Perché non ha speranza un Paese (come l’Italia) che distrugge la sua scuola pubblica

[17 febbraio 2014]

Ho appreso la notizia che il neopremier Renzi stava “asfaltando” nel peggior italian style l’ex premier Letta mentre ero in fila a una scuola statale di Livorno per decidere dell’iscrizione alla prima elementare del più grande dei miei figli. Mi domandavo come avrei potuto spiegare ai bambini quello che sta accadendo in questi tristi anni italiani, non tanto ora, ma quando avranno coscienza per chiedermelo. Magari anche con rabbia e sparandomi a bruciapelo: ma tu che dici di essere di sinistra che hai fatto allora?

Tutto questo dopo settimane di confronti in casa sull’opportunità della scuola privata, più vicina a casa, ma più costosa; sull’ambiente troppo protetto del privato, contro l’inserimento nella vita e nelle difficoltà di tutti i giorni del pubblico. Una discussione che per chi scrive era puramente retorica, della serie che andava fatta perché era giusto così, ma che tanto aveva un’unica soluzione: scuola pubblica punto e basta. Per ragioni economiche certo, ma soprattutto perché la scuola “vera” è quella pubblica. E’ scuola anche di vita. Con questo spirito sono entrato in quella che è stata pure la mia scuola elementare, così di mio padre. Non ci avevo più messo piede da quando avevo 11 anni e sebbene non pensassi di trovarla trasformata, scoprire la stessa fatiscenza di allora è stato il primo colpo. Ma come, dopo trent’anni lo stesso pavimento sconnesso, le stesse finestre sempre più marce. Quelle stesse porte logore. In testa, però, quell’immagine ancora chiara in me del primo giorno, tutti quei bambini, quelle facce nuove, paure e speranze dentro quella scuola che mi pareva immensa. Un po’ abbacchiato, ma sempre convinto ho affrontato il colloquio con la segreteria.

E qui le cose sono davvero precipitate. Penso che sia lecito attendersi una presentazione minimamente entusiastica della scuola, almeno da parte di chi la rappresenta. Invece è stato tutto respingente. Ad ogni domanda risposte cordiali ma sempre vaghe, con allusione al fatto che “sapete come è messa la scuola pubblica”. Nessuna rassicurazione. Anzi, solo dubbi e ammiccamenti a cercar fortuna altrove. Così chiami gli amici insegnanti, che hanno amici che lavorano nelle strutture pubbliche e che ti dicono: “Scappa se puoi!”. E più scavi e peggio è. E allora guardi le altre scuole e ti dicono: là no perché gli insegnanti sono i migliori, ma ci sono troppi stranieri e i programmi non vanno avanti; là no perché gli insegnanti sono tutti precari e ogni anno rischi che il bambino cambi docente. E così via.

Non solo. Anche gli amici più di sinistra ti dicono: è così, e andrà sempre peggio. Te ne torni quindi a casa, senza più argomenti. Guardi i tuoi figli e ti domandi che cosa sia meglio per loro. Una scuola fatiscente, con insegnanti che vorrebbero essere altrove e con direzioni che ti spingono a portare i bambini ovunque tranne che lì; oppure fare un sacrificio economico, ingoiare l’ennesima non-lezione di vita e iscriverli al privato.

Non vi dico che scelta ho fatto, perché il punto non è quello. Il punto è che un Paese dove la scuola pubblica è ridotta a questo livello (e in Toscana non siamo nemmeno gli ultimi in Italia) è morto. E se anche qualcuno credesse alla resurrezione, di certo non è tra quelli che si candidano a governarci. Ci fosse un politico, uno, che proclama anche mentendo sapendo di mentire che la prima cosa che farà è investire nella scuola pubblica. Aumentare gli stipendi ai docenti; migliorare i programmi (possibile che in un mondo sempre più globale si sia eliminata la geografia tra le discipline scolastiche?!); progetti formativi allargati anche ai genitori; ristrutturazioni non solo per rendere gli edifici a norma antisismica che dovrebbe essere una cosa scontata, ma pure decenti a livello strutturale. Se una scuola cade a pezzi, non c’è insegnante bravo che tenga. Siamo già un Paese che ha un abbandono scolastico altissimo, non possiamo dare solo segnali che è quasi giusto così. Che solo chi va al privato se la caverà e che gli altri sono già perduti.

Tarpare le ali a bambini di sei anni è un delitto, è un delitto contro l’umanità.  Hanno già i genitori precari lavorativamente e psicologicamente, stressati, inadeguati, spesso più bambini di loro. Un modello di sviluppo diverso (anche ecologicamente parlando) si costruisce da qui. Da scuole dell’obbligo pubbliche all’altezza di quelle private, come deve essere la sanità pubblica rispetto a quella privata. Chi ha stabilito che non va più bene? Nessuna legge superiore all’uomo, dunque l’uomo – crisi o non crisi, parametri europei o non parametri europei – se vuole può cambiare verso davvero. Ma c’è questa volontà? Il dubbio è forte e logora.