Per ARPAT arriva la fine del mandato di direzione: il bilancio di Giovanni Barca

Il 30 giugno il direttore generale lascerà il suo incarico, iniziato il 1° aprile 2011 e giunto a scadenza

[24 giugno 2015]

Giovanni Barca

Con che stato d’animo si avvia a concludere la sua esperienza di direttore generale di ARPAT?

«Con la convinzione che in questi anni ho avuto l’opportunità di completare la mia lunga esperienza professionale in campo ambientale in una posizione di responsabilità che, credo, mi abbia permesso di conseguire importanti risultati. Dopo aver svolto in Regione funzioni di indirizzo e programmazione, mi sono misurato con l’impegno diretto sul campo per il controllo delle matrici ambientali e la diffusione delle informazioni sull’ambiente. Voglio ringraziare il Presidente Rossi e l’Assessore Bramerini di aver pienamente riconosciuto il mio ruolo e l’autonomia dell’Agenzia, riconoscendone così la terzietà e l’autorevolezza».

Può provare a sintetizzare i risultati del suo mandato?
«Abbiamo dato completa attuazione alla legge di riforma dell’Agenzia (n.30/2009) con una nuova organizzazione di ARPAT. Si sono consolidate e rafforzate le prestazioni assicurate per i tre compiti istituzionali fondamentali: il controllo, l’assistenza tecnica agli enti locali, l’informazione ambientale. Tutto questo realizzando, al contempo, importanti interventi di riduzioni dei costi dell’Agenzia».

Come si è trovato a lavorare in ARPAT?
«Come mi auguravo, sono riuscito a costruire una squadra di persone professionalmente ed umanamente ottime. Con il direttore tecnico, il direttore amministrativo e diversi di coloro che hanno ricoperto ruoli chiave in questi anni abbiamo trovato una piena sintonia ed abbiamo lavorato in armonia e comunanza di obiettivi. Voglio ringraziarli, convinto che la loro elevata professionalità potrà essere utile anche a chi mi succederà in questo incarico».

Ha iniziato il suo incarico con una riorganizzazione e lo finisce prevedendo una nuova, che ne dice?
«In meno di un anno dal mio insediamento abbiamo attuato una riorganizzazione importante dell’Agenzia, che ci ha permesso di affrontare brillantemente anche situazioni del tutto impreviste (una per tutte l’emergenza Costa Concordia). Le risorse sempre più scarse a disposizione della pubblica amministrazione impongono anche all’Agenzia ulteriori “dimagrimenti”, che comunque si sarebbero verificati se non ci fosse stata la riforma del sistema pensionistico nel 2011. Abbiamo previsto un esodo contenuto (rispetto a quanto si sarebbe potuto fare) di dirigenti e ridottissimo di personale del comparto. Siamo convinti che la nuova riorganizzazione, che abbiamo ipotizzato, ma che toccherà alla nuova Direzione decidere compiutamente, potrà assicurare maggiori livelli di efficienza nell’azione dell’Agenzia, mantenendone l’efficacia».

A distanza di quattro anni come è cambiato il ruolo dei dirigenti in ARPAT?
«Lascio l’Agenzia con una importante riduzione del numero dei dirigenti ed il raggiungimento di un rapporto dirigenti/comparto di 1/8: la metà di quello esistente nei Dipartimenti di Prevenzione delle ASL (affini all’Agenzia e con analogo contratto). Questo ha comportato di valorizzare sempre di più il loro ruolo gestionale e decisionale. Quindi, posso dire, di averne favorito una maggiore responsabilizzazione, senza sacrificare per questo l’importante capacità professionale che posseggono. Si tratta di un gruppo dirigenti che, per lo più, si è saputo rinnovare e che può portare ancora più avanti l’Agenzia nei prossimi anni».

E del personale del comparto?
«Ho avuto conferma delle elevate qualità e professionalità esistenti. Ho un rammarico, quello di non aver potuto in questi anni, istituire figure intermedie rispetto a quelle dirigenziali (le posizioni organizzative) che avrebbero favorito la crescita dei più meritevoli. Penso che costituisca un impegno per la prossima Direzione».

Come è andata con i sindacati?
«Francamente speravo di meglio. Quando mi sono insediato pensavo di riuscire a dar vita ad una sorta di partnership, coinvolgendo i sindacati in un rapporto di collaborazione che permettesse non solo la “pace sindacale”, ma un loro ruolo attivo per il rinnovamento di ARPAT. Non ci siamo riusciti. Ci sono stati momenti di scontro, anche se minori rispetto alla precedente gestione, ma avremmo potuto fare meglio».

E con gli enti locali?
«La legge 30/2009 ha previsto un meccanismo di programmazione nel quale gli enti locali (province e comuni) dovevano essere motore decisivo. Purtroppo così non è stato. Da una parte per i problemi derivanti dalle risorse sempre più scarse, in parte per la revisione istituzionale in corso (con l’abolizione delle province) non ho visto grandi apporti in positivo e con aperture lungimiranti da parte degli enti locali. Certo, ci sono state eccezioni e molte occasioni positive di collaborazione, ma non un contributo fattivo ed innovativo nella programmazione dell’Agenzia, come ci aspettavamo. Con il riordino delle province anche il sistema di relazione tra ARPAT ed enti locali andrà rivisto».

E con la società civile?
«Per le occasioni istituzionali previste dalla legge 30/2009, non posso dire molto di più rispetto a quanto affermato sopra riguardo agli enti locali. Al di fuori di questi momenti direi che riguardo alle associazioni ambientaliste abbiamo vissuto una sorta di “convergenze parallele”, cioè – di fatto – una vicinanza di obiettivi nell’interesse della salvaguardia dell’ambiente, ma non grandi occasioni di collaborazione diretta. Con le categorie economiche e le imprese, abbiamo registrato importanti occasioni di confronto, ma anche molte incomprensioni. Troppo spesso si è “letto” l’operato dell’Agenzia finalizzato al rispetto delle norme ambientali, come un freno per l’impresa. Al contrario, vorrei che i nostri interlocutori facessero propria una convinzione che ho maturato dopo oltre 30 anni di lavoro in campo ambientale, e cioè che non c’è sviluppo economico senza rispetto dell’ambiente».

Le leggi ambientali sono complesse, voi cosa avete fatto in questo campo?
«E’ vero, non c’è dubbio che è indispensabile da parte del legislatore assicurare una maggiore qualità normativa. Da parte nostra abbiamo sviluppato con decisione un’azione sistematica di indirizzo tecnico affinché tutte le nostre strutture ed i nostri operatori si comportassero in modo analogo davanti a fattispecie simili. Molto è stato fatto ma c’è ancora tanto lavoro da fare in questa direzione».

Cosa avete fatto nell’ambito del sistema delle agenzie ambientali (SNPA)?
«Abbiamo svolto un ruolo attivo e propositivo sia nell’ambito degli organi del SNPA che in AssoArpa. Il problema vero è che ancora il Parlamento non riesce a varare la legge che istituisce il SNPA (approvata all’unanimità dalla Camera nell’aprile 2014 e da allora all’esame della Commissione Ambiente del Senato, NdR). In ogni caso sono ancora più convinto che c’è bisogno di un forte SNPA, che svolga funzioni il più possibili simili a quelle di una autorità ambientale indipendente.
La costituzione, a cui abbiamo contributo, di AssoArpa con una propria personalità giuridica, è un passo importante per dotare le agenzie di uno strumento utile per affrontare una serie di problematiche non affrontabili in sede di SNPA (ad esempio le questioni sindacali e/o di possibili sinergie per acquisti collettivi)».

Ha verificato i punti di forza e di debolezza dell’Agenzia?
«Questa esperienza mi ha confermato nell’idea che avevo quattro anni fa. Personale e laboratori sono le risorse fondamentali di cui dispone l’Agenzia. Riguardo alla ricchezza del personale, c’è tuttavia bisogno di operare per fare un salto di qualità in termini di integrazione e di lavoro di squadra al di là delle strutture e dei territori, facendo in modo che le diverse professionalità ed esperienze presenti in Agenzia, con punti di vista diversi, lavorino sempre di più insieme per affrontare i problemi ad un livello più avanzato. Questo significa rompere compartimentazioni stagne e separazioni (anche contrattuali) che rappresentano un freno anacronistico. Ho avuto la conferma che il sistema informativo costituisce un punto migliorabile per ARPAT. Qualcosa siamo riusciti a fare, ma la rapidità con cui si muove il mondo esterno fa sì che ogni passetto avanti fatto in questo campo non serva a ridurre la distanza con quello che succede fuori in termine di innovazione. Forte centralizzazione sul Direttore Generale e altrettanto forte tendenza centrifuga delle strutture locali, questo era il modello che ho trovato. Abbiamo lavorato molto per cambiarlo radicalmente, costruendo una governance più moderna ed adeguata ai tempi. Non un uomo solo al comando e poi “governatori locali” dalle mani libere, ma una gruppo dirigente che opera in modo coordinato come una sola squadra. Anche qui abbiamo raggiunto risultati importanti, ma su cui occorre insistere».

L’Agenzia è riuscita ad affermare la sua terzietà?
«Sicuramente questa è stata costantemente la bussola della nostra Direzione in questi anni. Penso che abbiamo dato numerosi segni tangibili di questo impegno. I ricorsi che ci vengono fatti, anche con richieste danni, da più parti, ne sono una testimonianza. Aggiungo che un aspetto essenziale che è servito a rafforzare la terzietà di ARPAT è stato l’impegno per la trasparenza e l’informazione ambientale. Mettere a disposizione di tutti dati e notizie di cui disponiamo costituisce un modo molto concreto ed efficace di essere terzi, ed al contempo ci costringe ad interrogarci e ad essere chiari».

E la comunicazione?
«E’ uno dei campi che in questi anni mi ha dato più soddisfazioni. Basti dire che i visitatori del sito ARPAT sono quasi triplicati in quattro anni. Chiunque può verificare il lavoro fatto, navigando nel nostro sito Web, leggendo ARPATnews, seguendo i nostri Tweet o sfogliando l’Annuario dei dati ambientali. Abbiamo fatto grossi sforzi non per fare pubblicità ad ARPAT, ma per comunicare ed informare su quanto ogni giorno i nostri operatori fanno per la salvaguardia dell’ambiente in Toscana; per condividere con tutti, notizie, informazioni, studi, immagini sull’ambiente, contribuendo concretamente a fare cultura ambientale».

Sulla Carta dei Servizi e LEPTA?
«La Carta dei Servizi prevista dalla legge regionale 30/2009 costituisce un’anticipazione dei Livelli Essenziali di Prestazioni di Tutela Ambientale previsti dalla legge che istituirà il SNPA.
Il punto critico di tutto ciò è che occorre maturare a livello nazionale la consapevolezza che è indispensabile definire risorse certe ed adeguate per assicurare il funzionamento del SNPA, per garantire un livello adeguato di tutela ambientale del nostro Paese. Se oggi il bilancio di tutte le agenzie ambientali messe insieme è pressappoco quello di una ASL di medie dimensioni come quella di Pisa, cosa ci possiamo aspettare? Per questo è indispensabile che l’ambiente conquisti un’attenzione che ora ha poco peso nell’agenda politica. Il mancato coordinamento a livello nazionale della fase attuativa del riordino delle province, che hanno tante competenze ambientali, non è certo un esempio di un progetto chiaro e unitario su tutto il Paese».

Quanto le è pesata la spending review in questi anni?
«I numeri della nostra gestione, con una riduzione di circa il 10% dei costi ed il mantenimento (ed ampliamento) dei livelli di prestazione, sta a dimostrare che si può lavorare concretamente per rendere più efficienti queste strutture. Certo, non è possibile continuare così all’infinito. Agenzie come ARPAT che hanno un bilancio sano, una gestione oculata delle risorse pubbliche non possono essere oggetto di pesanti restrizioni. Il rischio è che si inneschino processi involutivi pericolosi. Dovranno essere garantiti il finanziamento per il rinnovo delle attrezzature, nonché un corretto turn-over del personale. D’altra parte mi si permetta di dire che, pur ritenendo necessario rivedere il sistema di valutazione dei dirigenti, è anche necessario riconoscere al personale pubblico che lavora e che lavora bene che non è possibile congelare i contratti da oltre 7 anni.  Per cambiare “verso” al Paese c’è bisogno di una amministrazione pubblica più forte ed efficiente, con dirigenti e personale capaci e motivati. Per avere ciò occorrono scelte politiche che ne tengano conto».

di ARPAT