Riceviamo e pubblichiamo, come contributo al dibattito

Paesaggio e Toscana, ancora sul Pit

[10 aprile 2015]

Ora che il Pit è stato approvato speriamo sia possibile parlare del piano. Riprendere il confronto sui contenuti perché, questo va applicato, e non è fuori luogo pensare che per le caratteristiche del piano, dalla frammentarietà degli elaborati, alle forme lessicali della normativa, si possano determinare interpretazioni non coincidenti. D’altra parte se, come sembra, alle osservazioni si è risposto con una “interpretazione collettiva” delle medesime pervenendo ad una sintesi che appare poco verificabile circa la reale corrispondenza al contenuto delle medesime, lo sforzo da compiere non è di poco conto.

Non c’è quindi da attardarsi a disputare se qualcuno ha vinto e qualcun altro ha perso; farlo equivarrebbe ad attestare la propria natura lobbistica, non già una finalità del proprio agire utile per far crescere la consapevolezza dei problemi, la conoscenza circa soluzioni che possono essere risorse utili e produttive per la società ed i cittadini.

Abbiamo bisogno di applicare e bene le norme del piano, abbiamo la necessità di fare uno sforzo per attuarle alla scala degli strumenti urbanistici e dei progetti di trasformazione fare liste di vincitori e vinti, accampare meriti o diritti per l’esito del procedimento, sarà un esercizio politico, ma non appare produttivo.

E se il piano, nella sua forma, contenuti e rappresentazione, è uno strumento attraverso il quale si esercita l’egemonia culturale, la divaricazione che si è registrata tra la decisione del Consiglio Regionale e della sua maggioranza e  gli intellettuali firmatari di appelli o che rivendicano vittorie, ripropone il problema dell’intellettuale nuovo che Gramsci asseriva deve “mescolarsi attivamente alla vita pratica ” e diventare dirigente politico (cioè “specialista + politico”) proprio a partire dalla centralità del lavoro nella società moderna, non già di rappresentarsi come autonomo e indipendente dal gruppo sociale dominante e dal mondo della produzione, considerandosi piuttosto come seguace disinteressato dei valori tradizionali che lui stesso ha deciso come fondanti.

La rivendicazione di una sorta di “purezza” culturale, inevitabilmente ideologica, contro gli interessi variegati della società rischia invece di innescare una gara ad apporsi medaglie e giocare ruoli via via sempre più estremi; sintetizzando, intendere 600 osservazioni come scontro tra interesse generale e interesse privato, interesse quest’ultimo, a cui la maggioranza avrebbe ceduto in obbedienza a questa o quella lobby, è non solo un errore politico ma anche culturale

Il piano urbanistico, da sempre, è una mediazione che contempera interessi diversi e sorprende ascoltare urbanisti ed intellettuali sostenere il contrario, tanto che sembra oggettivamente si avvicino a forze politiche e culturali di stampo oligarchico, non già alle regole del gioco democratico.

Si dovrebbe invece riflettere sul molto che si è cercato di fare per socializzare il piano in corso di formazione, ma forse non lo si è fatto sufficientemente, per tempi e modi di formazione del piano, perché se una buona parte di società non si è riconosciuta nel piano, non ha rintracciato nel piano  una linea funzionale a risolvere i problemi della società toscana, non si può ritenere questa parte di società come incolta e distruttiva. Per quanto rozze siano state le osservazioni e le polemiche non si può dimenticare che sono espressione dei problemi e dei bisogni della società toscana, che il piano aveva il dovere di mediare con altre esigenze e così ha fatto il presidente Rossi, cercando soluzioni e compromessi e magri mettendo in conto contraddizioni.

In questa ottica, diversa ed opposta a quella dei compilatori di liste di vinti e vincitori, pone la necessità di riprendere un rapporto tra Regione e comuni, con i professionisti, con la società per spiegare e per condividere,  se del caso anche modificare il piano. Deposte le armi si tratta  di gestire una fase nuova che deve necessariamente essere scevra da rigidità culturali e caratteriali, che deve essere affidata alla paziente rilegatura delle tante ragioni, dei tanti interessi, delle tante risorse da tutelare.

Superare l’algida convinzione di alcuni che si ritengono più uguali degli altri, o con più quarti di purezza ideologico-culturale, non è solo una esigenza culturale ma un opzione politica, di governo, se si vuole stare nel flusso dell’evoluzione assorbendo il meglio delle esperienze di tutti, per dare il meglio a tutti.

E se si deve discutere delle cave, non si può fare finta che se si toglie la cava a Minucciano non  chiuda Minucciano; che se si tratta di agricoltura non si può far finta che si debbano disporre le vigne in un certo modo, se si vuole produrre e stare da vincenti sul mercato avendo cura di garantire un equilibrio tra qualità, prezzo ed ambiente; che se si vuole un turismo vincente nella sfida planetaria gli alberghi debbono essere ristrutturati ed adeguati, ampliati magari lasciando invariato il numero massimo di ospiti ammessi.

di Mauro Parigi

Le opinioni dell’autore non rispecchiano quelle della redazione di greenreport.it. Inoltre, sarebbe utile se Parigi indicasse con esattezza a chi si riferisce nelle sue argomentazioni, così come ci sembra abbiano fatto l’assessore Marson, Ferruzza e gli altri intervenuti a favore del Pit.

La redazione