Si accende il dibattuto attorno a un nuovo studio delle università di Cambridge, Essex ed Exeter

Pensa alla salute. Nei paesi ricchi la crescita del Pil da sola non porterà maggior benessere

Negli Uk le malattie della civiltà moderna costano il doppio del budget del Servizio sanitario nazionale

[23 febbraio 2015]

Sta facendo molto discutere nei Paesi anglosassoni l’articolo “Boost health, well-being and prosperity – not economic growth!”, pubblicato originariamente su The Conversation – e poi ripreso da diversi quotidiani e periodici, compreso The Ecologist – e firmato da Jules Prett, che insegna ambiente e società all’università di Essex, e della quale è anche Deputy Vice-Chancellor.

Prett non parla di “decrescita”, ma di una diversa crescita felice quando scrive: «Gli aumenti del prodotto interno lordo (Pil), al di là della soglia dei bisogni fondamentali, non comportano ulteriori aumenti del benessere:  questo è ampiamente supportato dalla ricerca. Sappiamo anche che la crescita economica indefinita è impossibile in un mondo finito. Eppure la crescita economica convenzionale, guidata dal crescente consumo di materia, resta un obiettivo primario della politica dei governi di tutto il mondo. Se vogliamo veder migliorare il benessere e la salute, dovrebbero essere perseguite  politiche che promuovano un’economia più verde. Ridefinire ciò che pensiamo come prosperità, favorendo il consumo di beni e servizi verdi –  e allontanandoci dall’enfasi sul consumo di materia – potrebbe far risparmiare denaro ai governi, così come portare ad una vita migliore per i loro cittadini».

Riecheggiano in queste parole molte delle riflessioni pubblicate e ospitate anche su greenreport.it. Prett non butta via con l’acqua sporca della cattiva crescita il buon concetto di sviluppo, e sottolinea che «la crescita del Pil ha portato con sé miglioramenti sostanziali su diversi fronti: dai servizi medici agli accertamento dei reati, migliori trasporti e alloggi e, sempre di più, l’adozione di fonti di energia rinnovabili. Questo ha contribuito a far aumentare l’aspettativa di vita media in modo significativo e a far abbassare il tasso di mortalità al di sotto dei cinque anni di età. Ma il benessere e la soddisfazione per la vita sembrano avere picco con un Pil più basso e non aumentano quando il Pil cresce ulteriormente».

Per sostenere la sua teoria, Prett presenta il grafico che pubblichiamo e che mostra un chiaro limite tra consumi e Pil, una soglia superata la quale un ulteriore arricchimento non ci fa essere anche più felici; il tutto, naturalmente, parlando di medie.

Il recente studio “Improving health and well-being independently of GDP: dividends of greener and prosocial economies”, pubblicato sull’International Journal of Environmental Health Research da un team delle università di Essex, Cambridge ed Exeter, guidato da Prett, si occupa proprio di come si può migliorare la salute e il benessere della società e come questo si relaziona con la crescita del Pil. I risultati dimostrano una volta di più che «il consumo di materia porta con sé effetti collaterali non voluti e costosi. Ciò significa che deve essere perseguita una crescita che si concentri sul miglioramento della salute e del benessere, invece di una crescita fine a se stessa».

E’ un cambio di paradigma necessario, che rimetta al centro l’uomo e la società in un mondo in crisi ecologica ed economica, ma anche la convinzione che “un’altra crescita è possibile” e che parte dal risparmio, dal riciclo e dal riuso delle materie prime.

Prett parte da una constatazione che ha del paradossale: l’aumento del Pil ha allungato la durata della vita media, portando però anche nuovi e prima sconosciuti problemi di salute e costi sanitari. Nell’altra tabella che pubblichiamo, il team di Prett ha calcolato i costi per i sistemi sanitari e l’economia della Gran Bretagna che derivano dai nuovi stili di vita consumistici; ne viene fuori che i costi di disturbi mentali, demenze, obesità, inattività fisica, diabete, solitudine e malattie cardio-vascolare (incluso l’ictus) è pari a 60 miliardi di sterline all’anno; il costo complessivo per l’intera economia è di circa 180 miliardi di sterline all’anno (cioè il 18,6% del Pil britannico), mentre la revenue expenditure  delle 248 National Health Service trust nel 2011-12 era di 102 miliardi di sterline.

Prett non nasconde che ci siano enormi risparmi che si possono ottenere in relazione a queste spese sanitarie, soprattutto con la prevenzione, che potrebbero portare a una riduzione del 6-10% dei costi, come ha sottolineato anche il Chief medical officer della Gran Bretagna, ma sottolinea che si tratta di un dilemma politico: «Cosa è giusto, o cosa è opportuno? Nei paesi ricchi, sono stati fatti alcuni sforzi per spostare i comportamenti individuali verso un maggiore benessere. Ma in generale lo si è fatto in casi limitati, per esempio legiferando in favore della benzina senza piombo e per i divieti di fumo. Oppure sono suggerimenti riguardano solo piccoli sottogruppi della popolazione – come le raccomandazioni per l’attività fisica regolare e il consumo giornaliero di frutta e verdura», ma il problema vero appare un altro.

«I policymaker sono di fronte a un dilemma: ridurre il consumo di materia per salvare il pianeta mina un’economia fondata sul consumo continuo. Eppure consumo continuo di materia ai prezzi correnti, portato avanti per sostenere l’economia, è chiaramente costoso e sta distruggendo il pianeta».

La ricerca del team dimostra che da un’economia più verde e più sana potrebbero arrivare sostanziosi vantaggi economici : «Invece di favorire la crescita del consumo di materiali, dovremmo consumare in un modo che sia ecologicamente sostenibile – sottolinea Prett –  Questo non solo a beneficio del pianeta, ma della nostra salute e di un maggior benessere. L’Environment Programme dell’Onu definisce la green economy come  “risultante dal benessere umano e dall’equità sociale, riducendo in modo significativo i rischi ambientali e le scarsità ecologiche“. Promuovendola ci sono chiari benefici, sia finanziari sia per la salute. Incoraggiare un consumo ambientalmente sostenibile, invece del consumo indiscriminato di tutti i materiali, è un aspetto importante della creazione di una green economy. Questa deve essere incentrata su attività che producano  un maggiore benessere, come il cibo sano, l’impegno costante per la natura, una regolare attività fisica, l’uso della contemplazione, migliorando i legami sociali e aumentando l’attaccamento ai beni e luoghi».

Quindi una economia verde che metta al centro gli esseri umani e i loro diritti e bisogni, non il capitalismo finanziario, la presa d’atto che questo  modello di produzione e consumi, quella che Papa Francesco chiamerebbe l’economia dello scarto, non funziona più e non ci rende più felici e nemmeno soddisfatti.

Prett scende nei particolari dei singoli comportamenti: «Sappiamo che gli ambienti sociali e fisici possono  promuovere la buona salute, e c’è una crescente evidenza che dimostra che il comportamento a livello individuale possa dare un contributo significativo al benessere. Ad esempio, una regolare attività fisica, come camminare, ritarda l’insorgenza della demenza; oppure, i  volontari vivono più a lungo  rispetto ai non-volontari. E’ stato calcolato che la solitudine fa male alla nostra salute  come fumare 15 sigarette al giorno, mentre mangiare una o più volte al giorno frutta e verdura migliora la salute».

Ridurre tutto ai singoli “virtuosismi” sarebbe però solo un bel modo per pulirsi la coscienza, senza grandi ed effettivi riflessi sullo stato di salute dell’ecosistema (ambientale o economico che sia). Lo scienziato britannico conclude infatti tornando alla società nel suo insieme, e all’impellente bisogno di un cambiamento di paradigma: «E’ ormai chiaro che le disuguaglianze sanitarie e sociali impediscono a molte persone di condurre una vita sana. Ora dobbiamo dare priorità al miglioramento del benessere per tutti i membri della società, incoraggiando stili di vita sani, viaggi attivi, creando ambienti vivibili dei quali le persone possano godere, e aumentare il capitale sociale  per tutti. Un’economia più verde è un’economia migliore. Potrebbe contribuire molto a salvare il pianeta».