Petrolio: 25 anni dopo la Exxon Valdez…nuovo disastro in Usa [FOTOGALLERY]

[24 marzo 2014]

Oggi è il 25esimo anniversario del disastro petrolifero della Exxon Valdez, infatti il 24 marzo 1989 una petroliera della Exxon sversò più  di 11 milioni di galloni di greggio nel Prince William Sound in Alaska, ricoprendo 1.300 miglia di costa, più o meno quanto  la linea costiera della California. Un anniversario tragico che non poteva essere celebrato peggio: il 22 marzo, vicino alla diga di Texas City, sembra a causa della nebbia, c’è stata una collisione tra una chiatta trainata dal rimorchiatore Miss Susan, che trasportava 924.000 galloni di combustibile pesante, e la Summer Wind, una nave battente bandiera della Liberia, nei pressi della diga Texas City, nello Houston Ship Channel, sversando decine di migliaia di galloni di carburante e costringendo a chiudere la via navigabile. Dai documenti governativi emerge che  negli ultimi 12  anni il rimorchiatore Miss Susan è stato coinvolto in ben 20 incidenti ed  inconvenienti segnalati alla Guardia Costiera, compresi  altri due incidenti che si sono verificati quando stava rimorchiando chiatte contenenti petrolio o bitume. Le chiatte e la Miss Susan sono di proprietà della Kirby Inland Marine, una compagnia di navigazione di Huston che ha una delle più grandi flotte di chiatte degli Usa e che è pesantemente coinvolta nel trasporto di petrolio a livello nazionale. Invece la Summer Wind fino ad ora non era stata coinvolta in nessun incidente.

L’incidente è apparso subito molto preoccupante ed il capitano Brian Penoyer della US Coast Guard aveva subito detto all’Houston Chronicle: «Si tratta di una gravissima fuoriuscita. E’ un olio persistente». Infatti, la chiatta, che veniva trainata da Texas City a Bolivar, trasportava  RMG 380, un olio combustibile usato spesso nel trasporto marittimo e che non evapora facilmente e sul quale (fortunatamente) sono inefficaci i disperdenti utilizzati per abbattere la marea nera della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.  Ieri i mezzi di intervento avevano terminato il pompaggio dalla chiatta di circa 750.000 galloni di  olio pesante, ma, dato che il maltempo ha reso il contenimento dello sversamento praticamente impossibile,  migliaia di galloni sono finiti nei sedimenti del fondo e delle rive della Galveston Bay, inquinandone almeno 12 miglia. Ieri sera l’Unified Command of response agencies  ha detto che, nonostante il lavoro svolto da 24 navi dotate di skimmer e la posa di circa 23 Km di panne di contenimento, nello Houston Ship Channel potrebbero essere finiti almeno 168.000 galloni di olio pesante.

La collisione è avvenuta nel momento peggiore: sulle rive stanno nidificando migliaia di uccelli acquatici e marini e si stima che solo nel Bolivar Flats refuge, a 2 miglia dal luogo dell’incidente, ce ne siano almeno 50.000. Gli esperti dicono che è ancora troppo presto per dire quanto esteso sarà il danno ambientale ed economico, ma intanto i pescatori di gamberetti stanno rigettando in mare il pescato ricoperto di petrolio ed uno di loro ha detto all’Huston Chronicle: «Si spera per il meglio, ma ci si aspetta il peggio». Intanto sono già stati segnalati uccelli morti e si sta cercando di capire come salvare quelli ricoperti di olio pesante non appena la marea nera arriverà nei siti di nidificazione della Penisola Bolivar ed a  Galveston Island.

Anche se la tossicità dell’ RMG 380 è considerata relativamente bassa, si tratta di materiale persistente e che può rimanere sostanzialmente invariato nell’acqua e sulla costa anche come mesi ed anni. L’agenzia ambientale del Canada lo descrive come “difficile da ripulire” e una ricerca condotta dall’Environmental Protection Agency Usa conclude che la possibilità di disperderlo chimicamente «E’ vicino allo zero». Bisogna far presto a recuperare dalla superficie questo olio molto pesante, che potrebbe diventare più denso dell’acqua e precipitare sui fondali.

Agli americani sono tornate in mente le immagini di 25 anni fa in Alaska e  le associazioni ambientaliste  denunciano che dal naufragio dell’Exxon Valdez  l’ambiente e l’economia locali non si sono ancora ripresi, mentre i  piani  per nuove trivellazioni offshore nelle pericolose acque artiche e l’incidente in Texas dimostrano che le lezioni della Exxon Valdez e della Deepwater Horizion non sono state apprese.

Intervenendo alla  recente  iniziativa “ 25 Years Since Exxon Valdez Oil Spill Disaster  lessons Learned, Continuing Risks”, Dune Lankard, un pescatore di Cordova in Alaska e presidente  dell’Eyak  Preservation council,  ha detto: «Il nostro mondo della pesca selvatica  è crollato in una notte. L’aringa ed il salmone selvaggio hanno corso il rischio di scomparire e non sono mai stati pienamente recuperati. La pesca delle aringhe era il 50% del nostro reddito annuale e forniva cibo e posti di lavoro per le nostre famiglie. Allora, che cosa abbiamo imparato negli ultimi 25 anni? So che non importa dove avviene uno sversamento di petrolio, l’industria ed il governo non possono ripulirlo, non importa quello che dicono o provano a far credere all’opinione pubblica. Ho anche imparato che la salvaguardia è la chiave per qualsiasi tipo di ripristino, sia che si tratti di habitat, cultura o le lingue autoctone in pericolo».

Gli ambientalisti del Texas guardano al disastro dell’Alaska di 25 anni fa e tremano: lo sversamento di petrolio della Exxon Valdez ha letteralmente devastato la fauna selvatica, dagli uccelli limicoli alla pesca alle aringhe che valeva e la quasi 300 milioni di dollari. Più della metà delle popolazioni di animali, degli habitat e dei servizi ecosistemici sono stati colpiti dalla marea nera  e non sono ancora considerati “recuperati” dal governo. Molte popolazioni animali oggi sono considerate “non recuperabili”, tra le quali ci sono le aringhe e le orche del branco  AT1, che sembra destinato all’estinzione.

Quel disastro di 25 anni fa ha dimostrato le difficoltà di bonificare un grosso sversamento petrolifero in un ambiente artico e secondo Sierra Club, «E’ foriero di futuri disastri della trivellazione offshore, nei quali cui il rischio di fuoriuscite di petrolio è inevitabile. Nonostante questo, i piani per trivellare nel Mar Glaciale Artico continuano ad andare avanti». Cindy Shogan, direttrice dell’Alaska Wilderness League, ha ricordato che « il programma petrolifero artico 2012-2013 della Shell  è stato un disastro, con le sue disavventure che sono culminate con la sua piattaforma di trivellazione incagliata nei pressi dell’Isola di Kodiak in Alaska. E’ stata costretta  ad abbandonare i suoi piani di perforazione questa estate a causa della sua mancanza di preparazione e dei guasti tecnici. La Shell ha solo dimostrato che nessuna compagnia petrolifera è pronta a trivellare nel  clima rigido e imprevedibile dell’Artico ».

Secondo Rick Steiner, un noto esperto internazionale di sversamenti petroliferi che ha lavorato anche alla bonifica della marea nera della Exxon Valdez, «La lezione della Exxon Valdez da portare a casa è questa: se davvero si ha a cuore una zona costiera o marina, come l’Oceano Artico o Bristol Bay, non dovremmo esporla ai rischi pericolosi dello sviluppo petrolifero. Anche con le migliori garanzie possibili, si verificheranno sicuramente fuoriuscite. E quando avvengono, non possono essere ripulite, a lungo termine possono provocare danni ecologici anche permanenti, le comunità umane possono essere devastate ed il ripristino è impossibile. Ciò sarebbe particolarmente vero per un importante sversamento nelle acque coperte dai ghiacci del Mar Glaciale Artico».,

Anche per Gene Karpinski, presidente della League of Conservation Voters, «E’ tempo di imparare le lezioni della Exxon Valdez. Dopo questo incidente, abbiamo assistito agli sversamenti della BP nel Golfo, della pipeline della Enbridge in Michigan, agli sversamenti delle scorie di  carbone negli Appalachi e ad  innumerevoli altri disastri. La nostra dipendenza dall’energia sporca  che sta alimentando il cambiamento climatico continua a produrre un costo ambientale enorme».

Athan Manuel, direttore della campagna Lands Protection di Sierra Club, conclude: «La brutta storia della nostra sporca dipendenza energetica è chiara, come lo sono i vantaggi di scegliere un percorso pulito che guardi avanti. I carburanti sporchi devono essere lasciati sotto terra  e l’amministrazione Obama deve cominciare a farlo mettendo la moratoria sulle licenze per lo sviluppo nel Mar Glaciale Artico».