Per realizzare uno Smart Italy per l’energia sostenibile

[9 febbraio 2015]

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Vittorio Bardi (presidente dell’associazione “Sì alle rinnovabili No al nucleare”), che si unisce al dibattito inaugurato su greenreport a partire dall’articolo di Francesco Ferrante Uno spettro si aggira per l’Italia: la geotermia, cui sono già seguiti gli interventi di Vittorio Cogliati Dezza (Legambiente) e Luca Iacoboni (Greenpeace). 

Vorremmo intervenire, come associazione “Sì alle rinnovabili No al nucleare”, a proposito dell’Appello Smart Italy per la geotermia sostenibile ma anche sull’articolo di Francesco Ferrante su greenreport, Uno spettro si aggira per l’Italia: la geotermia, che in gran parte lo ha ispirato, e poi su cosa potremmo fare ora, per realizzare sul serio quegli obiettivi.

E’ assolutamente condivisibile la critica alla strumentale “moratoria elettorale” su tutta la geotermia in Toscana, annunciata dal presidente della Regione Enrico Rossi, lo stesso che poco tempo fa si è detto disponibile a un’incredibile ipotesi di nuova centrale a carbone a Piombino (la qual cosa può far nascere il dubbio che, passate le elezioni, qualcuno possa essere disponibile a riassegnare a Enel – e alla sua geotermia ad alto impatto – i 150 Mw di maggiore potenza previsti dal piano regionale); così come, naturalmente, sosteniamo la difesa e lo sviluppo di tutte le fonti rinnovabili, ovviamente in modo razionale e compatibile.

Queste ultime specificazioni inducono ad alcuni approfondimenti, per fare un solo esempio (ma altri se ne potrebbero aggiungere) sulla produzione di biogas; da diverse parti si evidenziano criticità – su possibili inquinanti come il botulino, che possono generarsi nella digestione anaerobica – che vanno risolte.

Con queste precisazioni, sottoscriviamo senz’altro i contenuti dell’appello.

Tuttavia, non possiamo fermarci qui. Di appelli, a favore o contro, principi generali, ne abbiamo fatti e ne faremo altri, il problema è come dare un seguito all’ impegno concreto per far marciare la transizione energetica verso un modello di generazione distribuita, fondato sulle rinnovabili e l’efficienza energetica, libero dai combustibili fossili.

L’articolo di Ferrante cerca di entrare in questo merito e, tra diverse altre cose, denuncia una «diffusa opposizione di comitati che si definiscono ambientalisti» anche «contro le rinnovabili …e che in questi anni ha aiutato parecchio i difensori dei fossili» ; afferma che su questo «si dovrebbero interrogare le associazioni ambientaliste più grandi e più serie»  e conclude: «Se vogliamo – infine – costruire un mondo più giusto in cui la generazione dell’energia sia diffusa e democratica e non in mano a poche grandi aziende, dobbiamo discutere di “come” realizzare gli impianti e non qualificare mai più come “ambientaliste” opposizioni preconcette e conservatrici».

Possiamo condividere, ma vogliamo aggiungere che la realizzazione di un modello energetico decentrato e democratico non solo non si può lasciare “in mano a poche grandi aziende”, ma non si può (solo) delegare ai “decisori politici” (ai vari livelli), né si può realizzare senza, o addirittura contro, i soggetti sociali che ne sono coinvolti (i cittadini, i lavoratori, i consumatori, ecc.). Quando queste istanze sociali difendono di fatto l’esistente, dobbiamo saper condurre una battaglia – politica, culturale, sociale – intelligente, che sappia indicare e progettare delle alternative praticabili, con tutte le alleanze possibili. Questo vale nei confronti di alcuni “comitati”, quando sostengono opposizioni preconcette; vale anche per il mondo del lavoro e per i sindacati, che giustamente difendono il lavoro e l’occupazione, ma non sempre sulla salute, la sicurezza, un modello di sviluppo compatibile, esprimono comportamenti coerenti, neppure con posizioni generali che dichiarano.

Per fare un esempio, oggi non vi è dubbio che Enel, con la nuova strategia che sta mettendo in campo – con una inversione (almeno parziale) sul carbone, la rinuncia al progetto di Porto Tolle, la  chiusura di 23 siti di produzione elettrica più obsoleti e impattanti – si mostra più lungimirante, con la necessità della transizione energetica, di quanto non lo siano i sindacati degli elettrici.

Per quanto ci riguarda, non è solo per una scelta di campo che non intendiamo dare per perso il rapporto col sindacato e con i lavoratori interessati, ma perché è necessario, per far avanzare sul serio la transizione energetica.

Nel caso specifico, i lavoratori coinvolti non sarebbero i dipendenti dell’Enel, già garantiti, ma piuttosto quelli degli appalti, delle manutenzioni, dei servizi (in gran parte metalmeccanici, artigiani, piccoli imprenditori, ecc.) coi quali è necessario costruire e indicare delle alternative, immediate e di prospettiva, per riconversioni, a partire dal campo delle rinnovabili, dell’efficienza, dei servizi energetici.  A questo proposito, insieme alle maggiori associazioni ambientaliste, abbiamo avviato un percorso di confronto con la Cgil, che abbiamo richiesto a partire dalla vicenda della centrale a carbone di Vado Ligure. Il primo incontro non ha trovato convergenze sulla specifica questione, ma ha individuato alcuni filoni condivisi su cui avviare un confronto specifico e su tematiche più generali, tra le quali le questioni evidenziate dall’appello e i temi posti da Ferrante potrebbero trovare spazio.

Su questa strada noi pensiamo di proseguire: la transizione verso modelli energetici, produttivi, dei consumi, più sostenibili, non si fa (solo) per decreto (certo se i “decreti” vanno in direzione opposta, come spesso succede, è un gran problema) ma è essenziale anche una progettazione e una partecipazione dal basso, che coinvolga i diversi soggetti potenzialmente interessati.

Non solo le organizzazioni ambientaliste, ma almeno alcuni dei soggetti e delle organizzazioni in campo (cittadini, imprese, lavoratori, amministratori locali, comunità scientifica) hanno cominciato, da tempo più o meno lungo, a porsi il problema. Vanno in questa direzione le proposte per “Lo sviluppo delle imprese della green economy per uscire dalla crisi italiana”,  presentate agli Stati generali della green economy;  così come sono interessanti i dati sulle buone pratiche di sostenibilità, nel mondo del lavoro, che l’Unesco ha raccolto nell’ambito della settimana “Educazione allo sviluppo Sostenibile”, recentemente svolta.

Sono esperienze e buone pratiche di sostenibilità che trovano “la competitività”, non tagliando i diritti sociali, ma innovando e efficientando i cicli produttivi, i prodotti, i servizi e gli stessi stili di vita e di consumo, e possono essere estese e generalizzate. Su questi terreni, forse, si può trovare un’inedita convergenza, che possa accelerare anche la transizione energetica.

di Vittorio Bardi, presidenza “Sì alle Rinnovabili No al Nucleare”