Il Jobs Act di Renzi oggi alla Camera per la fiducia

Lavoro precario, ma robot in grande spolvero: la doppia faccia dell’industria italiana

I dati Ucimu sulle vendite di macchine utensili da soli non fanno una buona notizia

[23 aprile 2014]

Il decreto sul lavoro, frutto delle fatiche del ministro Poletti, arriva oggi alla Camera blindato dalla fiducia posta dal governo sul provvedimento, ma soprattutto accompagnato dai pesantissimi dati sulla disoccupazione recentemente ricordati dall’Istat. Nell’ultimo anno 1 milione e 130 mila famiglie hanno (soprav)vissuto senza redditi da lavoro, in crescita rispetto al 2012. Ma qualcosa che torna a crescere nel mondo del lavoro sembra esserci: le macchine utensili.

Nel primo trimestre 2014, l’indice degli ordini di macchine utensili, elaborato dal centro studi di Ucimu-Sistemi per produrre – l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione e prodotti ausiliari – segna un incremento del 15,2% rispetto al periodo gennaio-marzo dell’anno precedente. L’export ha registra un incremento del 5,7%, proseguendo così sulla scia dell’ultimo trimestre del 2013. Ma la vera novità è che l’indice ha guadagnato un +79,3% rispetto al primo trimestre 2013. Si tratta di un incremento gigantesco, anche se il dato di partenza è quello degli ordinativi disastrati dalla crisi.

L’inversione di tendenza della domanda interna – commentano da Ucimu – dovrebbe altresì trovare beneficio nell’entrata in vigore della Nuova Legge Sabatini che, operativa dal 31 marzo, nella prima finestra di presentazione pratiche, ha raccolto ben 2010 domande di finanziamento, per un valore di investimenti in beni strumentali pari a 655 milioni di euro. «La domanda italiana sembra risvegliarsi ora- precisa Luigi Galdabini, presidente dell’associazione – Un ottimo segnale, questo, che però va interpretato considerando che l’incremento risulta così deciso anche perché si confronta con un periodo disastroso che speriamo essere alle nostre spalle».

La notizia ha suscitato in effetti un prudente entusiasmo all’interno del mondo industriale italiano, ma ha una doppia faccia. Da una parte suggerisce una ritrovata vitalità imprenditoriale nel Paese, dall’altra riporta dati che non collimano affatto con l’andamento del lavoro in Italia. Mentre le macchine utensili sono in ripresa, le previsioni sulla disoccupazione – dettate dal governo stesso nel suo Documento di economia e finanza (Def) – sono infatti in peggioramento per almeno tutto il 2014.

Sono dunque i robot che si mangiano ancora una volta il lavoro degli operai? È presto per dirlo, per ora ci sono indizi. Contattati da greenreport, da Ucimu hanno precisato che quello della robotica rappresenta solo uno su tre dei comparti racchiusi all’interno dell’associazione, composti da macchine utensili a deformazione, ad asportazione (entrambe circa al 44% sul totale) e dalle tecnologie per l’asservimento delle macchine utensili (11%). I robot, appunto.

Come si è suddiviso quel +79,3% nei tre comparti? «I dati disaggregati ancora non sono disponibili», rispondono da Ucimu. Vedremo dunque quando saranno sfornati. Certo è che, anche in piena crisi, l’Italia è stata dietro la Germania il maggiore acquirente europeo di robot industriali. «Più del doppio di quanto non abbiano acquistato ciascuno Gran Bretagna, Francia, Spagna, per non parlare degli altri paesi – ha recentemente precisato sulle nostre pagine il sociologo del lavoro Luciano Gallino – Una tendenza che ha un solo significato: anche quando la produzione si continua a fare si sostituisce la manodopera con le macchine».

Una tendenza che si muovo di pari passo con la precarizzazione del lavoro (umano). Come ricorda oggi il Sole 24 Ore, nel IV trimestre del 2013 i contratti a tempo indeterminato sono stati appena 1/5 degli nuovi attivati. E il nuovo decreto sul lavoro del governo Renzi, calmierato appena dal lavoro in commissione parlamentare, spinge proprio sulla liberalizzazione del contratto a tempo determinato, nonostante il ministro Poletti abbia affermato che l’indeterminato dovrebbe essere la forma contrattuale più conveniente per almeno il 10%. Aspettando interventi concreti in tal senso, la precarizzazione avanza, sospinta dalle ambizioni elettorali del Nuovo centrodestra di Alfano e anche con l’appoggio degli imprenditori italiani, da quanto si deduce leggendo oggi l’editoriale di Alberto Orioli in prima pagina sul quotidiano di Confindustria. Il tutto mentre qualcuno – leggi la giunta Maroni in Lombardia – sta già cercando di forzare la mano, spingendo perché Patto per il lavoro (precario) disegnato ad hoc l’estate scorsa per l’Expo 2015 di Milano possa estendersi già oltre i suoi naturali confini.

L’avanzata della precarizzazione, assieme a quella della disoccupazione tecnologica, comprime il lavoro italiano in una morsa ferale. E che nulla ha a che vedere con la sostenibilità, in primo luogo sociale. Formazione, qualità, innovazione – e sì, anche sostenibilità, stavolta economica e ambientale – hanno bisogno di tempo per affermarsi, e di lavoro stabile. Speriamo che anche il nostro esecutivo se ne renda conto, prima che un nuovo pasticcio sulle norme del lavoro, disegnato con l’illusione che siano le norme e non i piani industriali a creare nuova occupazione, venga approvato alla bell’e meglio tornando a infierire su quel lavoro che per molti, troppi italiani rimane ormai un miraggio pronto a svanire al primo sussulto.