I conflitti ambientali in Toscana visti attraverso il filtro della stampa: l’analisi Arpat

Cronache Nimby: non nel giardino toscano

Gli 83 casi sul territorio. Dalle discariche agli impianti di gestione rifiuti, dalle biomasse al fotovoltaico

[14 aprile 2015]

Che differenza c’è tra un inceneritore, una ferrovia e un impianto geotermico? Verrebbe da dire nessuna, dando un’occhiata alla classifica stilata dall’Arpat sulla percezione della sindrome Nimby (Not in my back yard, non nel mio giardino). Nel particolare indice elaborato dall’Agenzia si riassume l’indice di conflittualità delle opere osservate, tra le quali spiccano: TAV Firenze; Inceneritore Montale; Geotermia Bagnore 4 – Amiata; Inceneritore Scarlino. Quattro elementi che più diversi da loro non potrebbero essere, ma che occupano a pari merito il primo posto per conflittualità a 95 punti (il limite massimo della classifica).

L’analisi del fenomeno Nimby in Italia (Toscana compresa) non è una novità; da anni il Nimby Forum cerca di tracciare un quadro dettagliato della situazione lungo lo Stivale, giungendo nell’ultima edizione a concludere che le opere contestate nel Paese sono in lieve diminuzione (-5%), ma essenzialmente perché sono diminuite le occasioni: s’investe di meno.

Lo sforzo interpretativo condotto da Arpat – che attorno a questi casi di conflittualità lavora quotidianamente per valutare il rispetto dei vincoli ambientali – è però doppiamente interessante, perché per la prima volta il censimento prende essenzialmente piede dalla lettura che del fenomeno Nimby (e delle opere contestate) passa tramite la stampa, locale e non solo (web compreso). Nel corso del 2014, spiegano da Arpat, è stato effettuato «un vero e proprio censimento». Alla fase di raccolta dati è seguita quella con cui all’Arpat hanno elaborato degli indicatori specifici (ad esempio il numero di articoli presenti sul tema, raccolti in rassegna stampa), ognuno con il loro peso sulla valutazione finale, per inanellare poi le opere contestate in un ordine di criticità: come risultato finale sono emersi 83 casi di conflittualità sul territorio toscano, che vanno da una contestazione acutissima (il caso delle 4 opere ricordate poco sopra) a una blanda (l’indice di conflittualità più basso tra quelli censiti spetta all’impianto a biomasse di San Galgano).

Nel mezzo, come già si può intuire dando un’occhiata alla testa della classifica, c’è di tutto. Si va dalle discariche agli impianti che quei rifiuti provano a gestire (o recuperare) in modo più sostenibile, dalle autostrade alle ferrovie, dagli impianti a biomasse a quelli fotovoltaici, eolici o idroelettrici. Le province più “colpite” sono Pisa, Firenze, Arezzo e Siena, mentre «all’origine delle situazioni di contrasto, a livello regionale, al primo posto troviamo gli impianti a biomasse e biogas (24%), seguiti da quelli di gestione rifiuti (17%) che, però, insieme agli inceneritori (11%) e alle discariche (10%) costituiscono quasi il 40% dei motivi di conflitto ambientale. La produzione di energia (altro), non da impianto a biogas o biomassa, rappresenta motivo di conflitto nel 16% dei casi mentre l’attività industriale (altro), diversa da quella individuata nel dettaglio, lo è nel 11%. Chiudono la classifica le infrastrutture di mobilità che sono fonte di dissidio solo nel 7% dei casi».

L’analisi appena resa nota dall’Arpat è riferita alle notizie apparse sui giornali nel corso del 2014, ma indubbiamente investe in modo importante sia l’attualità sia il prossimo futuro. Si pensi al caso del termovalorizzatore di Case Passerini, che dovrebbe sorgere nella Piana fiorentina e sul quale anni fa un sempre risoluto Matteo Renzi (allora presidente della Provincia di Firenze) sancì: «Abbiamo deciso di decidere. Non mi interessano le discussioni tra gruppi dirigenti, rispondo ai cittadini». I toni ricordano da vicino quelli da presidente del Consiglio dei ministri cui siamo abituati, ma nel mentre il termovalorizzatore non è ancora stato realizzato, e sabato scorso migliaia di persone – quante? Sulla stampa si spazia dalle 2mila al triplo – hanno manifestato chiedendo che non veda mai la luce, nonostante il Piano regionale dei rifiuti lo preveda per una corretta gestione del ciclo integrato dei rifiuti, nel rispetto dei criteri di prossimità e autosufficienza del bacino di riferimento.

Al di là delle ragioni sostenute dai fronti opposti, quello della Piana resta solo l’ultimo dei casi finiti alla ribalta della cronaca. Cronaca che, a sua volta, specchiandosi nella classifica stilata dall’Arpat, potrebbe trovare numerosi spunti per l’autocritica. La totale eterogeneità racchiusa nei 4 conflitti ambientali più acuti tra quelli che hanno trovato spazio sulla stampa – per uno dei quali, la centrale geotermica di Bagnore 4, addirittura il Tar è intervenuto per dichiarare la sindrome Nimby in corso – è un indizio rilevante di quanto si stia perdendo la volontà dei tracciare dei distinguo.

Non tutte le opere e infrastrutture prospettate sono utili allo sviluppo sostenibile – lo dimostrano una volta di più in continui scandali che emergono al proposito –, e le contestazioni che vi esplodono attorno sono spesso motivate; sbarazzarsene etichettandole in massa come Nimby è sbagliato, tanto quanto lo è, però, rinunciare a una cultura critica in favore di un più comodo no a tutto.