Tra il 2001 e il 2010 spesa procapite diminuita, solo altri due paesi come noi

Ocse-PISA, avanti piano per gli studenti italiani: allevando l’analfabetismo del domani

Miglioramenti rispetto al passato, ma risultati ancora sotto la media

[3 dicembre 2013]

Se guardiamo alla popolazione adulta, triste ma vero, quella italiana risulta per il 70% immersa ancora in una forma più o meno acuta di analfabetismo; se invece ci rivolgiamo agli studenti, gli adulti di domani, quale prospettiva emerge? La nuova indagine Ocse PISA, cerca di rispondere a questo quesito coinvolgendo 38.142 studenti quindicenni: dal rapporto, che si aggiorna con cadenza triennale, emergono alcuni timidi miglioramenti, ma lasciano l’immagine di un Paese le cui radici sociali che affondano nella scuola sono ancora molto, troppo deboli.

Il Programma di valutazione internazionale degli studenti (noto come PISA – Programme for International Student Assessment) valuta il livello acquisito dai 15enni nelle conoscenze e competenze essenziali per una piena partecipazione alla società moderna, anche se con qualche discriminazione di fondo. Come ammettono gli stessi curatori dell’indagine, infatti, PISA 2012 «si è concentrata sulla matematica, tenendo come aree minori di valutazione la lettura, le scienze e la capacità di risoluzione di problemi». Una scelta opinabile che riporta a galla la presunta (e alquanto supponente) priorità da garantire alle discipline dure piuttosto che a quelle umanistiche, ma che non salva dagli scarsi risultati ottenuti dagli studenti nostrani.

Nonostante il nostro sia uno dei Paesi che ha registrato i più notevoli progressi in matematica e scienze dal 2003 (all’alba dell’era PISA) ad oggi, i risultati medi in matematica, lettura e scienza sono inferiori alla media Ocse. In particolare, l’Italia ottiene risultati inferiori alla media dei Paesi dell’Ocse in matematica (si colloca tra la 30esima e 35esima posizione), in lettura (tra la 26esima e 34esima) e in scienze (tra la 28esima e 35esima) rispetto ai 65 paesi partecipanti all’indagine. Il dato generale non deve però indurre a facili semplificazione: il rapporto evidenzia come lungo lo Stivale i risultati degli studenti cambino molto a seconda della localizzazione geografica (prevalentemente al nord le sparute isole felici) e della situazione socioeconomica della famiglia di provenienza.

Nei Paesi dell’Ocse, si legge nel rapporto, uno studente con uno status socioeconomico più favorevole ottiene 39 punti in più in matematica – che equivalgono a un intero anno di scolarità – rispetto a uno studente meno favorito.  In Italia, questo vantaggio si riduce soltanto di 9 punti. Nel complesso, solo il 6,5% degli studenti può essere considerata resiliente: questi studenti riescono a superare uno svantaggio socioeconomico e a raggiungere i più alti livelli di competenze.

Nel nostro Paese il Pil pro capite e la spesa per studente sono in linea con la media dell’Ocse, ammontando rispettivamente a 32.110 e 84.416 dollari statunitensi. I relatori dello studio, però, sembrano velatamente suggerire che anche questi 84mila dollari sono mal spesi: evidenziano infatti che, oltre una determinata soglia di spesa cumulata (circa 50.000 dollari) il «rapporto tra spesa per studente

e risultati non è più evidente». Valutare come i soldi per studente sono investiti – e non solo quanti sono stati spesi – rimane certo fondamentale, ma non può diventare un pretesto. E in Italia questo rischio è più concreto, si è anzi già attuato: «Tra il 2001 e il 2010, la spesa per studente è cresciuta nella maggior parte dei Paesi dell’Ocse. Durante lo stesso periodo tuttavia la spesa cumulata per studente dai 6 ai 15 anni di età è diminuita dell’8% in Italia, con una riduzione di risorse concentrata verso la fine del periodo. Nel periodo summenzionato, riduzioni della spesa sono state riscontrate solo in Italia, Islanda e Messico».

Razionalizzare e migliorare la spesa va bene, ma alle nostre latitudini negli ultimi anni – per quanto riguarda la scuola – questo messaggio si è tradotto in tagli indiscriminati all’istruzione pubblica. Non è accettabile, in un mondo che si fa sempre più complesso (e ancor più lo diventa se lo si osserva dal punto di vista della sostenibilità ambientale, ecologica e sociale), tagliare sugli investimenti che permettono ai giovani di avere gli strumenti per capirlo, e dunque di agire in modo più responsabile.

È evidente che continuare nella nostra attuale propensione all’analfabetismo diffuso di certo non gioverà alle sorti dell’Italia, in questi anni particolarmente incerte.

C’è comunque una nota positiva da sottolineare. Attualmente, i problemi maggiori riguardano ancora la popolazione adulta, e non – sebbene le prestazioni al di sotto della media Ocse – i quindicenni. Evitare le pastoie dell’ignoranza dipende dall’impegno del singolo e da quello delle istituzioni, ma non è percorso che si esaurisce una volta usciti dalle aule scolastiche. Un piano nazionale di Life long learning è ora più che mai necessario, ma per avere successo dovrà accompagnarsi alla costruzione di un mercato del lavoro più soddisfacente, per il singolo, per l’economia e per la società nel suo complesso: ammettendo infatti che le competenze ricercate vengano acquisite, se sono esercitate si perdono in breve tempo. E si ricomincia ad affondare.