Con questo articolo il professor Marco Santarelli avvia la collaborazione con greenreport.it

Parla l’esperto. Lo Sblocca Italia ci riporta nel Medioevo elettrico non solo per la scelta degli idrocarburi

[21 novembre 2014]

Secondo la relazione dell’Authority, nel 2013 l’Italia ha ridotto la sua dipendenza energetica dall’estero di circa il 5% in meno rispetto al 2012. Sono scese le importazioni del 2,2% e il mix produttivo ha registrato un calo di dipendenza da fonti fossili, quali carbone (-12,2%), gas (-6,5%) e petrolio (-5,2%).

Questi dati per una semplice riflessione d’impatto, vengono fuori da analisi sulla produzione di energia da fonti rinnovabili: si registra infatti un + 17% in tal senso. Gli incentivi che sono stati dati a chi sceglie tale strada sono stati di circa 10,7 miliardi di euro, di cui 10 sono venuti fuori dalla componente A3 che noi tutti paghiamo in bolletta.

Aggiungo anche che, secondo il rapporto di Terna, congiunto con GSE, in Italia, il fotovoltaico sta coprendo oltre l’8% della richiesta elettrica, l’eolico il 5,2% e il geotermico l’1,7%, a cui va aggiunto il contributo dei 7 TWh delle biomasse e degli oltre 36 TWh della fonte idrica. Sempre secondo il GSE, nel 2013 la produzione di energia elettrica da Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) ha superato i 112 tWh (+21% circa rispetto al 2012), arrivando a coprire circa un terzo del consumo interno lordo nazionale (34%), in netta crescita rispetto al 2012 (27%).

Redatto questo quadro le nostre riflessioni dovrebbero essere tutte positive e sposare in pieno gli obiettivi definiti nel 2007 dal Consiglio Europeo per il 2020 (cosiddetto “20-20-20”) il quale dichiara, tra le altre cose, che il fabbisogno nazionale deve essere coperto almeno del 20% da produzione di energia da fonti rinnovabili.

Come purtroppo ben sappiamo, ad oggi la posizione del nostro Paese su questi temi é tuttaltro che incoraggiante e positiva, sia per quanto concerne i dati, sia e soprattutto da un punto di vista politico e normativo.

Infatti, a dati così incoraggianti per il 2013, corrisponde nel 2014 una flessione dell’oltre il 4% ad investire da parte di cittadini ed enti su tali fonti.  Certo, il blocco degli incentivi (avvenuto nel 2013) e il passaggio dal V conto energia alle semplici detrazioni (fino al 50% fino al 31/12/2004) ha contribuito a rallentare il processo virtuoso che negli anni scorsi aveva portato i cittadini a trasformarsi da semplici utenti a produttori d’energia pulita.

A dare il colpo di grazia al progresso energetico in Italia, il Governo Renzi ha approvato un decreto legge, chiamato Sblocca Italia e diventato poi legge il 5 novembre, che permette trivellazioni a terra per l’estrazione di idrocarburi.

Tutto questo non é avvenuto senza scontri, o con tacito assenso o passivo dissenso da parte di oppositori ed esperti del settore: le “misure urgenti in materia di energia” del Governo Renzi hanno infatti scatenato la reazione di Movimento 5 Stelle e Greenpeace durante la votazione alla Camera e sono state contrastate da comitati ambientalisti, movimenti civili e amministratori locali, tanto che Legambiente, WWF e GreenPeace, oltre le proteste, hanno chiesto congiuntamente l’abrogazione dell’articolo 38 dello Sblocca Italia, senza peró che questo abbia sortito alcun effetto.

Gli scienziati hanno denunciato in una lettera pubblica al premier e ai ministri che “il decreto Sblocca Italia attribuisce un carattere strategico alle concessioni di ricerca e sfruttamento di idrocarburi, semplifica gli iter autorizzativi, toglie potere alle regioni e prolunga i tempi delle concessioni con proroghe che potrebbero arrivare fino a 50 anni”.

Non dimentichiamo inoltre l’estrazione del petrolio ha un elevatissimo impatto ambientale, legato sia all’attività normale di estrazione, che prevede esplorazioni sismiche, perforazioni e soprattutto scarti altamente inquinanti, sia agli inevitabili e purtroppo frequenti incidenti.

Aggiungo inoltre che le ricerche offshore invadono l’ambiente circostante (grazie alla manutenzione delle trivelle e pompe del sottosuolo) sia danneggiando i fondali ricchi di alghe, fondamentali nella catena alimentare marina, sia producendo effetti collaterali per la terra, che inquinandosi con prodotti chimici produce elementi e fattori nocivi, che ci espongono a tumori e malattie della pelle.

Personalmente credo che quanto avvenuto e le conseguenze che avrá nel nostro Paese sia dovuto non solo ad un problema politico e legato a lobby, ma anche ad un fattore fortemente culturale che rispecchia una mentalità tutta italiana legata al mantenimento della tradizione, anche a costo di ignorare innovazioni a basso costo e che realmente potrebbero cambiare le nostre vite. Ci sono dei meccanismi, sia politici che sociali, di controllo e di chiusura mentale, per i quali mettiamo in difficoltà chi ha spirito di iniziativa e vuole ad esempio costruire una casa totalmente autosufficiente, oppure bocciamo tecnologie nuove e a basso costo a favore di apparati molto costosi e già costruiti.

Pensiamo alla spesa pubblica: se lo Stato avesse una volontà seria di risanamento dovrebbe, per iniziare, a dotare le scuole, gli ospedali e le carceri di impianti alimentati da fonti rinnovabili, autosufficienti, creando anche sistemi di stoccaggio per fornire i servizi (con pulmini che portano ragazzi nelle scuole). Ad una spesa iniziale, ammortizzabile in massimo 5/6 anni, corrisponde un periodo lungo di incentivi e di energia pulita che fa bene alle tasche e alla comunità. Ci vuole meno burocrazia e più innovazione, voglia di rinnovare.

C’é poi un altro problema legato alla tecnologia e all’efficienza della rete e anche in questo caso le informazioni non sono coerenti e dobbiamo fare chiarezza. Da anni si stanno studiando soluzioni sul miglioramento del flusso dell’energia in rete e sulla trasmissione dell’energia senza cavi, mentre ancora sforniamo tecnologie inefficienti anche per la sola misurazione dei consumi dal contatore. Dovremmo puntare a migliorare questo aspetto al solo scopo di mettere in funzione diversi meccanismi, sfruttando lo scambio e il riutilizzo di energia.

Non ha senso continuare a finanziare tecnologie intelligenti (il palo, la panchina, ecc.), che sono capaci di farci anche il caffè, ma che non sono funzionali al luogo dove vengono ubicate e sono monouso, ovvero fanno una sola funzione mentre oggi attraverso le reti possiamo sfruttare un unico strumento per fare più cose contemporaneamente.

Se aggiungiamo il fatto che molti sistemi tecnologici poi non funzionano perché sono collegati a reti obsolete e degli anni Trenta, il problema si amplifica ancora di più.

Quindi, oltre a disincentivare azioni scellerate che vanno, come detto sopra, contro la tendenza europea, dobbiamo unirci in una linea comune, da far condividere anche ai maggiori esperti che emanano i decreti, che si punti non solo alla produzione di energia da fonti rinnovabili, ma soprattutto a nuove forme di ottimizzazione dell’energia in eccesso.

Non bisogna infatti dimenticare che l’energia – quella eolica é un buon esempio (soprattutto in alcune regioni come Piemonte, Lombardia, Abruzzo, Molise, Liguria, Trentino) – produce grandi picchi, tanto da avere tanta disponibilità, che molte volte va anche oltre il vero fabbisogno energetico nazionale. Paradossalmente, se si investisse sul miglioramento, si potrebbe far a meno di trovare ulteriori soluzioni per la produzione.

Risulta quindi chiaro che quello di cui abbiamo bisogno sono nuovi sistemi di monitoraggio e reti intelligenti, in cui non si vada a gravare su spesa pubblica per cose di ultimo grido che poi non funzionano, ma si trovino soluzioni congrue con il contesto dove si va ad intervenire, cercando per prima cosa di sistemare gli strumenti vecchi e di far funzionare li sistemi pre-esistenti, per un corretto riutilizzo. Sul territorio bisogna condurre un tipo di analisi complessa, che tenga conto dei diversi fattori in maniera complessiva, non slegata.

Mi spiego meglio: i tre indicatori standard – produzione di energia elettrica della zona, consumi di energia elettrica della zona, percentuale di energia da fonti rinnovabili – non devono essere studiati come numeri singoli e aridi, ma per dare un quadro complessivo della situazione, soprattutto per quanto riguarda la terza voce, la quale deve essere condizione di partenza, propedeutica rispetto a qualsiasi argomentazione seria sull’ambiente. La produzione da fonte rinnovabile è, in altri termini, una cosa che viene presentata come atteggiamento e intervento virtuoso, mentre dovrebbe essere la normalità e la base di partenza per qualsiasi discorso sull’energia.

Voglio anche aggiungere che non si può pensare di far convivere il petrolio o il carbone con le energie “distribuite” e “rinnovabili”, in quanto stiamo parlando non solo di tecnologie differenti, ma soprattutto di un approccio culturale diverso: le prime sono fonti da trovare con investimenti finanziari, in quanto non presenti in natura, mentre le attuali energie distribuite le abbiamo dall’ambiente e sono gratuite. Se pensiamo che solo il Piemonte (per oltre il 36%) mostra un’incidenza della produzione di energia elettrica coperta da fonti rinnovabili sul totale dei consumi superiore alla media nazionale, possiamo tranquillamente affermare che per nessun motivo ha più senso firmare accordi sull’estrazione del petrolio, né in Piemonte, né in altre parti d’Italia. Questo discorso dovrebbe valere per qualsiasi Stato all’avanguaria, che guardi al progresso come ad un processo che involve sempre maggiore attenzione all’impatto delle nostre azioni sull’ambiente, ed in particolare in uno Stato come l’Italia, quasi privo di idrocarburi fossili, ma ricco di sole e (potenziale) energia pulita per tutti.

Marco Santarelli, 

Direttore Ricerca&Sviluppo, Network – Istituto internazionale di Alti studi per Infrastrutture critiche e Energie del futuro” Associato per enti di ricerca internazionali

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