Moby Prince, dopo 25 anni Livorno chiede ancora verità e giustizia

L’intervento integrale del sindaco Filippo Nogarin all’incontro con le autorità e i familiari delle vittime

[11 aprile 2016]

Moby Prince

Un anno fa, in questa stessa sala ero insieme a voi, per la prima volta in veste di Sindaco per commemorare la strage del Moby Prince. Ricordo una cerimonia toccante e partecipata, che vide mescolarsi insieme tanti sentimenti ed emozioni differenti: dallo sdegno alla rabbia, al dolore, al rispetto, al coraggio ma anche alla speranza.

Ricordo una cerimonia nella quale familiari delle vittime, istituzioni, cittadini, associazioni, rappresentanti politici, si sono stretti in un unico grande abbraccio per chiedere verità e giustizia, dimostrando ancora una volta a tutti di essere disposti a lottare per ottenerle, di avere la forza di ricordare senza annullarsi nella rabbia, e di continuare a confidare nella giustizia, purtroppo troppo lenta e parziale per essere soddisfacente e, tuttavia, da inseguire con tenacia e determinazione.

È con sincero e profondo affetto che oggi (ieri, ndr) rinnovo quell’abbraccio ai familiari presenti delle vittime di quel drammatico 10 aprile 1991. Questa volta, con anche un poco di speranza in più. È con piacere che scorgo, infatti, in mezzo a tanti occhi così pieni di rabbia, di dolore ma, soprattutto, di dignità, anche quelli di coloro che dopo 25 anni sono ora chiamati a dare un contributo concreto alla verità sulla strage del Moby Prince, la più grande strage della marineria italiana del dopoguerra in tempo di pace. Strage e non tragedia, come ostinatamente pretendiamo che sia chiamata.

Benvenuti quindi ai membri della Commissione Parlamentare d’Inchiesta, al Presidente senatore Silvio Lai, e ai senatori Marco Filippi, Maria Mussini, Sara Paglini: infatti, erano venticinque anni che vi aspettavamo. Auspico che il lavoro della Commissione d’Inchiesta possa finalmente far luce sulla vicenda del Moby Prince, eliminando le numerose zone d’ombra che ancora la accompagnano, assieme a troppe circostanze non chiare. La politica è chiamata ora ad assumersi la responsabilità e la forza di raccogliere e valutare elementi che fino ad oggi non sono stati ammessi al processo o che ne sono stati stralciati per vizi di forma.

È umanamente e intellettualmente inaccettabile che tre processi e venti anni di indagini non abbiano ancora chiarito cosa accadde quella notte e perché su quel traghetto morirono 140 persone, 65 marittimi e 75 passeggeri.  Uomini, donne e bambini, per lo più asfissiati dai fumi micidiali sprigionatisi all’interno del traghetto durante il rogo che seguì l’impatto.  Uomini, donne e bambini, radunati nel salone centrale secondo gli ordini del comandante Ugo Chessa, in attesa di soccorsi che non arrivarono mai, nonostante il traghetto si trovasse ad appena 2,6 miglia dal porto di Livorno.

Riascoltare, come ho fatto di recente, le comunicazioni di quella drammatica notte tra il comandante dell’Agip Abruzzo e la capitaneria di Livorno è a dir poco agghiacciante. La sagoma del Moby Prince in fiamme e oramai in balia di se stessa, venne avvistata da un rimorchiatore, non ancora identificata, soltanto un’ora e 25 minuti dopo l’incidente. Un’ora e 25 minuti di urla, fiamme, lacrime, preghiere.

Risulta impossibile solo sostenerne il pensiero per pochi istanti, tanto è atroce. Eppure questo è ciò che è accaduto. Un’ora e 25 minuti, a pensarci bene, è il tempo che normalmente impieghiamo per guardare un film. Un film dell’orrore in questo caso, i cui titoli di coda non riportano i nomi dei responsabili, ma solo quelli dei 140 sfortunati protagonisti. Il ricordo di quella notte è scolpito nella memoria di tanti livornesi e non solo che portano dentro di se il fermo immagine di quel 10 aprile di 25 anni fa, in maniera viva e indelebile.

Io mi trovavo in servizio alla Pubblica Assistenza e fui tra i tantissimi volontari che intervennero sulla banchina quella notte. Se chiudo gli occhi, posso ancora sentire le interminabili sirene che riecheggiavano dappertutto, l’odore tossico di petrolio e di fumo, un senso di angoscia e impotenza. Quando all’alba il traghetto fu rimorchiato, i primi elicotteri che lo sorvolarono filmarono corpi riversi sui ponti esterni, a poppa della nave, con le fiamme che ancora ne lambivano le vesti. I primi vigili del fuoco riuscirono a entrare nei saloni interni del traghetto soltanto due giorni dopo la collisione, recuperando salme inermi. Immagini spaventose, che restano fissate in modo indelebile negli occhi e nelle coscienze di ciascuno di noi.

Eppure, ci hanno raccontato che nessuno è responsabile della strage del Moby Prince. Nessuno è prima di tutto un’offesa immonda alle vittime, ma è anche uno schiaffo in pieno viso ai loro familiari, inflitto da 25 anni a ognuno di loro. 300 mesi, 9.125 giorni, 219 mila ore di schiaffi violenti, inferti senza pietà a chi ha già subito la disgrazia di perdere su quel traghetto un pezzo della propria vita.

Schiaffi di fronte ai quali, tuttavia, molti di loro sono riusciti a rimanere ostinatamente a testa alta, senza arrendersi e continuando anzi con coraggio e determinazione sovrumane a chiedere giustizia.

In più di un’occasione mi sono trovato a parlare con alcune di queste persone, soprattutto ad ascoltare le loro storie. Posso dire che dalle loro parole, dal modo così lucido di ricordare e, allo stesso tempo, così crudo, perché crudi sono stati i fatti, così carico di emotività, così dignitoso, ho sempre tratto una grande lezione di coraggio e di senso civico.

Mi sono anche chiesto se di fronte a questa terribile vicenda lo stato, nei suoi diversi poteri, possa esimersi dall’essere davvero all’altezza di questi cittadini e se le gravi sofferenze patite possono essere almeno in parte – certamente una piccolissima parte – lenite dal dovere di mantenere viva la memoria collettiva di questa strage.

E proprio perché convinto che la credibilità dello Stato debba passare non solo dal riaffermare i principi di giustizia e di verità, ma anche dal mantenere vivo il passato, ritengo che la proposta di far diventare il 10 aprile una giornata di lutto regionale, annunciata recentemente dalla Regione Toscana, dovrebbe essere estesa all’intera nazione.

Perché la memoria collettiva, così come il dolore, non ha né dovrebbe avere divisioni di alcuna sorta.

25 anni sono una parte consistente nella vita di un individuo.

Per i familiari delle vittime sono stati 25 anni nei quali non hanno visto crescere i loro figli e fare progetti, non hanno visto nascere né tenuto in braccio i loro nipoti, non hanno potuto abbracciare una sorella o un fratello, in cui gli è stato impedito di condividere con loro quei preziosi momenti della vita che a noi appaiono così scontati, e che invece gli sono stati strappati via con ferocia inaudita.

Per capire che enormità sono 25 anni, basta pensare che i giovani nati negli anni ‘90 sanno forse poco o niente di questa storia che a noi sembra così vicina, quasi fosse successo ieri.

E quello che questi giovani sanno è solo un ricordo mediato dal racconto di altri.

Eppure siamo ancora insieme, una volta di più, stretti gli uni agli altri, in nome delle vittime di quella strage, a pretendere verità e giustizia: per loro, per i loro cari, e per un paese intero che intenda definirsi civile.

Ci siamo e ci saremo sempre, almeno finché giustizia non sarà fatta. Seppure con grave ritardo, ritengo dunque sia un atto di grande civiltà istituzionale e politica essere finalmente riusciti a istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta che accerti le responsabilità dei fatti e apra uno squarcio di luce sul muro di gomma dietro al quale si nascondono tante altre vergogne nazionali (Ustica, Linate, Cermis, Viareggio.)

In una democrazia matura, quale pretendiamo debba essere la nostra, il compito principale delle istituzioni è infatti quello di garantire risposte certe e rassicurazione ai cittadini.  Come possiamo pretendere, altrimenti, che si abbia fiducia nello Stato quando non è in grado di fare chiarezza né di assicurare loro verità e giustizia di fronte a fatti così sconvolgenti?  In un Paese dove per settant’anni la storia repubblicana è stata intrisa di ombre, deviazioni e tentativi di depistaggio, il diritto alla verità diventa oggi più che mai fondamentale per ricostruire un rapporto sano e rinnovato tra istituzioni e cittadini.

Non possiamo quindi accontentarci di supposizioni sommarie né di un’archiviazione giudiziaria frettolosa, ma pretendiamo LA VERITA’ con la lettera maiuscola e non cesseremo di cercarla.

Certo, di fronte a disastri aerei o navali, è diffusa l’abitudine di parlare di “errore umano”. E’ probabilmente la scorciatoia migliore per salvaguardare il prestigio e gli interessi del potente di turno, ed è stato così anche per il Moby Prince.

Sulla vicenda, ancora oggi, pesa nell’opinione pubblica l’ipotesi dell’errore umano, costruita arbitrariamente intorno alla distorsione delle parole dell’unico superstite. Un’ipotesi che, sebbene smentita dalle indagini, è rimasta comunque incardinata nell’immaginario collettivo molto più di altre.

Nella strage del Moby Prince le accuse furono di “omissione di soccorso” e “omicidio colposo”, eppure gli indagati vennero assolti perché “il fatto non sussiste” e infine vennero definiti “prescritti” in Cassazione.

Le indagini furono poi riaperte ma intanto il relitto del Moby era già stato trasferito in Turchia per essere smantellato.  La città tutta però è qui presente, a gridare ancora una volta la sua legittima richiesta di giustizia perché, come ci ha ricordato anche alcuni giorni fa l’amico Loris Rispoli, presidente dell’associazione “Io sono 141” in un’accorata lettera inviata a parlamentari e giornali “Non esistono prescrizioni per il dolore. I reati di strage non devono mai per legge andare in prescrizione”.

Allontanare per sempre il relitto del Moby Prince dalla nostra vista ha finito per cancellare in parte la memoria di quell’evento tragico che, come istituzione, abbiamo invece il dovere di mantenere vivo e onorare.

Per questo abbiamo messo a disposizione della collettività, lo spazio della Fortezza Nuova, per la scultura “Koningin Juliana” dell’artista Federico Cavallini che l’associazione 140 fece realizzare alcuni anni fa e che abbiamo inaugurato questa mattina.

In questo modo, il Moby Prince torna idealmente a Livorno, in una forma ordinata e portatrice dei segni di cancellazione del ricordo, che sono stati compiuti fin dai primi momenti dell’incidente.

Per i livornesi e per quanti si troveranno davanti alla scultura, sarà l’occasione per ricordare e toccare con mano questa ferita profonda della nostra comunità, affinché da luogo di morte ingiusta e dolorosa possa trasformarsi in un luogo di verità e democrazia.

Prima di salutarvi, desidero tuttavia condividere con voi un ultimo pensiero, che riguarda un aspetto del nostro tempo che mi addolora e mi inquieta: l’assuefazione alla morte.

Finiamo per essere anestetizzati di fronte a qualsiasi strage perché veniamo sottoposti, sempre di più, a un overflow di immagini e parole, cui spesso seguono campagne di indignazione sui social destinate a durare non pochi giorni finché, in breve tempo, cala di nuovo il sipario.

Così cessiamo di indignarci e di cercare risposte su quel fatto, già occupati da un nuovo spettacolo di dolore, che sarà solo il prossimo ad essere dimenticato in fretta.

Solo la morte che ci tocca da vicino sembra doversi schiantare sotto il peso del dolore: se perdiamo un genitore, un amico, un parente, la nostra vita è sconvolta per sempre, mentre se muoiono persone che non conosciamo e di cui non sentiamo parlare se non per qualche tempo, possiamo tranquillamente andare avanti senza porci troppe domande.

Questo però ci rende colpevoli tutti, perché smettere di parlare di una strage equivale, in un certo senso, a coprirla. Per questo oggi siamo qui: per ricordare, per continuare a piangere quei morti come fossero nostri fratelli, sorelle, padri, madri; per dire che il dolore dei familiari è anche il nostro, il dolore di una città intera, che non dimentica; per stupirci per ognuna di queste 140 storie come fosse la nostra.

La Città di Livorno e i Livornesi saranno sempre in lotta per la Verità affinché la Giustizia trionfi.

Per dire, ancora una volta: io sono 141.

di Filippo Nogarin, sindaco di Livorno