Per non dimenticare Chernobyl ed aiutare davvero i bambini bielorussi

[24 giugno 2014]

Sono passati quasi trent’anni dall’incidente della centrale nucleare di Chernobyl e ancora milioni di persone vivono in zone altamente contaminate dalla radioattività prodotta dall’esplosione di quel 25 aprile 1986.

Gran parte della nube radioattiva che si liberò dall’esplosione del reattore della centrale ucraina, ricadde per effetto dei venti in Bielorussia, contaminandone il 70% del territorio con radionuclidi come lo iodio-131, lo stronzio 89-90 e il cesio-134 e 137. Isotopi radioattivi prodotti dalla fissione dell’atomo di altrettanti elementi che fanno parte della nostra catena alimentare  e di cui, come nel caso dello iodio il nostro organismo ha bisogno. E’ per questo motivo che una volta che questi isotopi radioattivi sono dispersi nell’ambiente, possono essere facilmente assorbiti dall’organismo non solo attraverso l’aria ma tramite l’acqua o il cibo e poi accumularsi in qualche organo bersaglio come la tiroide o le ossa. Il cesio 137, ad esempio, è un isotopo del cesio e come tale è un radionuclide a lunga vita, con un tempo di dimezzamento di circa 30 anni. L’accumulo di cesio 137 nell’organismo è una delle principali minacce per la salute delle popolazioni che vivono nelle aree contaminate dal disastro di Chernobyl: in queste aree vivono intere famiglie in situazioni di assoluta indigenza e che  per sopravvivere non possono fare a meno di mangiare e bere cibo e acqua fortemente radioattivi: la conseguenza è un abbassamento delle difese immunitarie e l’insorgenza di patologie tumorali, soprattutto nei bambini.

È per questo che dalla presa di coscienza di quel disastro umanitario, in Italia e in altri paesi europei, vengono organizzati soggiorni a scopo terapeutico per i “bambini di Chernobyl”.

Uno o due mesi lontani dalle aree contaminate, con la possibilità di eseguire controlli medici, seguire un’alimentazione equilibrata, possono ridurre il rischio di ammalarsi di leucemia, di cancro e di altre malattie collegabili all’assorbimento di radiazioni.

Ma spesso questi soggiorni terapeutici si trasformano in false illusioni per i bambini di poter vivere l’intera vita lontani dalle brutture e le miserie che li circondano; e per le famiglie che li hanno ospitati di poterne divenire i genitori adottivi. In realtà molti dei bambini bielorussi che beneficiano dei programmi di risanamento non sono adottabili perché hanno in Bielorussia la loro famiglia, e anch’essa spesso beneficia del legame affettivo che si instaura con la famiglia ospitante. Un meccanismo che rischia di  trasformare il “bambino di Chernobyl”– anche se in maniera del tutto inconscia – in uno strumento per ottenere comunque dei benefici da entrambe le parti.

Questo è il motivo per cui alcune associazioni che avevano intrapreso questo percorso, seppur con regole comportamentali tese ad evitare che si instaurassero meccanismi di questa natura, ha scelto di cambiare approccio e di trasformare l’aiuto assistenziale in intervento cooperativo.

Questo significa ad esempio trovare qua i fondi per ospitare i bambini in centri presenti nel loro paese, dove possono trascorrere periodi terapeutici in cui sono monitorati, curati se è necessario, sfamati, rivestiti  e soprattutto dove possono vivere, almeno un per periodo, in maniera adeguata a bambini della loro età.

Oppure intervenire con progetti legati all’educazione sanitaria nelle scuole, soprattutto rivolti alle insegnanti, per far crescere almeno la consapevolezza che nel loro Paese la situazione può cambiare, sicuramente con l’aiuto esterno ma soprattutto se sono loro stessi a richiedere il cambiamento e a rifiutare la logica del governo tesa a minimizzare la situazione di rischio in cui ancora vivono milioni di persone.

Certo per il governo di Lukashenko ridurre le aree di alta contaminazione radioattiva corrisponde a recuperare territorio idoneo ad attività economiche, così come a ridurre spese sanitarie e pensioni di invalidità. Ma è altrettanto vero che la situazione che anche Legambiente denuncia ad ogni anniversario di Chernobyl ci indica che la situazione che viene presentata a livello ufficiale non corrisponde alla realtà e che quindi non bisogna abbassare la guardia. E che mentre si cercano i fondi per dare una mano al bisogno enorme e quotidiano di queste persone che hanno un nome, un sentimento e tante croci alle spalle, non bisogna smettere di chiedere interventi da parte del governo bielorusso e dell’intera comunità europea per mettere in sicurezza queste popolazioni.

I dati che si rilevano ancora nelle aree dove vivono persone in carne ed ossa ci dicono anche  – come ha risposto Massimo Bonfatti di “Mondo in cammino” ai dubbi di chi da anni ha ospitato questi bambini se sia questo il giusto atteggiamento – che «Continuare a procedere per azioni singole senza tenere in conto percorsi progettuali comuni e/o non tentare di intervenire nell’ambito della gestionedel rischio radioattivo vuol dire – che lo si voglia o meno – contribuire adare poco consapevolezza del diritto alla salute spettante ai singolicittadini delle zone contaminate; vuol dire – cosa ancora più grave –legittimare una risposta sanitaria e sociale volutamente inadeguata; vuoldire – in definitiva – continuare ad accogliere i “bambini di Chernobyl”consentendo loro di diventare, senza strumenti di gestione e prevenzione, futuri “genitori di Chernobyl” e, infine, “nonni di Chernobyl” ( se mai lo diventeranno aggiungo io…) in un circolo vizioso in grado di autoalimentarsi parallelamente all’infinità degli effetti degli isotopi radioattivi sparsi intorno a loro».