Radiografia del mondo arabo. Conflitti politici e lotte sociali

[9 gennaio 2015]

Questo saggio risulta da una sintesi che lo stesso Samir Amin, direttore del Third World Forum in Dakar ha tratto per noi da un suo lavoro molto più ampio (Il mondo arabo: stato dei luoghi, stato delle lotte) che è in corso di pubblicazione in lingua araba e prossimamente verrà tradotto in inglese e in francese. [“The Liberal Virus”, “The World We Wish to See”, “The Law of Worldwide Value” e di recente, “The Implosion of Contemporary Capitalism”]. Il risultato del lavoro di sintesi è tuttavia molto più ampio rispetto alle consuetudini di un quotidiano, e perciò lo pubblicheremo a puntate, in collaborazione con La Sinistra Rivista. 

Una rapida analisi della situazione attuale permette di capire che la situazione è rimasta invariata: il potere mamelucco continua a dominare. La prima analogia evidente con il passato è il ruolo dell’esercito, che in Algeria, in Egitto, in Siria e in Iraq ha il potere supremo. Si tratta di un’istituzione militare che può essere disciplinata e sottoposta a una gerarchia rispettata (Egitto) o caratterizzata da numerosi generali in lotta più o meno aperta tra loro (Algeria). Certo, questa istituzione può anche non essere quel solido garante della stabilità che ci si aspetterebbe. Ma anche se influenzata dall’islamismo politico, non immunizzata dalle forze centrifughe che la diversità etnica o confessionale può alimentare, l’istituzione militare rimane comunque l’unico erede del nazionalismo populista degli anni cinquanta, sessanta e settanta. Conserva quindi una tradizione nazionalista che non è completamente scomparsa. Le elezioni farsa non sono prese sul serio da nessuno, e men che meno dalle classi popolari, che se ne disinteressano. Un presidente succede a un altro attraverso elezioni, nei periodi di calma, o con un ‘colpo di Stato’, come ai tempi dei sultani, dei pascià e dei mamelucchi, sempre pronti a uccidersi tra loro. In Marocco, in Arabia Saudita e negli Emirati arabi del Golfo Persico l’istituzione monarchica, fusa con l’istituzione religiosa tanto marocchina che wahhabita, assicura direttamente la trasmissione del potere supremo.

La seconda analogia con l’autocrazia mamelucca riguarda gli stretti rapporti esistenti tra il mondo degli affari e quello del potere. In realtà non esiste un vero e proprio ‘settore privato’; non ci sono molti capitalisti indipendenti che siano garantiti nella gestione delle loro imprese. La lingua egiziana ha creato un termine per indicare i nuovi ricchi dell’‘apertura economica’ (infitah) arrivata con la nuova globalizzazione liberale. Si fa distinzione tra il settore ‘privato’ (khas) – cioè le vere e proprie attività capitalistiche – e il settore ‘personale’ (firdani), cioè gli affari che esistono solo con la complicità del potere. Il settore privato, quando esiste, è rappresentato da imprese di medie dimensioni piuttosto malmesse a causa della congiuntura e della globalizzazione liberista. Al contrario , il fatturato del settore ‘personale’ cresce di anno in anno, accentuando la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. Un esempio fra tutti: gli Imprenditori arabi (al Muawilin Al Arab), un’‘impresa’ egiziana diretta dal supermiliardario Osman Ahmad Osman. Questa organizzazione ha assunto il controllo di tutte le attività commerciali dello Stato, che poi subappalta, anche se le leggi in teoria vieterebbero questa pratica. Di conseguenza, la maggior parte dei profitti della cosiddetta economia privata nel mondo arabo degli ultimi vent’anni rappresenta di fatto una vera e propria rendita politica.

Terza analogia: la strumentalizzazione della legittimità religiosa convenzionale e conservatrice. Infatti più il potere mamelucco – compradoro è subordinato agli interessi imperialistici dominanti, più si adegua alle esigenze della globalizzazione liberale e più cerca di compensare la perdita di legittimità nazionale che questa sottomissione comporta con l’irrigidimento delle pretese ‘religiose’ del suo discorso, entrando da questo punto di vista in competizione con la corrente fondamentalista. Esattamente come facevano gli antenati ottomani e mamelucchi, via via che cedevano ai diktat degli imperialisti dei secoli passati!

Il lettore potrebbe obiettare che i fenomeni descritti non sono specifici del mondo arabo. L’Indonesia offre un evidente esempio di dittatura militare-mercantile accompagnata da un’identica retorica religiosa. Anche in questo caso si può parlare di un effetto della ‘cultura islamica’? Ma allora perché la Cina dei ‘signori della guerra’ e del Kuomintang di ieri o le Filippine di oggi rientrano per molti aspetti in questa casistica? In definitiva, mi pare più appropriato vedere nel modello ‘autocratico militare, mercantile (mamelucco-compradoro/rentier), conservatore, culturale e religioso’ il prodotto del ‘sottosviluppo’ inteso non come ‘ritardo’, non come una ‘fase’ dello sviluppo, ma come uno degli aspetti della polarizzazione propria dell’espansione mondiale del capitale. Questa non produce la modernizzazione (e la democrazia potenziale), ma il suo contrario – la modernizzazione dell’autocrazia, la modernizzazione della povertà. L’autentica modernizzazione e democratizzazione si conquistano contrapponendosi alle forze dominanti del sistema mondiale, non inserendosi nella loro scia.

La specificità del mondo arabo è che questa rinascita contemporanea dell’autocrazia mamelucca non sarebbe stata pensabile solo cento o cinquanta anni fa. Allora quel capitolo sembrava definitivamente chiuso.

In un primo tempo il mondo arabo – almeno i suoi centri egiziani e siriani – sembrava impegnati in un’autentica modernizzazione borghese. Mohamed Ali6 e poi la nahda del secolo XIX sembravano aver gettato le basi per questo superamento. La rivoluzione egiziana del 1919 ne rappresentava la prima espressione. E non è un caso che questa rivoluzione si sia fatta nel segno di una grande laicità, secondo il principio che ‘la religione è di dio, la patria di tutti’ e scegliendo una bandiera che univa la mezzaluna alla croce. Nell’impero ottomano i tanzimat7 davano il via a un’evoluzione simile di cui avrebbero beneficiato le province arabe, che a loro volta si sarebbero emancipate dopo la divisione dell’impero. Costituzioni, codici civili, partiti borghesi ‘liberali’, elezioni parlamentari lasciavano sperare che, nonostante tutte le debolezze e le insufficienze, la società si fosse avviata sulla strada giusta. I magri risultati ottenuti in termini di sviluppo economico e sociale reale – che si spiegano con la debolezza delle borghesie locali di fronte agli imperialisti dell’epoca e ai loro alleati reazionari locali – e quindi l’aggravamento della crisi sociale avrebbero messo fine a questa prima fase della modernizzazione mancata del mondo arabo.

Il secondo momento fu quello del nazionalismo populista degli anni cinquanta, sessanta e settanta. Nasserismo, baathismo, rivoluzione algerina sembravano in grado di contrastare la crisi sociale con l’utilizzo di una strategia di confronto più energico contro l’imperialismo (grazie anche al sostegno sovietico) e con attive politiche di sviluppo economico e sociale. Ma anche questo capitolo si è chiuso, per motivi che non possiamo analizzare in questa sede e che combinano le contraddizioni e i limiti interni del sistema e la trasformazione delle congiunture economiche e politiche mondiali. È in questo momento che si riafferma lo Stato autocratico premoderno. Ma a questo ritorno si accompagna una società che non è più paragonabile con quella di cento o di cinquanta anni fa. Oggi la crisi sociale è molto più acuta rispetto al passato. Non che la società sia complessivamente più ‘povera’. Al contrario, in termini di reddito reale medio, il progresso è evidente. Né la ricchezza vi è distribuita in misura più diseguale. Al contrario, in questo settore le trasformazioni riguardano soprattutto l’espansione delle classi medie, passate in Egitto nello spazio di cinquant’anni dal 5 al 30% della popolazione relativamente ai suoi strati superiori e dal 10 al 50% per l’insieme delle categorie che li compongono (secondo Galal Amin). Tuttavia la modernizzazione ha riguardato anche la povertà.

La gravità della crisi è proporzionale al grado di urbanizzazione del mondo arabo. Oggi più della metà della popolazione araba è urbanizzata. Ma questo trasferimento di massa non è il risultato di una duplice rivoluzione agricola e industriale, più o meno analoga a quella che ha caratterizzato l’Occidente capitalista o il mondo sovietico e la Cina contemporanea da circa mezzo secolo. Al contrario, esso è il risultato dell’assenza tanto della rivoluzione agricola quanto di quella industriale. La crescente miseria rurale, che le industrie e le attività moderne sono incapaci di assorbire, si è semplicemente trasferita nelle città. La struttura delle classi e dei ceti sociali popolari nella quale questa crisi si manifesta non ha più nulla a che vedere con quella del mondo arabo di cento o di cinquant’anni fa. La crisi si svolge nelle nuove strutture della vita politica, delle ideologie, delle organizzazioni e delle forme di lotta sociale.

Dopo aver voltato anche la pagina del nazionalismo, il sistema del partito unico ha ceduto il posto allo sviluppo incontrollato del multipartitismo, che i media mondiali dominanti si sono affrettati a salutare come l’avvio di uno sviluppo democratico, prodotto ovviamente – come proclama la vulgata oggi tanto di moda – dall’apertura ai mercati. Il paradosso è che questa esplosione del multipartitismo è stata accompagnata da un ritorno all’autocrazia di tipo mamelucco.

continua.

di Samir Amin, direttore del Third World Forum