Quando si deve parlare di migranti, di rifugiati o di richiedenti asilo?

Metafore trite e ritrite e disumanizzanti che rafforzano la paura irrazionale degli stranieri

[31 agosto 2015]

politivca migratoria

Per i giornalisti è diventato molto delicato scegliere i termini giusti quando scrivono della crisi dei migranti in Europa. Tato per cominciare, non è esattamente una “crisi dei migranti”, perché la maggior parte delle persone in questione sono dei rifugiati siriani, afghani o eritrei che fuggono dalla guerra o dalle persecuzioni. Nel quadro di questo dibattito, Al Jazeera ha deciso di smettere di utilizzare del tutto la parola “migrante” per designare le persone che traversano il Mediterraneo, ma numerosi grandi media continuano a confondersi. Ecco alcuni degli errori più ricorrenti: Parlare di migranti anche quando si tratta manifestamente di rifugiati «Fuggono dalle persecuzioni, dalla guerra e dalla fame nei loro Paesi di origine e la maggioranza dei migranti vengono dall’Eritrea, dalla Siria e dall’Afghanistan», si poteva leggere recentemente su The Independent.   Se sono fuggiti dalle persecuzioni e dalla guerra (come è il caso per gli eritrei, I siriani e gli afghani), sono dei rifugiati o almeno dei richiedenti asilo. Nel senso stretto del termine, si tratta certamente di migranti, vale a dire di persone che si spostano da un Paese ad un altro. Ma se fuggono da Paesi noti per essere in guerra o colpevoli di violazioni generalizzate dei diritti umani, esiste un termine più specifico: rifugiato. I principali itinerari di migrazione verso l’Europa sono attualmente percorsi sia da richiedenti asilo (persone che hanno chiesto o prevedono di chiedere lo status di rifugiato, ma la cui richiesta non è stata ancora oggetto di una decisione definitiva) e da cloro che sono chiamati “migranti economici”, il che può portare a fare confusione. Ma, se si fa riferimento esclusivamente ai siriani, come in questo  reportage della CBS, niente giustifica di impiegare la parola “migranti”. Parlare invariabilmente di rifugiati quando alcuni non lo sono Questo errore è meno corrente, ma l’iniziativa di Al Jazeera rende sempre più probabili delle frasi come queste, tratte da un articolo  pubblicato questa settimana dalla catena di informazioni: «Un numero record di rifugiati è affluito dalla Serbia verso l’Ungheria, qualche giorno appena prima che questo Paese membro dell’Unione europea completasse l’installazione di una recinzione frontaliera, secondo la polizia».  Anche se la maggioranza delle persone che arrivano in Ungheria potrebbero pretendere lo status di rifugiato, altri tentano di raggiungere l’Europa in cerca di una migliore situazione economica piuttosto che di protezione. Se non è proprio sbagliato chiamare rifugiato un migrante, è scorretto qualificare tutti i  migranti rifugiati. Modificare le politiche dell’Ue In questi ultimi mesi, l’Unione europea (Ue) ha pubblicato un certo numero di proposte e di misure importanti riguardanti le migrazioni. Quelle che hanno innescato più controversie e dei dibattiti accesi sono quelle che riguardano la reinstallazione dei rifugiati riconosciuti come tali negli Stati membri e la ricollocazione dei richiedenti asilo che arrivano in Grecia o in Italia verso altri Paesi dell’Ue. Numerosi media deformano queste politiche utilizzando il termine migranti per riferirsi a queste persone reinstallate o rilocalizzate. Questo reportage della BBC parla di «piani di reinstallazione di decine di migliaia di migranti in tutta Europa» e di «obiezioni alla ricollocazione dei migranti in funzione di quote obbligatorie». Questo articolo del Daily Mail commette lo stesso errore: «La Gran Bretagna non terrà conto della richiesta fatta dall’Ue agli Stati membri di accogliere 40.000 migranti provenienti dall’Italia o dalla Grecia». I migranti e  richiedenti asilo la cui richiesta è stata respinta non sono interessati dalla reinstallazione o dalla ricollocazione ed hanno più possibilità di essere espulsi. Utilizzare il termine “migranti” in questo contesto rafforza l’idea secondo la quale l’Ue farebbe pressione sugli Stati membri perché accolgano più migranti. Impiegare delle metafore trite e ritrite e disumanizzanti Ogni giornalista o quasi che ha scritto del livello record di migrazione verso l’Europa in questi ultimi mesi è probabilmente stato tentato di impiegare le parole «onda», «afflusso», o «marea». Questo articolo pubblicato ad aprile dal Washington Post le utilizza tutte e va ancora oltre parlando di «ondata di marea di esseri umani».   Le metafore marine non sono solo banali e dei cliché, ma sono allarmiste e rafforzano la paura irrazionale di un’Europa che rischia di essere inghiottita da un oceano di stranieri indesiderabili. Sì, il tasso di immigrazione è elevato in rapporto agli anni passati, ma si tratta solo di qualche centinaio di migliaia di persone ripartite in una regione di 508 milioni di abitanti.

Kristy Siegfried  

Articolo pubblicato su Irin – humanitarian news and analysis  con il titolo “When to use the M-word”.

Traduzione di Umberto Mazzantini