A greenreport la demografa Viviana Egidi

Nella giornata dell’infanzia l’Italia si scopre un Paese di anziani senza identità

Lo scontro generazionale è più complesso di quanto possa sembrare

[20 novembre 2013]

Se guardiamo alle 60 milioni di facce riflesse nello specchio delle popolazione italiana, per celebrare la giornata mondiale dell’infanzia incappiamo in un paradosso: parlare di anziani. Oggi ricorre l’anniversario di quel 20 novembre 1989 in cui l’Assemblea generale dell’Onu approvò nella capitale del mondo, New York, il primo trattato giuridicamente vincolante che abbracci i diritti dei bambini.  Ma nel mentre molto è cambiato nella struttura delle popolazioni occidentali, e in Italia più altrove. I protagonisti non sono più i bambini, ma i vecchi.

Se la popolazione molto anziana – ovvero gli over 80 – era già raddoppiata tra il 1970 e il 1990, è ulteriormente duplicata tra il 1990 e il 2010 e ci si aspetta un nuovo bis da qui al 2050, quando si stima che in Italia raggiungerà quota 8 milioni. Un trend inesorabile e decisivo per la nostra società, analizzato ieri a Firenze dall’associazione Neodemos e dalle fondazioni Cesifin e Stensen. «Tra i grandi Paesi – si ricorda – l’Italia eccelle per quanto riguarda la sopravvivenza e la longevità: la speranza di vita ha oramai toccato 85 anni per le donne e 80 per gli uomini, livelli superati solamente dal Giappone, ed uguagliati da pochissimi altri paesi in Europa». Questo record comporta però un risvolto della medaglia.

Per avere un’idea più chiara degli sconvolgimenti che possono derivare da rapide mutazioni nella piramide demografica di un’età basta guardare al caso estremo: la Cina. Dopo più di trent’anni dall’introduzione della politica del figlio unico, oggi quella stessa decisione è stata lasciata cadere nel nulla sotto la pressione crescente dell’opinione pubblica e di una popolazione sempre più anziana. «Quello di cui c’è da avere paura nella dinamica demografica – osserva per greenreport Viviana Egidi, demografa alla Sapienza di Roma, intervenuta ieri all’evento di Neodemos – sono i cambiamenti troppo repentini, e quello è stato un esempio di manuale». Ma il problema più imminente, per la Cina, non è quello della gestione di una popolazione invecchiata troppo rapidamente: «Ora che nel mercato del lavoro entrano i 35enni nati allora, l’allarme più imminente scatta per il restringimento della base lavorativa». Come possono i pochi giovani sostenere sulle loro spalle un mercato del lavoro ben più grande, e al contempo occuparsi dei propri vecchi? È un problema che, traslato con le dovute precauzioni anche alle nostre latitudini, si ripresenta anche per l’Italia.

Come già ha sottolineato il demografo Alessandro Rosina all’interno del think tank di greenport, «il XXI sarà ricordato come il secolo dell’invecchiamento». E in questo contesto, secondo Egidi, il problema è proprio che «non ci siamo resi conto di come – anche in base a studi gerontologici – ci sia stato un avanzamento dell’età dell’invecchiamento di circa 5 anni. Chi è dunque colui che chiamiamo anziano? È il 65enne, come calcoliamo ancora nei rapporti ufficiali? Possiamo chiamarlo fuori dal mercato del lavoro, ma non appartiene più al nostro stereotipo di anziano: mediamente a quell’età oggi stiamo ancora bene, non pesiamo eccessivamente sul sistema sanitario, etc. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale su questi temi». Ma se non sappiamo più neanche gli anziani chi siano, che fine ha fatto la retorica dello scontro generazionale coi giovani?.

Uno scontro acuitosi dopo la riforma Fornero, ma che secondo Egidi si basa su presupposti sbagliati. «Il bilanciere tra entrata e uscita nel mondo del lavoro non c’è – osserva con sicurezza la demografa – e se guardiamo in Europa, il tasso di disoccupazione giovanile è più alto dove si va in pensione prima. Lo stesso discorso vale per settori di attività economica. Guardiamo a due Paesi dove l’età di pensionamento effettiva è tra le più basse (61 anni), ossia Belgio e Italia: nel primo il tasso di disoccupazione giovanile è al 19%, nel secondo al 35%. Distinguendo invece per attività, facciamo l’esempio dell’università: in Italia i pensionamenti sono continui, ma i giovani insegnanti e ricercatori non entrano».

«Siamo abituati a pensare ai posti di lavoro come una quantità fissa, ma non è così – continua la demografa – non è mai stato così, né in crescita economica che in recessione. Se l’economia tira ci sono posti di lavoro, altrimenti no». Si tratta di ciò che gli anglosassoni chiamano la lump of labour fallacy, fallacia del blocco dei posti di lavoro, e che ha in suo favore molteplici evidenze di come i paesi con un’età di pensionamento più elevata abbiano anche i minori tassi di disoccupazione giovanile.

Un problema di cui forse non si tiene sufficientemente conto, però è che non sono importanti solamente questi numeri, ma anche la loro correlazione. Si può ironicamente dimostrare come in Italia il picco dell’influenza si registri in contemporanea alle primarie del Pd, ma questo non significa che – apparentemente, almeno… – i due fenomeni siano tra loro collegati. Dunque, se il senso comune induce a pensare che elevare l’età del pensionamento non sia così salutare per i giovani in caccia di un lavoro, potrebbe benissimo sbagliare. Ma anche chi afferma il contrario dovrebbe riflettere con accuratezza su ciò che dice. Come nel caso della Egidi, che saggiamente ricorda come sia un «tema da approfondire, da non poter trattare superficialmente».

Un fatto innegabile è che l’organizzazione delle nostre vite non sembra più compatibile con la dinamica d’invecchiamento in atto. «Possiamo anche aumentare l’età pensionabile a 65, 67 anni, ma se non si rimuovono le condizioni economiche che fanno sì che le persone vengano buttate fuori dal mercato del lavoro non per invecchiamento ma per obsolescenza – chiosa Egidi – il problema rimane. Il periodo della formazione non può essere confinato soltanto nei primi due decenni di vita, perché nel frattempo il mondo va avanti e il “vecchio” si sente fuori posto rispetto a ciò che attorno a lui viene sviluppato». Senza contare che, per garantire sia un “anziano” a lavoro che un giovane occupato, non possiamo continuare ancora a contare sull’assioma di un’economia perennemente in crescita, pena l’infrangere quei vincoli ambientali cui la nostra economia è sottoposta, e che nelle tragedie climatiche come quella appena abbattutasi sulla nostra Sardegna ci ricordano sempre più violentemente la loro presenza. Ragionare in questi termini è certamente più complesso che parlare di pensioni da innalzare, tagliare o abbassare, ma potrebbe essere anche più proficuo. L’altro sistema, finora, di grandi risultati non ne ha portati.