Campagna per la difesa civile non armata e non violenta

Un passo di Pace, le proposte tematiche del nuovo pacifismo italiano

Il 21 settembre manifestazione nazionale contro le guerre a Firenze

[19 settembre 2014]

Di fronte alla drammatica crisi economica e sociale del Paese, che sostanzialmente non ha sforato lo strumento militare, vogliamo fare un passo in avanti, promuovendo congiuntamente la Campagna per la difesa civile e nonviolenta, lanciando la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.

Un Dipartimento che comprenda i Corpi civili di pace e l’Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo e che abbia forme di interazione e collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile, il Dipartimento dei Vigili del Fuoco ed il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale. Si tratta di dare finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra, e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale, cioè la realizzazione di una difesa civile alternativa alla difesa militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi.

Obiettivo della Campagna è quello di dare uno strumento in mano ai cittadini per far organizzare dallo Stato la difesa civile, non armata e nonviolenta – ossia la difesa della Costituzione e dei diritti civili e sociali che in essa sono affermati; la preparazione di mezzi e strumenti non armati di intervento nelle controversie internazionali; la difesa dell’integrità della vita, dei beni e dell’ambiente dai danni che derivano dalle calamità naturali, dal consumo di territorio e dalla cattiva gestione dei beni comuni – anziché finanziare cacciabombardieri, sommergibili, portaerei e missioni di guerra, che lasciano il Paese indifeso dalle vere minacce che lo colpiscono e lo rendono invece minaccioso agli occhi del mondo. Lo strumento politico della legge di iniziativa popolare vuole aprire un confronto pubblico per ridefinire i concetti di difesa, sicurezza, minaccia, dando centralità alla Costituzione che “ripudia la guerra” (art. 11), afferma la difesa dei diritti di cittadinanza ed affida ad ogni cittadino il “sacro dovere della difesa della patria” (art. 52).E’ un principio che non è mai stato attuato davvero, perché per difesa si è sempre e solo intesa quella armata, affidata ai militari. Dobbiamo riappropriarcene. Le grandi battaglie per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza e del servizio civile iniziate fin dal dopoguerra hanno portato al riconoscimento nel nostro ordinamento giuridico che la difesa della patria è molto più articolata ed estesa di quella semplicemente militare. Noi oggi sappiamo che la difesa della patria è difesa della vita, dell’ambiente, del territorio, dei diritti, della dignità, della pace, del lavoro. Per difendere davvero questi beni comuni servono strumenti adeguati, quelli della nonviolenza.

Il finanziamento della nuova difesa civile dovrà avvenire grazie all’introduzione dell’”opzione fiscale”, cioè la possibilità per i cittadini, in sede di dichiarazione dei redditi, di destinare una quota pari al sei per mille dell’imposta sul reddito delle persone fsiche all’incremento della copertura delle spese di funzionamento del Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta ed al finanziamento delle attività dei Corpi Civili di Pace e dell’Istituto di ricerca sulla Pace e il Disarmo La Campagna (promossa da Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Forum Nazionale per il Servizio Civile, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci !, Tavolo Interventi Civili di Pace) è stata presentata il 25 aprile a Verona in Arena di pace e disarmo e viene lanciata in occasione della manifestazione nazionale “Facciamo insieme un passo di pace” il 21 settembre a Firenze. La raccolta delle 50.000 firme necessarie per depositare alla Camera la Proposta di Legge di iniziativa popolare (il cui titolo è già stato registrato alla Corte di Cassazione e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale) inizierà il 2 ottobre 2014, Giornata internazionale della Nonviolenza, e si concluderà dopo 6 mesi.

Nell’ottica di costruire alternative all’uso della forza in particolare durante le crisi internazionali, sosteniamo l’urgenza di organizzare Interventi Civili di Pace in zone di confitto, tramite Corpi di volontari e operatori professionali. Questi sostengono, in qualità di terze parti, gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei confitti. L’obiettivo degli interventi è la promozione di una pace positiva, intesa come cessazione della violenza ma anche come affermazione di diritti umani e benessere sociale. Chiediamo alle istituzioni il riconoscimento dell’impegno civile e la valorizzazione del patrimonio di esperienze maturato dalla società civile italiana in questo campo soprattutto dagli anni 90 durante le guerre nei Balcani e in Medio Oriente. I risultati prodotti sul campo dagli operatori di pace, pur in assenza di una formazione strutturata per mancanza di risorse, hanno evidenziato come si possano proteggere efficacemente vita e sicurezza dei civili senza imbracciare armi. Proprio la scelta nonviolenta e la netta distinzione dai contingenti militari rendono credibile l’indipendenza e la non-partigianeria dei Corpi Civili di Pace (CCP), e consentono loro di declinare la costruzione della pace in una ampia gamma di attività, da attuarsi non solo nella fase di prevenzione ma anche durante e dopo lo scoppio del confitto: monitoraggio dei diritti umani e denuncia delle violazioni, monitoraggio elettorale, sostegno ai processi di pace e riconciliazione, mediazione, facilitazione e costruzione della fiducia tra le parti, interposizione non armata, accompagnamento nonviolento di difensori dei diritti umani e attivisti per la pace, educazione alla pace, formazione e sostegno alla società civile locale

che lavora per la trasformazione nonviolenta dei conflitti, lavoro di pace nell’aiuto umanitario.

Il Tavolo Interventi Civili di Pace, col sostegno e in collaborazione con le reti promotrici di “un passo di pace”, si impegna a lavorare in rete con società civile, mondo della ricerca e istituzioni per rendere gli interventi sempre più effcaci e sostenibili, e implementare questa proposta anche a livello europeo.

Chiediamo alle istituzioni i seguenti passi di pace:

  • Avviare quanto prima la sperimentazione di Corpi Civili di Pace tramite il Servizio Civile Italiano, come approvato in legge fnanziaria già a dicembre 2013
  • Accogliere la proposta della Campagna Difesa Civile, che prevede l’istituzione di Corpi Civili di Pace in un apposito dipartimento, assieme a un Istituto Nazionale di Ricerche su Pace e Disarmo che orienti gli interventi e la formazione dei CCP
  • Ammettere il peacebuilding civile tra le attività proprie della cooperazione allo sviluppo, come da linee guida OECD-DAC, modificando in tal senso la nuova legge della cooperazione • Incoraggiare sperimentazioni di CCP a livello europeo, similarmente a quanto fatto in campo umanitario con i nuovi European Voluntary Humanitarian Aid Corps, in base alle esperienze sviluppate e raccolte nell’ambito della rete EN-CPI (European Network of Civil Peace Interventions)
  • Promuovere nell’Unione Europea la dimensione civile della Politica di Sicurezza e Difesa Comune, valorizzando il ruolo della società civile, affnchè la sicurezza umana dei cittadini europei non dipenda esclusivamente dal progetto di un esercito unico. Tale sviluppo dovrebbe tenere in debito conto le raccomandazioni proposte dallo European Peacebuiling Liaison Offce
  • Lanciare un programma formativo nazionale di educazione alla pace e alla nonviolenza, come parte integrante delle attività curricolari per la cittadinanza attiva e la convivenza civile. Eliminare tutte le forme di promozione delle attività militari all’interno delle scuole di ogni ordine e grado.

Il 3 ottobre 2013 366 migranti sono morti nei pressi di Lampedusa nel tentativo di raggiungere le coste dell’Europa. Tra di loro molte donne e molti bambini. E’ solo la più grave delle numerose stragi che attraversano il Mediterraneo: sono 1.980 le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo solo nei primi

otto mesi del 2014. Le guerre e le numerosi crisi internazionali in corso causano migliaia di vittime civili nei paesi di origine, ma costringono anche milioni di persone a fuggire dal rischio di torture, persecuzioni e di perdere la propria vita. I profughi siriani che hanno abbandonato il proprio paese hanno raggiunto a fne agosto 2014 i 3 milioni, mentre sono i 51,2 milioni i profughi e gli sfollati in tutto il mondo (dati UNHCR). Si tratta di persone che sono costrette a cercare protezione internazionale in un paese diverso da quello di origine. Non solo, ma anche, in Italia e in Europa.

Le politiche del rifiuto hanno assunto sino ad oggi come priorità il controllo delle frontiere e il contrasto delle

migrazioni “illegali” causando la morte di migliaia di persone. Ma anni di chiusura delle frontiere, di controllo

dei mari, di respingimenti illegittimi, di detenzioni arbitrarie, di violazioni dei diritti umani non hanno fermato

gli arrivi dei migranti e delle persone che cercano protezione internazionale in Europa. La garanzia del diritto di asilo, la promozione di politiche di accoglienza e di inclusione sociale dei profughi e dei rifugiati devono dunque diventare una priorità del governo italiano e dell’Unione Europea. Le politiche di cooperazione con i paesi “terzi” non possono essere subordinate alla loro collaborazione nel controllo delle frontiere esterne e nelle attività di contrasto dell’immigrazione “irregolare”. L’Italia e l’Europa possono avere un futuro solo se rifiutano ogni forma di discriminazione e ripudiano la xenofobia e del razzismo.

Chiediamo dunque al Governo italiano e alla Unione Europea di:

  1. Garantire il diritto di arrivare e di chiedere asilo a) facilitando l’ingresso “legale” per motivi di lavoro e di ricerca di lavoro; b) riformando il Regolamento Dublino III con l’abolizione dell’obbligo di presentare richiesta di asilo nel primo paese europeo di arrivo; c) aprendo, con il coinvolgimento delle Nazioni Unite, canali di ingresso protetto per le persone bisognose di protezione internazionale; d) rafforzando le operazioni di soccorso in mare per evitare che migliaia di persone perdano la vita nel Mediterraneo.
  2. Applicare la Direttiva Europea sulla Protezione temporanea (2001/55/CE) La Direttiva prevede la possibilità di offrire una tutela immediata e temporanea alle persone sfollate quando vi è il rischio che, a causa dell’intensificarsi degli arrivi, il sistema di asilo non possa farvi fronte senza effetti pregiudizievoli per il suo corretto funzionamento e per i diritti delle persone coinvolte (Art.2).
  3. Sospendere gli accordi esistenti con i paesi terzi che non offrono adeguate ed effettive garanzie del rispetto dei diritti umani. La stipulazione di nuovi accordi con paesi terzi dovrebbe essere subordinata

alla garanzia del diritto di asilo, al divieto di espulsioni collettive e all’impegno al rispetto del principio di

non-refoulement.

  1. Uniformare gli standard di accoglienza di profughi e richiedenti asilo in tutti i paesi europei e giungere ad una programmazione comune e coordinata dell’accoglienza che consenta di ripartirne le

responsabilità tra tutti i paesi membri. In particolare occorre evitare il ricorso a strutture di accoglienza grandi che producono separazione e stigmatizzazione, oltre che sprechi di risorse pubbliche e forme di illegalità diffusa.

  1. Ratificare la Convenzione sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie e delle

Convenzioni OIL n° 47 e n° 143. La Convenzione sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie è stata adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 18 Dicembre del 1990 ma non è stata ancora ratifcata da parte di nessun paese europeo. La piena garanzia di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori migranti (tutela contro lo sfruttamento e il lavoro forzato, libertà personale e sicurezza sul lavoro, diritto all’assistenza medica, diritto all’istruzione dei figli, diritto all’unità familiare) è, in assenza della ratifica della Convenzione, compromessa. Come pure le convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, a protezione dei lavoratori migranti, a tutt’oggi ratificate solamente da un ristrettissimo numero di stati membri dell’UE.

  1. Chiudere i centri di detenzione Tutti i paesi europei si sono dotati di strutture di detenzione presidiate dalle forze dell’ordine nelle quali vengono detenuti i migranti senza documenti in attesa del loro rimpatrio nel paese di origine per un periodo che può raggiungere i 18 mesi. Spesso si tratta di richiedenti asilo e/o di minori. La detenzione amministrativa non ha alcuna efficacia sulla riduzione della presenza dei migranti senza documenti, è all’origine di numerose violazioni di diritti umani fondamentali e comporta un cospicuo investimento di risorse pubbliche che potrebbero essere meglio investite nelle politiche di accoglienza e di inclusione sociale.

7 Garantire i diritti di cittadinanza E’ necessario facilitare l’acquisizione della nazionalità del paese di residenza ai cittadini di paesi terzi stabilmente presenti in Italia e in Europa e riconoscere il loro diritto di partecipare alle decisioni che riguardano la vita della comunità nella quale risiedono attraverso l’introduzione del diritto di voto attivo e passivo almeno amministrativo.

 

Le reti promotrici di “Un Passo di Pace”