Post elezioni, per Green Italia una riflessione più che necessaria

[3 giugno 2014]

Conosco e stimo non poche persone che hanno scelto di dar vita a Green Italia. Di qualcuna tra loro – anche con responsabilità di direzione – mi ritengo amico. Le posizioni politiche sostenute dal movimento, frutto di un ambientalismo maturo e non settario, sono in larghissima parte condivisibili. Per quel che può valere, utilizzando uno di quei programmi on line di valutazione dell’orientamento di voto alle europee, basato su domande di merito, mi sono trovato ad essere più vicino (87%) a Green Italia che (82%) al Partito Democratico, il mio partito (e, fino a pochissimo tempo fa, anche il partito di alcuni dirigenti, non di seconda fila, di Green Italia).

Va da sé che ho seguito con particolare interesse l’esito elettorale della lista che Green Italia ha voluto presentare unendosi agli ultimi epigoni dell’altro ecologismo di casa nostra, quello già da tempo discioltosi al calore del sole che ride. Il risultato del voto, pessimo, è stato anche peggiore di quel che si potesse pensare e di quello che in qualche post mi era capitato di pronosticare.

Vale dunque a maggior ragione, secondo me, la domanda che già si imponeva in campagna elettorale: si può pensare di incidere di più, di pesare maggiormente, con lo 0,9 per cento dei voti nel mare magnum delle forze politiche italiane, oppure con il 3-5 per cento (probabilmente di più) del consenso degli elettori del partito che guida il governo, detiene largamente la maggioranza relativa e, a torto o a ragione, rappresenta le speranze di cambiamento di ampi strati, non certo i peggiori, della società italiana?

Conosco molte delle risposte – tutte ragionevoli, nessuna convincente – che gli amici di Green Italia danno a questa domanda. La meno fantasiosa è quella che guarda alle forze politiche europee e al peso che i Green hanno nel Parlamento europeo, per sostenere che il contributo a quel peso può essere (avrebbe potuto essere, dico io, visto che non ha aggiunto nemmeno un parlamentare) determinante per le politiche rinnovate che sono necessarie, soprattutto in chiave ambientale. Si tratta di una risposta comunque assai debole. A parte la considerazione che la scelta di costituire Green Italia è stata fatta per ragioni tutte italiane, basta guardare a ciò che sta avvenendo in questi giorni di dislocazione delle forze e della costruzione delle alleanze a Bruxelles per capire che, anche lì, la possibilità di dare una svolta passa dal rapporto con il Pse. Anche lì come da noi con il Pd, appunto, dove un saldo punto di riferimento dell’ambientalismo vero come Ermete Realacci – sostenitore di Renzi dalla prima ora – e dove una rete di capaci e volenterosi ambientalisti come gli Ecologisti Democratici svolgono la loro funzione di battaglia potendo contare sulle potenzialità di un partito del 40 per cento e sulla possibilità di contaminarne e condizionarne giorno per giorno le scelte.

So che a qualcuno che usa in ogni cinguettio su twitter (anche quando non c’entra nulla) l’hashtag #largheintese scatterà il riflesso di sciorinare l’elenco di tutte le nefandezze che, a suo dire, il Pd ha commesso in ragione dell’alleanza che lo tiene al governo. (Una abitudine che non mi piace, quella di usare dopo – quando i conti non tornano – argomentazioni che prima – quando i conti, almeno personali, tornavano – non si utilizzavano mai.)

Ma agli amici di Green Italia che lasciano certe polemiche alla sinistra ‘pura’ di una parte della (ex) Lista Tsipras, e che dunque non usano quell’hashtag, chiedo di riflettere ancora e ancora sulla domanda iniziale e di trovare risposte più convincenti. O di ripensare la loro scelta.

Luigi Bertone