Lavorare meglio perché si possa lavorare in di più

Quanto ci costa lo stress da (non) lavoro e quello sulle risorse naturali

Due nuovi report europei ricordano all’Italia come sulla disoccupazione si stia muovendo nella direzione sbagliata

[8 aprile 2014]

Lo stress, ormai è noto, è la malattia del secolo. Di quale secolo si parli è più difficile da capire. Il refrain era abbondantemente usato negli anni ’90, ma nel nuovo millennio non ha fatto altro che diffondersi ulteriormente, e con buone ragioni. Tanto che l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) ha lanciato una campagna biennale a livello europeo: Insieme per la prevenzione e la gestione dello stress lavoro correlato, definendo «allarmante» la diffusione dello stress lavoro-correlato in Europa.

Secondo i calcoli Ue, i costi complessivi dovuti ai disturbi di salute mentale in Europa (legati al lavoro o meno) sono stimati in 240 miliardi di euro l’anno. Meno della metà di questa somma deriva dai costi diretti, come le cure mediche. Per il resto – la stragrande maggioranza, circa 136 miliardi di euro – si tratta di perdita di produttività sul lavoro, compreso l’assenteismo per malattia (per il quale lo stress è la prima causa in Europa). «La gestione dello stress correlato al lavoro – ha sottolineato il commissario europeo per l’Occupazione, gli affari sociali e l’inclusione László Andor – è uno dei cardini per garantire la salute, la sicurezza e il benessere dei lavoratori europei. I posti di lavoro non possono permettersi di ignorare lo stress correlato al lavoro, che aumenta l’assenteismo e riduce la produttività».

Chi subisce un forte stress sul luogo di lavoro, almeno dovrebbe togliersi un peso dalla coscienza: non è colpa sua. «I lavoratori – precisano dall’Agenzia – avvertono stress quando le esigenze lavorative sono superiori alla loro capacità di farvi fronte. Lo stress lavoro-correlato è un problema a livello di organizzazione, e non una colpa individuale».

Una considerazione che vale a maggior ragione per l’Italia. Il report non si sofferma sul nostro Paese, ma i dati disponibili dipingono un quadro tutt’altro che idilliaco. Basti ricordare che, in media, secondo l’Ocse alle nostre latitudini ogni dipendente in un anno lavora 200 ore in più rispetto a un collega danese, e ben 300 in più rispetto a un tedesco o un olandese. Lo stesso vale per altri paesi “pigri” del sud Europa, Grecia in testa. Come ha efficacemente riassunto il Sole 24 Ore, «in Grecia e in Italia si lavora 300 ore in più della Germania, ma si guadagna la metà». Al contempo, i virtuosi cugini nordici insistono per farci stringere la cinghia e aumentare la nostra flessibilità sul lavoro, appoggiati da pasdaran nostrani che caricano al grido di “Ce lo chiede l’Europa”. Non proprio un toccasana per lo stress.

La chiave di volta per capire questa paradossale differenza sta nella parola produttività. In quel tipo di occupazione finora prevalente – ma che andrà progressivamente assottigliandosi, all’aumentare dell’automatizzazione del lavoro – ossia di tipo intellettuale o manuale ma in ogni caso ripetitiva, il fattore umano (misurato dal costo del lavoro) ha diminuito progressivamente la sua rilevanza all’interno dei conti aziendali. Come ci ricorda ad esempio il sociologo Luciano Gallino oggi «per produrre una vettura servono sempre meno ore lavoro, ormai anche meno di 20», e lo stesso Sergio Marchionne già nel 2009 andava affermando che mediamente il costo del lavoro incide per solo il 7% sul costo di un’auto Fiat.

Il problema del lavoro italiano non è dunque l’alto costo, ma la bassa produttività che da vent’anni è pressappoco ferma. Produttività totale, beninteso: come ormai è (o dovrebbe essere) noto ma costantemente sottaciuto, nel periodo 1992-2011 l’Italia ha vissuto una crescita media dello 0,9% della produttività del lavoro ma un crollo dello 0,7% di quella del capitale, dalla cui sponda oggi arrivano incomprensibilmente le maggiori lamentele.

Di fronte a questi dati è lecito aspettarsi che la nuova regolamentazione del lavoro che sta portando avanti il governo Renzi con il suo Jobs Act, spogliato di gran parte delle sue iniziali velleità di piano industriale, non porteranno significativi incrementi dell’occupazione. Semplicemente, perché non va a incidere nel cuore del problema.

A tal proposito suggerimenti molto utili potrebbero invece arrivare da una nuova analisi dell’European environmental bureau, Advancing resource efficiency in Europe. Aumentando l’efficienza delle risorse materiali impiegate nei processi produttivi (e, dunque, migliorando la produttività del capitale) racchiude la possibilità di creare in Europa 750.000 nuovi posti di lavoro entro il 2025 e 860.000 entro il 2030, garantendo – da sola – la possibilità di occupare 1/6 dei giovani europei oggi disoccupati e il raggiungimento di ambiziosi target ambientali.

Nello scenario descritto dal rapporto si stima infatti che  perseguendo obiettivi ambiziosi per l’aumento del riciclaggio e la riduzione dei rifiuti alimentari, il riutilizzo di prodotti tessili e accessori, l’Europa potrebbe aiutare a prevenire l’equivalente di circa 415 milioni tonnellate di CO2 entro il 2030: l’equivalente a togliere 4 auto su 10 dalle strade europee. Da sola, inoltre, una forte politica di riduzione dei rifiuti alimentari potrebbe anche contribuire a evitare l’uso dei terreni coltivati pari a ​​57mila km² entro il 2030, una superficie più grande dell’intera Croazia.

Vale la pena inseguire questi che non sono sogni ma obiettivi concreti, efficaci e sostenibili, piuttosto che continuare a impantanarci nel battere le strade della flessibilità del lavoro, della precarizzazione, della formazione inadeguata, dello smantellamento dei diritti e dello stato sociale. L’Italia nel complesso non ne beneficerebbe, al contrario di una stretta minoranza che vedrebbe allargarsi ulteriormente una forbice delle disuguaglianze già oggi mostruosa.

Non è necessario in Italia lavorare di più, ma lavorare meglio perché si possa lavorare in di più. Come ricorda da anni lo storico sindacalista italiano Pierre Carniti, un secolo fa lavoravamo 72 ore settimanali: 6 giorni la settimana, per 12 ore al giorno. Oggi, grazie all’aumento dei diritti dei lavoratori all’incremento della produttività, lavoriamo circa la metà, e nel mentre la ricchezza è complessivamente aumentata a dismisura. Puntando sull’ambiente, è un miracolo che oggi possiamo replicare, dando lavoro a chi non ce l’ha e migliorare le condizioni di vita di chi già oggi è occupato. Perché se lo stress da lavoro è un male, quello da non lavoro è assai peggio.

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  • Gestione dello stress e dei rischi psicosociali sul lavoro