Perché anche a noi ambientalisti ci manca Enrico Berlinguer (e la sinistra)

[11 giugno 2014]

Perché Enrico Berlinguer, gentile fantasma dell’estinto comunismo italiano, a 30 anni dalla sua morte sta  turbando il sonno già agitato della politica e della società italiana? Perché quest’uomo inflessibile, minuto e gentile, lontano mille miglia dalla roboante sicumera di Beppe Grillo e dalla politica marketing di Matteo Renzi, sta tornando di “moda” dopo il ventennio Berlusconiano (preceduto ed anticipato dal decennio craxiano che Berlinguer combatté con tutte le sue forze) che è stato la pecoreccia e ignorante revisione e  negazione di tutto quel che Berlinguer ed il PCI hanno incarnato?

Berlinguer è di nuovo tra noi perché le sue intuizioni politiche e culturali avevano scavato nel profondo della crisi italiana, ne avevano tirato fuori i nervi scoperti attraverso i quali si poteva vedere il futuro della nostra società e dell’Europa.  Quest’uomo, fatto passare per un datato conservatore, sapeva leggere con visionaria lucidità, quasi pasoliniana,  il cambiamento in corso e ne intravedeva tutti i pericoli incarnati nel craxismo godereccio e nelle deregulation reaganiana,  che sarebbero diventati il berlusconismo conservatore, avido e senza scrupoli e che con le sue macerie infette avrebbe travolto una sinistra auto-disarmata di politiche ed ideali.

Berlinguer seppe leggere con lucidità l’evento scatenante, l’esperimento brutale ed omicida, della globalizzazione capitalista che veniva messa in atto con un golpe fascista in Cile, ma seppe capire anche la crisi inarrestabile dei regimi ossificati del socialismo reale sovietico, che pure per il PCI del dopoguerra era il Paradiso in terra.

Seppe, ancor prima dei verdi e degli ambientalisti, dare una lettura “ecologica” della crisi economica mondiale che sarebbe diventata incontrastata rapina delle risorse e nuova schiavitù del lavoro, così lontana dell’internazionalismo proletario che i comunisti italiani praticarono davvero, sostenendo i movimenti di liberazione in Africa, Asia ed America Latina.

Berlinguer riuscì ad affrontare un tema ostico, non digerito da una parte della leadership del suo stesso partito, come l’austerità, che non era l’odierna austerity delle Troika europea ma austerità nei consumi e nei costumi da costruire all’interno di una società più giusta, solidale, democratica, attraverso una migliore distribuzione dei redditi ed una condivisa responsabilità tra le classi che esistevano (ed esistono) ancora.

Un discorso che affascinò il cattolicesimo progressista e che confermò la diversità del comunismo e dei comunisti italiani che si fondava non certo sulla purezza ideologica, ma sull’appartenenza ad una comunità politica ed ad un’idea  della politica basata su una visione morale, sulla questione morale, sulla politica come servizio, studio, avanzamento e lotta democratica. Su tutto quello che la politica non è più, nemmeno a sinistra. Il PCI (ma anche la DC) fu una grande scuola di democrazia e confronto per le masse popolari, quella scuola oggi non c’è più e le masse vengono “ammaestrate” in televisione.

E’ la critica, anche da sinistra, alla moralità della politica, la sua trasformazione irridente in moralismo  da parte di chi magari andava a confessarsi in chiesa ogni domenica, è lo sbandamento cleptocratico della politica italiana diventato normalità e consuetudine, a segnare davvero l’eclissi del pensiero di Berlinguer del quale oggi cercano di riappropriarsi goffamente anche coloro che lo avevano chiuso in un cassetto come un ammuffito ricordo del quale vergognarsi. A trent’anni dalla morte di Berlinguer quel cassetto è esploso sotto la vergogna di una tangentopoli infinita fatta da uomini che rappresentano Partiti che non esistono più come organizzazioni vere di uomini e donne che li controllano ed indirizzano, sigle elettorali trasformate in cricche di potere, autobus sui quali salire a convenienza, senza pagare il biglietto e rapinando il conducente.

Il “popolo” si indigna su Facebook e Twitter contro una “partitocrazia” in assenza di Partiti o vota Beppe Grillo,  ma Enrico Berlinguer sapeva che senza una comunità politica forte ed organizzata, senza un Partito del lavoro e degli ultimi, la diversità non ha gambe, diventa rabbia, “tutti ladri, tutti uguali”, e non voglia di cambiare il mondo e la vita, affrontando senza paura i grandi temi che aveva già individuato profeticamente: consumo delle risorse, qualità della democrazia, lotta al liberismo predatorio,  qualità della politica che in Italia è anche e soprattutto l’eterna ed irrisolta questione morale.

Chi, come ha fatto ieri un ex dirigente del PCI, considera il pensiero di Berlinguer, il compromesso storico, realizzato nel PD, sbaglia di grosso (e sa di farlo) perché il PD è parte della negazione della storia politica del PCI e delle sue successive evoluzioni socialdemocratiche, ma soprattutto perché dalla politica italiana è stata espulsa la visione morale e “sostenibile” della politica e del governo della Nazione e dell’Europa che aveva Berlinguer.

La trasformazione del PD in un Partito moderato/progressista non è certo l’incontro tra il popolo comunista e quello democristiano che prospettavano Berlinguer e Aldo Moro, è sencaso la risposta alla crisi di un Partito che non ha saputo percorrere la strada socialdemocratica, che ha cancellato il suo passato fin nel nome delle sue feste e nel colore delle sue bandiere. Ma il problema dell’eredità del pensiero berlingueriano non è certo il Partito Democratico che si è affidato ad un giovane carismatico ex democristiano demitiano.

Mentre il pensiero e la prassi politica del gentile fantasma di Berlinguer giganteggiano su una politica che si bea della fine delle ideologie mentre sprofonda nel fango del Mose e nel cemento dell’Expo, in quel che resta della sinistra si litiga per un seggio a Bruxelles…

Tutti abbiamo nostalgia di quel comunista gentile che ci incitava al lavoro ed alla lotta, tutti abbiamo capito che la diversità in politica è essenziale, che la distinzione è salutare, che la moralità è indispensabile base dell’agire politico, almeno di chi si dice di sinistra… Ma la crisi della Sinistra italiana, ridotta a schegge litigiose e settarie mentre si celebra la memoria fulgida e la vita generosa di un grande leader, è proprio crisi di generosità di impegno disinteressato di costruzione di una comunità politica che non può essere fatta ammassando macerie o per contrapposizione al PD o al M5S. Il gentile fantasma di Berlinguer ci ricorda da dove bisognerebbe ripartire, da dove ritrovare la strada smarrita, ma non potranno farlo, non potranno guidarci sul nuovo cammino, coloro che l’hanno persa ed hanno divelto i cartelli indicatori.