A greenreport Benedetto De Martino, neuroscienziato italiano a Cambridge

Il premio Nobel che ci spiega la sostenibilità: a chi sta fermo il cervello non serve

La scoperta premiata è molto di più che un «Gps interno» che aiuta a orientarci

[7 ottobre 2014]

L’assegnazione del premio Nobel per la Fisica, annunciata oggi, è un riconoscimento non trascurabile anche per l’importanza delle tecnologie verdi. Gli scienziati giapponesi Isamu Akasaki, Hiroshi Amano e Shuji Nakamura, padri del moderno Led, con la tecnologia di cui sono capostipiti stanno contribuendo ancora oggi a un utilizzo più efficiente dell’energia. Ma la lettura “verde” dei Nobel 2014, paradossalmente, scende più in profondità  coi vincitori del premio per la Medicina, annunciati ieri: lo statunitense John O’Keefe dell’University College of London e i coniugi norvegesi May-Britt e Edvard Moser, del Kavli Institute for Systems Neuroscience di Trondheim. Riuscendo ad aprire il cassetto nel nostro cervello dove sono custodite le mappe che aiutano a orientarci, vi hanno trovato dentro anche il più ambito premio al mondo per uno scienziato.

«Come facciamo a sapere dove siamo? Come possiamo trovare la strada da un luogo a un altro? E come possiamo memorizzare queste informazioni in modo tale che da ritrovare immediatamente la strada la prossima volta in cui faremo lo stesso percorso?». È la risposta a queste tre domande dall’apparente banalità, ma in realtà straordinariamente complesse, che è valsa loro quest’anno il premio Nobel e un premio (complessivo) di 8 milioni di corone svedesi, ossia più di 880 mila euro. Non poco, in tempo di risorse per la ricerca che languono. La loro scoperta ha però forti implicazioni anche al di fuori dell’ambito prettamente medico o fisiologico, e li merita tutti: «Si tratta del primo premio Nobel assegnato all’ambito delle neuroscienze cognitive – dichiara a greenreport il neuroscienziato Benedetto De Martino, affiliato in Italia al Cresa e oggi ricercatore all’interno della prestigiosa Cambridge – che ha avuto un vero boom negli ultimi anni».

Scoprendo le cosiddette place cells e le grid cells, i tre scienziati premiati col Nobel hanno reso nota al mondo l’esistenza di quel meccanismo cerebrale che permette di orientarci, ma limitarsi a parlare di «Gps interno» sarebbe riduttivo. Il loro lavoro ci permette di capire meglio quello straordinario tesoro che portiamo a spasso dentro la nostra testa, e le responsabilità che comporta (o almeno dovrebbe).

«A che serve il cervello? Dovessi dare una risposta semplificatrice – osserva De Martino – direi che fondamentalmente serve per muoversi nello spazio; e non solo per rappresentarlo, ma per predirlo. Muovendosi, attorno a un animale (al contrario delle piante, che infatti non sono dotate di apparato neurale) il mondo cambia continuamente. Se ti muovi e ti affacci su un burrone il tuo ambiente cambia drammaticamente, e devi saper reagire».

A chi sta fermo il cervello non serve. «Come spiega con un divertente aneddoto il mio collega Daniel Wolpert – continua De Martino – esiste una sorta di medusa, il sea squirt, che vive due stati: o nuota, o si ferma e rimane attaccata a uno scoglio per esigenze riproduttive. La prima cosa che fa è mangiarsi il proprio sistema nervoso, che gli dà sostanzioso nutrimento e non gli serve più. Non si muoverà più da dove si è fermata».

Per l’homo sapiens, che ha un cervello ben più articolato di quello di una medusa, le implicazioni non finiscono qui. Le place cells sono state individuate in quell’area dell’encefalo chiamata ippocampo, dove risiedono anche le funzioni legate alla memoria. Arriva così una riprova scientifica di ciò che il filosofo Kant sosteneva – secoli fa – che spazio e tempo sono concetti che non derivano dall’esperienza, ma sono innate nel nostro essere. Le place cells rappresentano «la nostra coscienza di essere un punto nello spazio», di farne parte. La stessa memoria, per quanto pensato dal fresco Nobel John O’Keefe si può pensare come una mappatura dello spazio nel corso del tempo: una sorta di navigazione temporale.

Quella delle place e grid cells è una scoperta legata alla relazione dell’uomo con il suo spazio. Un meccanismo a livello basilare, cellulare, che ci ricorda come lo spazio per un essere umano «non è solo esterno – sintetizza De Martino – ma anche interno a sé: lo spazio che ti circonda è una tua rappresentazione, creata nel tuo cervello».

Una consapevolezza che dovrebbe influenzare anche il modo in cui un animale, in questo caso noi uomini, ci relazioniamo con l’ambiente. «L’uomo e il mondo che ci circonda – chiosa il neuro scienziato – non sono due realtà nettamente separate. L’uomo fa parte dello spazio, ma anche lo spazio è parte dell’uomo, una conclusione che non è così evidente a un primo sguardo. Siamo due realtà che comunicano in continuazione tra loro». Riuscissimo a prendere davvero coscienza di questo, nello sviluppo sostenibile potremmo davvero fare passi da gigante.

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  • Daniel Wolpert: The real reason for brains