L’economia globale è in crescita, ma il benessere no. E il Pil non serve per capirlo

[10 gennaio 2014]

Mentre il mondo celebra l’80esimo compleanno del Prodotto interno lordo (Pil), il nuovo rapporto Vital Signs “Global Economy: Looks Good from Afar But Is Far from Good” del Worldwatch Institute esamina la sua inadeguatezza come unica misura della prosperità.

Mark Konold e Ralph Albus evidenziano che «nel 2012, il prodotto lordo mondiale è aumentato di poco più di 83 triliardi di dollari, il 4,85% in più rispetto al 2011. Superficialmente, queste cifre sostengono la tesi che il peggio della recessione globale è passato. Tuttavia, l’economia continua un modello di rallentamento dei tassi di crescita dal 2010 e il 2011, quando il prodotto lordo mondiale è cresciuto rispettivamente del  6,35 e 5,67%. Inoltre, un esame più attento dimostra che la crescita sta avvenendo soprattutto nelle economie emergenti: il loro Prodotto interno lordo (Pil) è ora all’incirca uguale a quello di tutte le economie avanzate».

Il Prodotto interno lordo mondiale è la somma dei Pil di tutti i Paesi e include i consumi, gli investimenti, la spesa pubblica, il costo delle importazioni e i proventi delle esportazioni. «A causa di vari costi di transazione, tassi di cambio fluttuanti e di barriere come le tariffe – spiegano Konold e Albus –  si applica un sistema di misurazione noto come “purchasing power parity exchange rate” per mettere il potere d’acquisto dei diversi Paesi su un piano simile».

Il rapporto fa giustizia di diverse “credenze” che i fedeli dell’iper-capitalismo continuano a presentare come articoli di fede ideologici:  l’International Labour Organization (Ilo) stima che tra il 1999 e il 2011 (l’ultimo anno con dati completi), la produttività del lavoro nelle economie avanzate è aumentata il doppio dei salari medi. Escludendo la Cina, la crescita dei salari reali è stata in media meno dell’1% all’anno dall’inizio della crisi finanziaria nel 2007/2008, e nel 2012 le commodities non energetiche sono diminuite del 7,5%, mentre i prezzi del petrolio sono rimasti relativamente stabili per tutto l’anno. Andando più indietro nel tempo fino a metà degli anni ‘70, allora le cifre pro capite del Pil e del Genuine Progress Indicator mostravano una forte correlazione, poi hanno cominciato a divergere in diversi paesi. Anche se il Pil pro capite ha continuato a salire, il livello di benessere economico che si era stabilizzato è diminuito.

L’economia mondiale nel 2012  ha continuato ad avere un quadro confuso, con alcune aree in forte crescita mentre altre sperimentavano una crescita tiepida e alcune erano addirittura in recessione.  Negli ultimi anni,  è stata l’Asia ad aver avuto il tasso di crescita di gran lunga più alto di qualsiasi altra regione del pianeta. I paesi che hanno evitato “l’overleveraging” mentre stavano sperimentando una forte crescita, negli ultimi anni hanno avuto una fiscalità ed un bilancio relativamente più sani e quindi più elevati livelli di investimenti stranieri diretti. Ma questa crescita è stata ostacolata perché le economie avanzate come gli Usa e l’Unione europee hanno subito crisi che sono sfociate nel “fiscal cliff” Usa e in un possibile crack nell’Ue.

Nonostante la crescita mondiale non si sia mai fermata, i livelli di disoccupazione indicano che il mondo non ha certamente raggiunto né sembra entrare in un’epoca di salute economica: secondo l’Ilo, nel mondo ci sono 200 milioni di disoccupati, circa il 6% della forza lavoro globale.

Il rapporto del Worldwatch Institute fa notare che «l’economia convenzionale guarda alla crescita economica come un bene puro, necessario per migliorare il benessere umano. Ma è solo un indicatore nominale, mancano tante complessità e dei beni più soggettivi che sono essenziali per una metrica più comprensiva, olistica e significativa. Data la disparità di prestazioni, è chiaro che in sé e per sé, la crescita è lontana dall’essere un metro di misurazione efficace».

Sistemi di misurazione più recenti cercano di realizzare un quadro più completo e preciso del benessere generale dell’umanità. Uno di questi, tra i più citati, è il Genuine Progress Indicator (Gpi), che comprende il costo economico delle spese che diminuiscono il “community capital”. Nel 2011, l’Assemblea Generale dell’Onu ha approvato una risoluzione che afferma che tutti i Paesi dovrebbero iniziare a misurare la felicità prendendo esempio dal piccolo regno del Bhutan, che ha adottato il Gross National Happiness, l’Indice interno della felicita, fin dagli anni ‘70.

Questo non ha certo reso automaticamente il piccolo Paese asiatico il posto migliore dove vivere, ma ci lascia un importante indirizzo critico da seguire e sviluppare per giungere a un approccio più concreto e condiviso alla sostenibilità. L’United Nations Development Programme sembra aver recepito il messaggio, e sta ora preparando un Human Development Index, un indicatore di benessere che si basa principalmente sulla salute (aspettativa di vita alla nascita), istruzione (media e anni di frequenza scolastica) e di standard di vita (reddito nazionale lordo pro capite calcolato con una scala logaritmica). Oltre a un nuovo indice, il lavoro dell’Onu potrebbe portare con sé anche una nuova speranza.