Quale federalismo?

[17 settembre 2013]

Il rischio che prevalga la voglia di seppellire il federalismo che per la verità non se l’è passata mai tanto bene -polentate leghiste a parte- è sicuramente reale. A conferma si citano taluni provvedimenti in itinere a partire da quello della abrogazione delle province, istituzione delle Città metropolitane nonché la possibile riduzione dell’autonomia dei comuni. Non mancano neppure proposte –vedi la recente lettera di Rutelli al comitato dei ‘saggi’ –di abrogare pure le regioni che nell’europa di oggi non avrebbero più ruoli seri. Roberto Napoletano su Il Sole-24 Ore ha richiamato interventi inascoltati di molti decenni fa che mettevano in guardia dai rischi che sarebbero derivati dal ruolo ‘invasivo’ delle regioni. Anche gli imprenditori a Cernobbio si sono lamentati di un decentramento ‘diventato burocrazia’.

Il Presidente del consiglio Letta ha dal canto suo ricordato che il titolo V varato nel 2000 fu un grave errore perché complicò le diverse competenze scoraggiano ad esempio gli investimenti esteri.

Se riconduciamo la situazione più specificamente  al governo dell’ambiente da tempo si denunciano le responsabilità dello stato ma ancor più delle regioni e degli enti locali a cui il nuovo Titolo V della Costituzione avrebbe assegnato e riconosciuto ruoli impropri sottratti a Roma  con effetti perversi. Non è un caso che già con il governo Monti sotto accusa fosse finito il titolo V e sia proseguito quello smantellamento iniziato già con le Comunità montane e proseguito ora con le province in base a  spese di bilancio  senza alcun riferimento ai compiti e ai ruoli affogati disinvoltamente in imprecisate ‘aree vaste’ da definire sulla base di meccanismi del tutto estranei alle caratteristiche dei territori.

Dopo le province come abbiamo visto nel mirino sono finite ora anche le regioni. D’altronde taluni segnali di ‘recupero’ centralistico li avevamo già chiaramente avvertiti con il nuovo Codice dei Beni culturali che sul paesaggio aveva deciso di ricondurre tutto a Roma e alla Soprintendenze sottraendo il paesaggio, ad esempio,  ai piani dei parchi pur prescritto da una legge quadro. Ora con questo  ‘famigerato’ titolo V si era cercato di mettere su un piano di pari dignità quella ‘leale collaborazione’  istituzionale che era ed è alla base di quel ‘quasi federalismo’ di cui da anni si parlava e basta.

Che non abbia funzionato è fuori discussione; basta vedere che fine hanno fatto la gestione del suolo, della natura, del paesaggio e quelle politiche di programmazione che specie oggi in rapporto all’Europa non possono certo essere affidate  ad un livello istituzionale ‘solo al comando’. Da qualche parte si è accennato, ad esempio, al ‘coordinamento’ dei comuni da affidare o allo stato o alle regioni. Ricordo le discussioni infinite all’indomani della istituzione delle regioni se aveva ancora senso affidare allo stato il compito di ‘indirizzo e coordinamento’ visto che il nuovo assetto costituzionale richiedeva e implicava appunto quella ‘leale collaborazione’ che in effetti è restata sulla carta. L’attuale  policentrismo anarchico ha scardinato quel poco  di federalismo che aveva preso corpo e il rischio è che proprio lo stato che quanto a carte in regola ha ben poco da pretendere e da vantare ne risulti premiato.La relazione su ‘Il riordino territoriale delle stato: riflessioni e proposte della Geografia italiana’  a cura di Michele Castelnuovi  che in 125 pagine raccoglie una serie di importanti contributi di esperti, conferma  chiaramente quanto il dibattito istituzionale in corso sia scisso da quel che  è avvenuto e sta avvenendo sul territorio non rispetto ai confini amministrativi ma a quelli economico-sociali, ambientali etc.

Lì si può cogliere quanto sia astruso parlare di ‘area vasta’ come si sta facendo oggi ma anche cosa significa in concreto parlare degli 8094 comuni di cui un quarto non supera i 1000 abitanti ma anche di aree metropolitane e il rapporto tra urbano e non urbano. Pensare che basti affidare il tutto alla ragioneria dello stato e affibbiare alle province il titolo di ‘casta’ istituzionale è quindi una mera sciocchezza. Peggio è una pretestuosa via di fuga

per cercare ancora una volta di eludere le criticità che vanno finalmente affrontante non con manie e furori abrogazionistici all’insegna fasulla della lotta alle ‘caste’.

La globalizzazione non sta cancellando né le dimensioni locali nè quelle regionali e neppure quelle nazionali le sta solo profondamente cambiando il che implica e richiede che esse sappiano trovare e gestire davvero in ‘leale collaborazione’ ruoli e compiti di governo non ‘espropriabili’. E se lo stato non può pretendere di decidere per tutti neppure le regioni possono farlo nei confronti degli enti locali.

Renzo Moschini

 

 

 

 

 

 

 

 

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