera, si è preferito esportare attività economiche. Questo fenomeno ha certamente contenuto il flusso migratorio, anche perché se c’è lavoro nei paesi da cui provengono, non c’è interesse ad emigrare».

Lo spirito riformista del governo italiano si sta concentrando adesso sul lavoro, sposando flessibilità e taglio delle tasse, mentre lo Stato innovatore – recentemente celebrato dall’economista Mariana Mazzucato – sembra un lontano ricordo. Quali pensa saranno i risultati di una simile strategia? 

«The Entrepreneurial State della Mazzucato parla delle ricadute economiche di investimenti in ricerca e innovazione. Ora l’Italia spende poco più dell’1 per cento del Prodotto interno lordo in Ricerca e Sviluppo, e questo viene più dal pubblico che dal privato. Il problema è che l’Italia soffre di una forte emigrazione di talenti, nel momento in cui importa persone a bassa qualificazione ma che sono fondamentali per il funzionamento dell’economia e per la qualità della vita più in generale. L’Italia dovrebbe avere una strategia per trattenere i propri investimenti nell’istruzione e nella ricerca pubblica.

A Parigi ad esempio il 30 per cento dei professori di fisica sono italiani che non trovano occupazione in Italia. Il nostro sistema universitario è troppo chiuso. Pochi sono gli studenti stranieri, rarissimi i professori stranieri. Oggi al mondo ci sono quattro milioni e mezzo di studenti internazionali, figli spesso delle nuove borghesie delle nazioni emergenti. Il sistema universitario italiano ne cattura pochissimi. L’Australia invece ha fatto dell’istruzione universitaria la sua terza fonte di export dopo il minerario e l’agricoltura, l’anno scorgo gli studenti stranieri hanno portato all’Australia ben 15 miliardi di dollari».

Nell’economia della conoscenza l’innovazione è una leva di sviluppo determinante. Quali ritiene siano le azioni più urgenti da intraprendere in Italia per recuperare terreno in quest’ambito?

«Bisogna innalzare la capacità di assorbimento dell’innovazione da parte delle PMI che rappresentano il 97 per cento del tessuto produttivo del paese. Per fare questo occorre una rivoluzione nel sistema di formazione professionale e adattare il modello tedesco di formazione nelle imprese che è l’unico che dimostra di funzionare bene non solo per l’aggiornamento continuo delle competenze del capitale umano ma anche per combattere la disoccupazione giovanile che dall’Austria, alla Germania all’Olanda non esiste. Occorre investire di più in ricerca, ma soprattutto meglio. I pochi soldi spesi oggi sono allocati male, gestiti in modo inefficiente e soprattutto lento.

La velocità è il dato caratterizzante l’economia della conoscenza con la riduzione rapida del ciclo di vita dei prodotti e delle innovazioni. Ora sia i fondi nazionali che quelli europei sono gestiti con una burocrazia e una lentezza esasperanti, e ciò contribuisce a ridurre l’impatto e l’efficacia della spesa pubblica in ricerca. E anche il modo di funzionare delle università deve cambiare aprendosi alla terza missione dell’università, dopo insegnamento e ricerca, quella di contribuire allo sviluppo del territorio circostante che vuol dire collaborazione con il tessuto di PMI, non solo con le grandi imprese».

Implementare una fiscalità più verde, secondo l’Ocse, incentiverebbe la creazione di imprese più efficienti, innovative e sostenibili. Avrebbe impatti positivi sulla competitività internazionale dell’Italia?

«In Italia siamo stati in grado di deturpare anche una bella idea come quella della trasformazione ecologica del paese e come al solito a distorcere il sistema degli incentivi. Negli anni passati l’Italia ha concesso al fotovoltaico gli incentivi più generosi del pianeta terra (caricandoli sulle bollette ENEL) con il doppio risultato:

  1. di aumentare ancora il costo dell’energia in Italia che è mediamente del 40% maggiore in Italia rispetto alla Francia e del 70% più alto che negli Stati Uniti, e quindi aggravando il deficit di competitività delle imprese italiane spinte a cercare compensazioni tagliando sul costo del lavoro;
  2. di deturpare il paesaggio con boschi tagliati per impiantare campi fotovoltaici in posti immacolati o di tappezzare pezzi di territorio con pale eoliche fittizie di cui si sta occupando la magistratura. Con gli incentivi verdi della Commissione Europea le Isole Eolie sono state riempite di colonnine per la ricarica di auto elettriche che non ci sono. Ma Rizzo e Stella hanno scritto volumi su questi sprechi.

Quello che l’OCSE dice è che sussidiare i combustibili fossili, come fanno ancora tanti paesi, è deleterio, come è sbagliato far costare il diesel (che è più inquinante) meno della benzina. Che le imprese energeticamente più efficienti cono anche più competitive. Ma anche sulla fiscalità verde bisogna vedere come si mette in opera perché è lì che spesso cade l’asino».