Militarizzati i pozzi di petrolio e gas offshore

Petrolio e gas, le mani (armate) di Putin sull’Artico

[23 aprile 2014]

Il 19 aprile Gazprom ha annunciato di essere pronta ad inviare in Europa il petrolio estratto dalla piattaforma petrolifera off-shore Prirazlomnaya, la prima ad aver avviato le trivellazioni commerciali al di sopra del circolo polare artico. Greenpeace spiega che «È’ il petrolio della stessa piattaforma contro cui avevano protestato pacificamente gli Arctic30: presi a colpi di mitra, arrestati e poi amnistiati dalle autorità russe che continuano a sequestrare illegalmente la nostra nave Arctic Sunrise». Gli ambientalisti promettono: «Noi non ci arrendiamo. Oltre 5 milioni di difensori artici in tutto il mondo non permetteranno che questo accada!».

Ma sarà dura: ieri Putin, intervenendo ad una riunione del Consiglio nazionale della sicurezza, riferendosi probabilmente anche a Greenpeace, ha avvertito che «Gli interessi economici della Russia devono essere protetti. I siti di estrazione del petrolio e del gas, i terminali di carico e scarico, le pipelines devono essere protette contro i terroristi ed altre minacce potenziali, nessun dettaglio deve essere dimenticato. Tutte le questioni legate alla sicurezza devono essere risolte nel quadro di esercitazioni intersettoriali che uniscano le unità del ministero delle situazioni de emergenza, del ministero della difesa e di altri servizi (…) Secondo gli esperti, le riserve totali di risorse energetiche dell’Artico russo superano 1,6 trilioni di tonnellate e la piattaforma continentale contiene circa un quarto di tutte le riserve di idrocarburi nel mondo. L’attenzione della comunità internazionale nella regione artica sta crescendo. Qui sempre più spesso s’intersecano gli interessi dei diversi Paesi. Occorre prendere in considerazione la situazione della politica estera e socio-economica nella dinamica di cambiamento che è piena di nuovi rischi. La Russia è interessata allo sviluppo costante della regione sulla base della cooperazione e del rispetto incondizionato del diritto internazionale».
Secondo quanto scrive Ria Novosti, il presidente russo ha ricordato che «La Russia aveva annunciato precedentemente il suo diritto ad una porzione del Mare di  Okhotsk (52.000 km2), che costituisce il prolungamento della piattaforma continentale russa». La Commission on the Limits of the Continental Shelf (Clcs) dell’Onu ha accettato la tesi russa ma con diverse osservazioni e raccomandazioni. Secondo Putin, «Questo metodo è quello che dobbiamo utilizzare durante le consultazioni bilaterali e multilaterali con i governi degli Stati artici. Dobbiamo difendere il nostro diritto di proprietà su ogni settore della piattaforma continentale situata nella parte russa dell’Artico».  Come intende farlo? «La Russia creerà un sistema unito di basi navali nell’Artico – ha detto Putin – Bisogna rafforzare la nostra infrastruttura militare. Dobbiamo soprattutto creare un sistema unico di basi e di navi di superficie e di sottomarini di nuova generazione nel nostro settore dell’Artico». Putin ha concluso invitando a «Proteggere meglio la frontiera russa nell’Artico, rafforzando in particolare la componente navale delle guardie  di frontiera del Servizio di sicurezza federale«, cioè l’Fsb, l’ex Kgb.

Dichiarazioni che erano state precedute da quelle del ministro della difesa, Sergei Choigu, che aveva assicurato che «Lo sviluppo dell’infrastruttura militare nell’artico sarà una missione prioritaria del ministero per il 2014. L’esercito russo avvierà la formazione di unità militari nell’artico  nel 2014».

Il governo russo (cioè l’ex presidente Dmitri Medvedev) è stato invitato da Putin a finanziare totalmente lo sviluppo economico dell’Artico russo nel periodo 2017 – 2020 attraverso «Un’agenzia statale indipendente che deve essere creata per applicare la politica della Russia nell’Artico e per migliorare la qualità della governance e la presa di decisioni in questa regione. Non abbiamo bisogno di un ente burocratico voluminoso, ma di una struttura operativa flessibile, che aiuterà a coordinare meglio le attività dei ministeri e dei dipartimenti, delle regioni e delle imprese».

Musica per le orecchie di Pavel Zavalny, presidente del Comitato Energia della Russia, che intervenendo qualche giorno fa al convegno “Petrolio e gas nell’Artico russo” aveva spiegato cosa c’è in ballo: «Le risorse di idrocarburi recuperabili dalle profondità dell’Artico russo sono ora stimate all’equivalente di 106 miliardi di tonnellate di petrolio, più della metà di tutte le riserve di petrolio e di gas (69,5 trilioni di m3, ndr) dell’Artico. Nel territorio artico ci sono 60 grandi giacimenti di idrocarburi, 43 sono nell’Artico russo. In precedenza, il totale delle risorse dell’Artico russo erano stimate a 76 miliardi di tonnellate pari al 52% di tutta la regione artica. L’accesso alla estrazione russa sarà affidata alle due società Rosneft e Gazprom», saldamente in mano allo Stato-mercato russo ed all’oligarchia putiniana, che dovrebbero realizzare partnership con le multinazionali straniere. Zavalny è convinto che «L’Artico potrebbe diventare il centro di produzione gasiera e petrolifera della Terra». Un tesoro che si contendono soprattutto Russia, Usa, Norvegia, Danimarca/Groenlandia e Canada che hanno diverse e spesso contrastanti rivendicazioni sulla piattaforma artica.

Mikail Krylov, di United Traders, sottolinea che «Sul 30% delle riserve non esplorate di gas e sul 13% delle riserve di petrolio non esplorate nell’Artico, une parte importante spetta a Paesi che possiedono mezzi tecnici di sfruttamento efficaci degli idrocarburi nelle zone di difficile accesso. Si tratta prima di tutto della Russia, perché il nostro Paese può esplorare 6,2 milioni di Km2 della piattaforma continentale».

Una sessantina di giacimenti di idrocarburi sono all’interno del Circolo polare artico  e 43 sono russi e la Russia ha anche l’80% delle risorse continentali artiche. E’ per questo che Putin e le grandi imprese statali russe puntano sullo sfruttamento intensivo dei giacimenti del grande nord ed a velocizzare i progetti a scapito della salvaguardia di un ambiente fragilissimo che, solo a parole, assicurano di voler difendere.

Come ammette la stessa agenzia ufficiale Ria Novosti, «Il volume dei finanziamenti dei lavori di sfruttamento dei giacimenti sulla piattaforma continentale s dell’Artico è sensibilmente aumentato a partire dal 2013. Questo programma è previsto che duri fino al 2030, con un finanziamento di più di 20 miliardi di rubli».

Vassili Bogoiavlenny,  direttore dell’Istituto dei problemi del petrolio e del gas dell’Accademia delle scienze russe, ricorda che però la Russia ha cominciato ad interessarsi degli idrocarburi dell’Artico ben prima dell’era Putin: «E’ dall’epoca sovietica, a partire dal 1979, che è cominciato lo sfruttamento dell’Artico. Negli anni ’80 sono state effettuate delle trivellazione petrolifere e realizzati degli studi sismici. Così è stata scoperta tutta una provincia ricca di petrolio, chiamata Barents-Kara.  Attualmente sono state concesse 113 licenze alle società petrolifere per condurre dei lavori sulla piattaforma continentale, per una superficie totale di 2 milioni di Km2».

Attualmente Rosneft studia 6 nuove aree nel Mar dei Čukči  e nel mar di Laptev e ad agosto dovrebbe trivellare i primi pozzi nel mar di Kara. Lavori che saranno condotti insieme alle compagnie norvegesi  Seadrill e Statoil ed alle americane Exxon Mobil e Chevron. Krylov  dice che «Tenuto conto della difficile accessibilità dei giacimenti e delle rudezza del clima, questa partnership permetterò di sviluppare meglio l’Artico. Ci sarà lavoro per tutti. Bisogna creare dei materiali ad alta resistenza e calcolare il costo della valorizzazione dei giacimenti dal punto di vista dell’attrattività e del ritorno degli investimenti del progetto e stabilire conseguentemente la successione delle operazioni»

Una conferma di quanto denunciano gli ambientalisti: le trivellazioni e la produzione di petrolio nell’Artico russo sono cominciate senza una vera possibilità di garantirne la sicurezza. Nick Cunningham, di oilprice.com, fa notare che «Il guadagno artico della Russia non sarà grande come molti pensano. Il progetto Prirazlomnaya è costoso e non sarebbe stato conveniente se il governo russo non aveva concesso agevolazioni fiscali speciali. Ma, anche con il pesante sostegno del governo, Gazprom stima che, a partire dal 2020, il campo produrrà solo 120.000 barili di petrolio al giorno. Che aggiungerebbe solo l’1% alla produzione di petrolio della Russia». Il rischio artico non varrebbe la candela, come ha capito la Shell a sue spese e che si è per ora ritirata dall’Artico dopo averci investito 5 miliardi di dollari.