Pisa, ex colorificio liberato: storia di un gesto creativo contro la crisi

[20 ottobre 2014]

Oggi 20 ottobre è la ricorrenza dei 2 anni dalla liberazione dell’ex Colorificio Liberato, domenica prossima – 26 ottobre – ricorre un anno  dallo sgombero di tutte le attività del Municipio dei Beni Comuni dall’ex fabbrica ad oggi ancora vuota e inutilizzata.

Condividiamo e ripubblichiamo come da richiesta l’articolo di Alternative per il Socialismo che ricostruisce la genesi del Municipio, la storia di un anno di liberazione e oltre

 

Questa è una storia di liberazione.

È una storia che parla di cinquecento persone pronte a riaprire pubblicamente un luogo abbandonato, le stesse che diventeranno tremila quando – dopo soli 4 mesi – scenderanno in piazza a difenderlo, e dopo un anno saranno cinquemila, pronte a spingere sui cordoni di polizia per opporsi a una scelta ottusa e miope della magistratura. Questa è la storia di una rete di soggetti in cerca di spazio che si allarga fino a divenire uno dei centri nevralgici della discussione politica di movimento. Ma è anche la storia dell’arroganza di una proprietà che si fa scudo di leggi inattuali per soddisfare il proprio comodo. È una storia che parla di amministrazioni silenti, immobili e ostili al cambiamento. Ma è anche la storia di una comunità antica e nuova che si rafforza, cresce e combatte per un bene comune. Unita nelle differenze.

All’alba del 20 ottobre 2012, in via Montelungo, appena fuori le mura della città di Pisa, è grande la tensione. Al riparo in alcune auto parcheggiate lungo la strada, qualcuno aspetta un segnale. Aspetta che le porte dell’ex Colorificio Toscano, stabilimento industriale dismesso e abbandonato da quasi un decennio, si spalanchino. Là dentro c’è un mondo, lo sanno tutti i protagonisti di quella mattina. Quattordicimila metri quadrati di fabbrica vuota, una città dentro la città, spazi incommensurabili lasciati alla fame severa dei ratti e di quanto si accompagni nelle tristi storie di degrado urbano. Un mondo pronto a essere riaperto, riconvertito, riutilizzato. Una storia d’ingiustizia quella dell’ex Colorificio, fiore all’occhiello di una filiera che ancora poteva dirsi locale, luogo di occupazione per centinaia di famiglie, poi acquisito dalla J Colors, svuotato dei lavoratori prima, dei macchinari poi, abbandonato in attesa che l’incuria si trasformasse nel denaro sonante di una speculazione a due minuti dalla Torre Pendente.

La J Colors rappresenta un modello predatorio esemplare, come è scritto nero su bianco nel libro “Rebelpainting. Beni Comuni e spazi sociali: una creazione collettiva“. Un lavoro che ha visto la partecipazione di studiosi, docenti, giornalisti, attivisti a uno studio preparatorio e propedeutico – caso unico in Italia – alla liberazione di uno spazio lasciato colpevolmente in abbandono. L’ingresso nella proprietà della J Colors era stato programmato per il 13 ottobre, al colmo di una campagna intitolata “Diritti nello spazio, per uno spazio di diritti“. Una serie di tappe che si susseguirono a partire dall’estate-autunno 2012, azioni di recupero urbanistico e di denuncia, che videro protagonisti l’Unione Inquilini di Pisa e il sindacato studentesco Sinistra Per…, ovvero una piccola parte, ma già significativa, di quella nuova galassia che si stava formando per la riapertura dell’ex Colorificio: il Municipio dei Beni Comuni di Pisa. Una stagione frenetica che si riallacciava esplicitamente alla campagna nazionale lanciata dal WWF “Riutilizziamo l’Italia“, con una cadenza propria, fondata su tre “R”: «Recupera, Riqualifica, Riutilizza ». Erano e sono decine e decine a Pisa i volumi di proprietà sia pubblica che privata abbandonati da anni, mentre si continuava – e si continua – a costruire e a consumare suolo.

Consumare, parola chiave di un sistema economico in crisi, concetto ‘sovrano’ al quale gli attivisti del Municipio dei Beni Comuni si sono opposti, attraverso l’elaborazione di un modello alternativo di rapporti sociali. Una sperimentazione che vedeva nell’ex Colorificio Toscano il laboratorio di nuovi percorsi.

Ogni tappa aveva avuto una dimensione pubblica, ogni cosa era stata discussa e organizzata secondo un paziente ma incessante metodo del consenso, contraddistinto da una apertura totale a tutti i suoi attori. Ciascuno era consapevole che Pisa avrebbe visto sorgere uno spazio di socialità nuova, e che sarebbe stato l’ex Colorificio. Tutti sapevano, anche le forze dell’ordine.

Pisa si svegliò blindata il 13 ottobre 2012. Una marcia di cinquecento persone, determinate e consapevoli di quanto sarebbe accaduto, si sviluppò per la città, in un clima surreale conducendo in mano Rebelpainting fin davanti ai cordoni di polizia e carabinieri, muro a difesa del vuoto e del degrado di proprietari non curanti.

La liberazione dell’ex Colorificio doveva essere rimandata, ma era ormai sancito il fatto che il Municipio dei Beni Comuni avesse trovato dimora.

È il 20 ottobre: la porta d’ingresso si spalanca, il mondo esterno e la fabbrica sono di nuovo una cosa sola. Da via Montelungo arriva forte e chiaro il messaggio: «Accorrete festanti». E le cittadine e i cittadini di Pisa accorrono. Finalmente l’ex Colorificio Toscano è liberato.

Dentro la fabbrica è buio, ed è impossibile orientarsi per chi non la conosca. Decine di piccole torce puntano contro i muri, i soffitti di quelli che un tempo erano i reparti, stelle di una costellazione rimasta inespressa, che fino a pochi minuti prima era fuori da lì. Poi, qualcuno solletica la sorte e spinge un interruttore. I neon si accendono di nuovo, la fabbrica è illuminata. È ottobre, e fa ancora caldo. Alla riapertura dei cancelli fu scritto:«Un gesto creativo contro la crisi, un atto di fiducia verso il futuro ». Le idee, le proposte e le progettualità raccolte già mesi prima attraverso un bando aperto alla città , possono esplodere, divenire materia, eventi reali.

Da subito fu chiara la richiesta di preservare la vocazione produttiva dell’area, e per questo partirono laboratori di artigiani, ai quali si affiancarono numerosi artisti, all’insegna di una produzione culturale indipendente, e ambientalisti che videro nell’ex Colorificio il luogo del riciclo per eccellenza. Tra le realtà che rappresentavano una maglia di questa rete virtuosa, il Progetto Rebeldia, storico cartello di associazioni cittadine, da quasi 2 anni senza sede, che vi conduce attività di integrazione, una biblioteca popolare, una ciclofficina, solo per citarne alcune. Anche il Distretto di Economia Solidale trova un luogo di sperimentazione di buone pratiche.

In pochi giorni l’ex Colorificio vive e costruisce. Costruisce relazioni, e sopratutto rilancia una dinamica nuova che riattiva il piano locale e quello nazionale attraverso un vero e proprio processo costituente. A gennaio 2013 con la tre giorni “United Colors of Commons”, l’ex Colorificio Liberato si pone al centro di un dibattito politico plurale, assumendo le differenze come valore, cercando di declinare in una forma autonoma quell’universo in evoluzione che era – ed è ancora – la discussione sui Beni Comuni. Riconquistare il «diritto alla città», aspetto imprescindibile nella costruzione di un reale democrazia all’interno dello spazio urbano. Pratiche di partecipazione e di rigenerazione a partire dal territorio, un percorso aperto che addirittura ‘osa’ assumersi l’impegno di seguire l’emergenza profughi dal Nordafrica, che di fatto scaturirà di lì a poco nell’esperienza del Centro accoglienza profughi e rifugiati di via Pietrasantina.

E proprio mentre questa elaborazione politica ferve, arriva la notizia che la proprietà, sottraendosi a qualsiasi interlocuzione, ha richiesto il sequestro dell’area. La risposta dell’ex Colorificio è semplice: le attività si moltiplicano, i lavori di recupero all’interno della struttura continuano, per offrire nuove possibilità di incontro e crescita collettiva, mentre l’amministrazione pisana del sindaco Pd Marco Filippeschi tace.

Prendono parola i giuristi. Il diritto di proprietà non è incondizionato, ma conosce precisi limiti: primo fra tutti, l’adempimento della funzione sociale (art. 42): anni di abbandono di un sito industriale rappresentano un atto ben più illegale e contrario alla Costituzione Italiana, rispetto alla sua riapertura.

Da padre Alex Zanotelli a Don Gallo, da Vittorio Agnoletto a Piero Bernocchi, da Tonio Dell’Olio di Libera al Presidente regionale di Legambiente, Fausto Ferruzza, da Haidi Giuliani a Francuccio Gesualdi, da Raffaella Bolini dell’Arci a Marco Bersani del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, passando per esponenti del mondo sindacale (Fiom, Cgil, Cobas) e le reti antirazziste italiane, in tanti prendono parola ribadendo l’importanza dell’esperienza: «Un patrimonio da tutelare e difendere, un percorso collettivo che sia esempio virtuoso di buona politica e di alta partecipazione democratica».

«Uniti per un bene comune» è l’emblematica frase che viene scandita dal lungo e coloratissimo corteo che il 16 febbraio sfila per le vie del centro, contro il rischio che un sgombero riconsegni al grigiore l’ex fabbrica, e che conduce a una svolta nella consapevolezza di tutti: l’ex Colorificio è ormai una proprietà collettiva.

Il Municipio auspica e chiede un dialogo con la proprietà e le istituzioni, tuttavia in aprile sono i funzionari della Questura a ispezionare l’ex Colorificio. Cattivi Presagi. L’esperienza di via Montelungo è pronta a rilanciare, e a giugno ospita una tappa della Costituente dei Beni Comuni, scandita da una ‘semplice’ domanda: «Come ridefinire il concetto di proprietà a partire dalle esperienze di movimento che ne vivono i limiti?». La risposta, univoca e sostanziale, sta nell’opposizione tra Beni Comuni e Interessi Privati e nella scelta, altrettanto univoca, della parte nella quale militare.

Intanto nove compagni vengono convocati dal Tribunale di Pisa in seno al procedimento cautelare innescato dalla richiesta di sequestro fatto dalla proprietà. E se i singoli vengono minacciati, il collettivo risponde con nuove soluzioni: «Destinare a uso pubblico l’ex Colorificio Toscano», è questa l’istanza presentata al sindaco di Pisa da parte di giuristi, studiosi di primo piano e da decine di esponenti dell’associazionismo nazionale, che diventerà poi una petizione popolare dal titolo “Io pratico la Costituzione”, sottoscritta durante l’estate da oltre 5000 cittadini.

Il sindaco Filippeschi, che dal primo agosto è stato impegnato dalla Giunta Comunale ad «avviare – nel termine perentorio di 30 giorni – meccanismi atti a evitare ogni risoluzione coatta dell’esperienza dell’ex Colorificio Toscano», incarica l’assessore alla Cultura Dario Danti a celebrare incontri interlocutori, dal sapore ferragostano.

A settembre è tempo di “Common | Properties “, tre giorni di dibattito nazionale sulla funzione sociale della proprietà, appuntamento al quale rispondono compatte espressioni assai diverse del movimento italiano. Un successo di presenze e un fiorire plurale di attività, a partire dagli intrecci con realtà come Sos Rosarno, Terra Bene Comune (oggi esplosa nella fondamentale esperienza di Mondeggi Bene Comune), e che culminano con l’incontro tra la città di Pisa e alcuni rappresentati delle fabbriche occupate nel mondo, “Fabricas sin patrones” : «Noi vogliamo essere parte della storia dell’industria di questa città, vogliamo dimostrare come ‘fabbrica’ possa significare anche ‘fabbrica di senso’. Abbiamo ascoltato un bisogno, abbiamo accolto una richiesta e abbiamo realizzato il nostro prodotto, un bene a uso e consumo della nostra comunità: questo è l’ex Colorificio Liberato, l’esito di una radicale inversione di marcia nei termini canonici della produzione».

Il Municipio dice la propria, i giudici dicono la loro: arriva la sentenza di sequestro.

Mentre le istituzioni locali e nazionali rimangono ancora in silenzio, il Consiglio d’Europa chiama l’ex Colorificio«in quanto esperienza paradigmatica di buone pratiche», per moderare un workshop sulla creazione di incentivi volti a promuovere la condivisione e il riuso delle risorse ambientali, sociali e culturali. In quell’occasione Gilda Farrel  (che allora dirigeva la Divisione Ricerca e sviluppo della coesione sociale) affermerà senza troppi giri di parole: «L’occupazione e il riuso dell’ex Colorificio Liberato è stato un atto di cittadinanza», mentre si raccomanderà alle amministrazioni locali che si facciano «promotrici di una salvaguardia di tali esperienze, anche se fiorite ai margini della legalità».

Intanto spunta una richiesta di variante urbanistica avanzata dalla J Colors. L’amministrazione si dice ignara, ma quello che sin dalla prima ora era stato denunciato, è ora sotto gli occhi di tutti. Ogni momento diventa importante e, soprattutto, è uno in più sottratto all’abbandono. L’ex Colorificio compie un anno, e la risposta alla minaccia è forte e chiara: «Non si sequestrano le idee. Difenderemo l’allegria come una trincea, perché la felicità è sovversiva se si collettivizza».

È il 26 ottobre 2013 quando inizia l’assedio. Trecento persone nel pieno delle loro attività vengono condotte fuori tra due ali di poliziotti: in tutto otto ore di sgombero. È la fine di un ciclo, la chiusura di un capitolo, ma non la fine della storia. Perché c’è un tempo per tornare, come un fiume in piena.

Quando in tutta Italia si scende in piazza è il 16 novembre: contro le grandi opere in Val di Susa, contro i Cie a Gradisca d’Isonzo, contro il biocidio a Napoli. A Pisa è l’assalto delle arti, l’assalto delle parole, l’assalto dei corpi per riaprire l’ex Colorificio. C’è la gente in strada, la più varia, e si tiene per mano. Abbracciati, stretti l’uno all’altra, verso gli scudi, ancora una volta schierati a difesa di un vetusto diritto proprietario. Inizia una spinta di entusiasmo, opposizione sincera a quel diniego che tieni fuori dall’ex Colorificio migliaia di persone. Non uno scontro, non la fine di tutto, ma una guerra di tensione etica, dove la vittoria è l’esserci, alla fine.

Tutto quanto è sopravvissuto tra le mura di via Montelungo è cosa vivente, gli oggetti, le tracce visibili di un passaggio collettivo che ha lasciato un’impronta indelebile, che si è fatta respiro. L’ex Colorificio Liberato vive. E il 7 dicembre, più di cento appartenenti al Municipio dei Beni Comuni – sfidando i sigilli della magistratura – praticano il loro reingresso in quell’universo vario e creativo fatto di oggetti, suppellettili, strumenti attraversati dalla funzione per cui sono stati pensati nelle decine di attività sgomberate. Sette tra compagne e compagni sono portati via di peso dalle forze dell’ordine. Corpi saldi a terra, fatti pesanti dalla convinzione di una causa giusta, corpi tra le cose, testimoni imprescindibili di un passaggio che ha saputo mutare il degrado in bellezza, la solitudine in comunità.

E dopo due sgomberi coatti, una ventina di denunce, centinaia di lacrime e un milione di sorrisi, finalmente si apre il tavolo istituzionale tra comune di Pisa, Municipio dei Beni Comuni e proprietà (sempre assente). Il 17 dicembre il Municipio riordina le carte: ecco una richiesta di esproprio argomentata da Ugo Mattei, ecco le condizioni per un’acquisizione in uso elaborate dall’Osservatorio dei Beni Comuni del comune di Napoli, ecco la Costituzione, ed ecco anche un ufficio dell’Arpat che in anni non è stato mai chiamato a vigilare sulle condizioni dell’ex Colorificio. Ecco un’amministrazione locale che potrebbe far pressione, se avesse volontà e coraggio, sulle scelte del privato, ed ecco infine un Bene Comune.

L’amministrazione pisana sceglie con chi dialogare: la proprietà privata. Ma il Municipio dei Beni Comuni ne sarà edotto solo il 6 marzo del 2014. Nel frattempo il solito assordante silenzio.

Il 20 maggio la città si riunisce in una pubblica assemblea, sancendo quanto ancora forte sia l’interesse e l’attenzione sull’area di via Montelungo. Intanto l’ex Colorificio è stato militarizzato da una recinzione di filo spinato, segno tangibile dell’esito delle trattative condotte dal sindaco Filippeschi e dall’assessore Danti.

È la fine della storia? No di certo. Passando per la temporanea riapertura della Mattonaia di proprietà comunale, scandalo urbanistico nel cuore della città, il 15 febbraio 2014 il Municipio dei Beni Comuni riapre l’ex Distretto militare di via Giordano Bruno, costola verde dello storico quartiere San Martino. Di proprietà demaniale, il Distretto 42 è una vera e propria oasi naturalistica celata agli occhi dei cittadini: migliaia di metri quadrati di parco usati come parcheggio abusivo di alcuni che hanno ‘conservato’ le chiavi dopo la dismissione di quello spazio. Un evento che raccoglie il consenso pressoché unanime della città e del quartiere, amministrazione a parte. Il 22 aprile – dopo soli 2 mesi – arriva il blitz della polizia, che avrà filo da torcere per condurre a terra i compagni e le compagne saliti sugli alberi, a difesa del parco ‘Andrea Gallo’. Dopo lo sgombero, una breve apertura istituzionale e poi di nuovo l’abbandono.

Il Municipio dei Beni Comuni è in strada, nel senso buono. Lo spazio ormai è tutta la città di Pisa, ed è per quello che il Municipio lotta. Questa storia continua.