Lo sostiene Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente territorio e lavori pubblici

Moby Prince, fare piena luce sulla tragedia è unica via per onorare memoria vittime

[9 aprile 2014]

A 23 anni dalla tragica notte del 10 aprile 1991 e del rogo della Moby Prince a Livorno, Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente territorio e lavori pubblici della Camera, ricorda che «Le incertezze, le incongruenze, i dubbi non sono ancora stati chiariti. E rimane tuttora senza risposta la domanda di verità delle famiglie delle 140 vittime. Fare finalmente luce sul drammatico incidente della Moby Prince, oltre che un dovere civile e istituzionale, è l’unico modo per onorare la memoria di quanti persero la vita a bordo e rispettare il dolore dei loro familiari. Auspicabile, quindi, che il nostro Governo si attivi per sapere dagli Stati Uniti se esistono altri elementi di prova in grado di spiegare cosa accadde davvero al largo del porto di Livorno. Proprio questo chiedevo, e torno a chiedere, con una mia interrogazione sul caso, la terza (n.4-00261), al Presidente del Consiglio dei Ministri e ai ministri della Difesa, degli Esteri  e al ministro della Giustizia, rimasta senza risposta nonostante le ripetute sollecitazioni».

Realacci sottolinea che «Sebbene la sentenza d’appello sullo scontro tra il traghetto di linea Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo  imputi questa tragedia a nebbia ed errore umano, restano aperti molti dubbi e forti perplessità. Riaccesi da diversi articoli di stampa, dal documentario Centoquaranta – La strage dimenticata e dal recente dossier realizzato da un pool di periti per conto dei familiari delle vittime. Da un pezzo pubblicato sul Corriere della Sera si evince, ad esempio, che  il tribunale di Livorno non ha più le registrazioni audio del processo sulla Moby Prince, quelle che valgono a livello legale. Ombre sulla verità accertata dalla giustizia, del resto, erano emerse anche dal programma giornalistico “Mixer” di Giovanni Minoli e dal quotidiano il Tirreno».

Il presidente della Commissione ambiente della Camera dice che <Oltre alle incongruenze processuali, omissioni, testimonianze parziali o inascoltate, appare poco credibile, come chiariva l’articolo pubblicato dal Tirreno ormai cinque anni fa, la dichiarazione del capo ufficio Responsabile dell’avvocatura militare del Dipartimento della Difesa Usa, secondo cui la vicina base americana di Camp Darby non sarebbe stata in possesso di attrezzature in grado di intercettare le comunicazioni radio della Moby Prince. Da chiarire anche posizione e movimenti delle sette navi sottoposte al comando Usa che in quei giorni si trovavano nel porto di Livorno. E ora si aggiunge un altro tassello: con­tro la richie­sta di archi­via­zione pre­sen­tata dalla pro­cura di Livorno, i fami­liari delle vit­time del Moby Prince hanno pre­pa­rato un dos­sier che contesta, tra l’altro, il luogo in cui sarebbe avve­nuta la col­li­sione tra le due navi, la dinamica dell’incidente e l’esistenza della neb­bia, nonché un “evidente conflitto d’interessi” nell’affidamento di una importante consulenza tecnica nel corso dell’inchiesta bis della procura di Livorno all’ingegner Andrea Gennaro, perito che aveva avuto precedenti rapporti professionali sia con la Moby Lines che con Eni».

Realacci conclude: «Per fare piena luce sulla tragedia della Moby Prince  torno a chiedere ai ministri interrogati se intendano attivarsi presso il Governo degli Stati Uniti d’America per sapere se esistano le immagini e le registrazioni dei tracciati satellitari delle navi presenti nella rada del porto di Livorno, il 10 aprile 1991 e, nel caso, chiederne l’acquisizione. Auspicabile poi che si proceda a verificare l’effettivo smarrimento delle registrazioni a valore legale dal tribunale di Livorno e le circostanze in cui esso è avvenuto e che si mettano in campo tutte le iniziativi utili a chiarire dinamica e cause della più grande tragedia della nostra marina civile. Sarebbe bene sapere, infine, quali siano le iniziative prese dall’armatore della Moby in questi anni verso le vittime».