Cosa ci insegna il grande Nord per uscire dalla crisi per una via più sostenibile

Paradiso Scandinavia, miraggio o realtà? «Sbagliato pensare a un copia-incolla nel Mediterraneo»

A greenreport.it Stefano Ambrosini, esperto di Scandinavian government della Florence international autumn school

[6 settembre 2013]

Davanti allo scricchiolante fronte politico interno il presidente Napolitano ha recentemente ribadito l’esigenza di un’Europa unita per reggere l’onda d’urto della globalizzazione, che difatti ci sta al momento travolgendo. Pensa che l’ambiente, anche per superare l’attuale fase di sostanziale stallo, possa rappresentare concretamente un cardine dal quale rilanciare il processo di integrazione? 

«La mia opinione personale è che l’ambiente possa essere un fattore fondamentale per il progetto di integrazione. La questione legata alla green economy e soprattutto alle cosiddette aziende “green” è di attualità soprattutto per il fatto che chi ha investito in maniera massiccia negli anni precedenti alla crisi ha potuto beneficiare di un settore in pieno boom. Il processo di integrazione europeo passa anche per la nuova contrattazione relativa alla Politica di coesione europea 2014/2021 e all’ammontare della contribuzione dei singoli stati membri. Una buona dose di progetti ambientali gestibili tramite fondi diretti della commissione (come il Life+) potrebbe essere il traino per piccole e grandi economie locali che si metterebbero in competizione con i nuovi paesi dell’Unione».

Se c’è un’area dell’Europa che gode ancora oggi di immutata stima dei mercati finanziari come dell’opinione pubblica, è la Scandinavia: pensa che l’esempio di quest’insieme di Paesi abbia davvero da insegnare al Vecchio continente, o si tratta più di un’infatuazione esterofila? 

«La situazione nordica è assai variegata. Dopo la lettura di due testi per me fondamentali quali The Nordic Model. Embracing globalization and sharing risks – Etla 2007 e Nordics in Global Crisis: Vulnerability and Resilience – Etla 2010, ho potuto analizzare con cognizione di causa la situazione nel suo complesso. L’area nordica è di per se decisamente disomogenea, in quanto due paesi considerati “nordici” non sono di tradizione scandinava, la Finlandia e l’Islanda. La struttura portante dell’asse scandinavo è dato dal trio Danimarca-Svezia-Norvegia. Se i primi due sono sempre stati caratterizzati da monarchie forti il terzo, la Norvegia, sebbene abbia una tra le costituzioni democratiche più vecchie del mondo (1814) è il paese scandinavo più giovane per data di indipendenza (1905). La struttura sociale scandinava è molto simile nei tre paesi (si pensi al fatto che esistano più o meno gli stessi partiti politici con nomi e mission poco diverse), ed è riuscita a mantenere elevato il livello di prosperità delle popolazioni anche in periodo di crisi come quello attuale.

Cito ad esempio il Legatum Prosperity Index, ranking redatto ogni anno dal Legatum Institute analizzando molti fattori tra cui la ricchezza, la crescita economica, il benessere personale, e la qualità della vita nel quale i paesi scandinavi dal 2009 (annus horribilis delle economie occidentali e  specialmente del Vecchio continente): i Paesi scandinavi sono instancabilmente presenti nella top 5 a livello mondiale».

Quali sono gli elementi vincenti di questa leadership scandinava?

«Questo sistema intende proteggere i propri cittadini “dalla culla alla tomba”, cioè durante l’intero arco di vita, attraverso un Welfare state equo ed efficiente che garantisca un livello elevato di qualità della vita ed un livello elevato di protezione sociale.

Il sistema presenta tali caratteristiche:

  • Programmi universalistici di welfare nazionali (assistenza sanitaria di tipo universale, diritto gratuito all’istruzione, sistema previdenziale).
  • Alta spesa pubblica causata dal numero molto elevato di dipendenti pubblici; trasferimenti pubblici, come le indennità di disoccupazione, e i pensionamenti anticipati e assicurazioni sociali collegate al reddito. I disoccupati sono in grado di ricevere indennità per molti anni prima delle riduzioni, rispetto alle riduzioni veloci delle indennità degli altri paesi. La spesa pubblica per la sanità e l’istruzione è significativamente più alta in Danimarca, Svezia e Norvegia rispetto alla media Ocse.
  • Politica fiscale egualitaria. La pressione fiscale complessiva è fra le più alte al mondo. L’imposizione fiscale è progressiva, cioè i redditi più elevati pagano una percentuale di imposte più che proporzionale rispetto ai redditi più bassi, anche al fine di ridistribuire il reddito.
  • Attiva politica di occupazione finalizzata al pieno impiego. Politiche del lavoro finalizzate all’incremento della mobilità occupazionale ed estesi programmi di formazione.
  • Bassa regolamentazione del mercato, grande facilità d’impresa e basse barriere al libero commercio, combinati con i meccanismi collettivi di “condivisione dei rischi” che proteggono i cittadini contro le conseguenze negative della concorrenza straniera e della nuova tecnologia.
  • Posizione forte dei sindacati. Partnership tra datori di lavoro, sindacati e il governo, per cui i termini per regolare il lavoro sono negoziati tra queste parti sociali, piuttosto che essere imposti dalla legge.
  • Bassi livelli di corruzione. 

La realtà del grande Nord rimane comunque certamente diversa (e sotto molteplici aspetti) da quella mediterranea o anche dell’Europa continentale. Se è poco proficuo vagheggiare di esportazioni in toto del modello socioeconomico scandinavo, quali pensa siano gli elementi utilmente replicabili? 

«La realtà nordica è assai diversa rispetto a quella del resto del Vecchio continente, sia per popolazione residente (ad esempio la popolazione dell’intera Norvegia è pari a quella del Veneto), sia per cultura. Sul lato economico bisogna sempre ricordare che i Paesi scandinavi hanno nel complesso circa 26 milioni di abitanti, e soprattutto molte differenze in ambito politico-economico (la Finlandia è sia nella Ue che nell’eurozona, la Danimarca e la Svezia sono nella Ue ma mantengono la loro moneta, mentre la Norvegia non è ne nell’Unione europea ne aderisce all’euro). Sebbene siano caratterizzati da queste differenze di fondo la cultura civica di base è la stessa, e il modello imposto da decenni di dominio dei vari partiti socialdemocratici – ad eccezione della Svezia che ha virato verso un modello più liberal con il PM Fredrik Reinfeldt – ha plasmato le ultime generazioni che hanno fatto sì di poter portare questi paesi ai vertici di tutti i benchmark internazionali sulla qualità della vita.

Lo sbaglio più lampante che si possa compiere è quello di cercare di fare un copia-incolla del nordic model in quella che è l’Europa mediterranea. Quello che si può fare invece è studiare le soluzioni adottate ai problemi che dovremo affrontare nel futuro e che invece i nordici hanno risolto, con ricette a volte diverse tra loro, e valutare i risultati ottenuti. Eventualmente, infine, elaborare delle soluzioni adattate alla “local politics” derivate da queste buone pratiche e iniziare una lenta rivoluzione culturale che possa portare la nostra società mediterranea verso nuovi lidi di “civiltà”. Inoltre, il modello scandinavo si basa sull’universalità dei diritti ben al di sopra delle differenze di classe, e promuove inoltre un sentimento collettivo di responsabilità sociale che contrasta col tradizionale individualismo anglosassone.

Non esistono bacchette magiche per la risoluzione dei problemi del mondo, e lo stesso modello sociale scandinavo deve oggi affrontare numerose sfide, tra cui quella della crisi globale. Ma la ricetta dei Paesi scandinavi è un buon punto di partenza, la cui applicazione su scala globale comincia ad essere una realtà in determinati ambiti. C’è da sperare che questa tendenza continui, e che l’Europa e l’Italia sappiano farla propria».