Radiografia del mondo arabo, tra il potere autocratico e quello dei mamelucchi

[13 ottobre 2014]

Questo saggio risulta da una sintesi che lo stesso Samir Amin, direttore del Third World Forum in Dakar ha tratto per noi da un suo lavoro molto più ampio (Il mondo arabo: stato dei luoghi, stato delle lotte) che è in corso di pubblicazione in lingua araba e prossimamente verrà tradotto in inglese e in francese. [“The Liberal Virus”, “The World We Wish to See”, “The Law of Worldwide Value” e di recente, “The Implosion of Contemporary Capitalism”]. Il risultato del lavoro di sintesi è tuttavia molto più ampio rispetto alle consuetudini di un quotidiano, e perciò lo pubblicheremo a puntate, in collaborazione con La Sinistra Rivista.  

Le società arabe non sono ancora entrate nella modernità, anche se ne subiscono la sfida quotidiana. Di conseguenza la maggior parte dei popoli arabi continua ad accettare i principi del potere autocratico. Un potere la cui legittimità non fa riferimento al principio della democrazia. Se è capace di resistere – o ne dà l’impressione – all’aggressione imperialista, se è capace di offrire un miglioramento visibile delle condizioni materiali di vita di molti, se non di tutti, allora il potere autocratico – divenuto dispotismo illuminato – beneficia di una popolarità che ne costituisce al tempo stesso, la garanzia di stabilità. Si deve anche al fatto che le società arabe non sono entrate nella modernità se il rozzo rifiuto retorico di quest’ultima, esibito come tema ideologico esclusivo piazzato al centro del progetto islamista, incontra il larghissimo consenso che sappiamo.

Oltre che su questo principio di non-modernità, il potere autocratico basa quindi la sua legittimità sulla tradizione. Può trattarsi in alcuni casi di una tradizione monarchica nazionale e religiosa come in Marocco (ed è caratteristico in questo senso che nessun partito marocchino rimetta in discussione il motto di questa monarchia: ‘Allah, la nazione, il re’), o di una monarchia tribale come nella penisola arabica. Ma esiste un’altra forma di tradizione, quella ereditata dall’impero ottomano che ha dominato gran parte del mondo arabo, dall’Algeria all’Iraq, e che possiamo definire il ‘potere dei mamelucchi’. Si tratta un sistema complesso che associa il potere personalizzato di guerrieri (più o meno gerarchizzati e centralizzati o, al contrario, isolati), di commercianti e di religiosi. Mi riferisco ovviamente agli uomini, poiché le donne erano escluse dall’esercizio di qualunque responsabilità. Le tre dimensioni di questa organizzazione non sono contrapposte ma fuse in una sola entità di potere.

I mamelucchi sono guerrieri che traggono la loro legittimità da una concezione dell’Islam che pone l’accento sul contrasto Dar El Salam (mondo musulmano, cioè mondo sottomesso alle regole di una gestione pacifica) / Dar El Harb (mondo extramusulmano cioè luogo dove prevale la Jihad, la ‘guerra santa’). Non è un caso se questo concetto militare della gestione politica è stato coniato dai conquistatori turchi selgiuchidi e poi ottomani, che si autodefinivano ‘ghazi’, cioè conquistatori e colonizzatori dell’Anatolia bizantina. Non è un caso neppure che il sistema mamelucco si sia costituito all’epoca di Saladino, il liberatore delle terre fino ad allora occupate dai crociati. Saladino è sempre evocato con ammirazione rispettosa dai poteri populisti nazionalisti contemporanei, omettendo sempre tutte le devastazioni di cui fu responsabile. Alla fine delle crociate, il mondo arabo (diventato turco-arabo) entra in un processo di feudalizzazione militare e di isolamento. Una regressione che mette fine alla brillante civiltà dei primi secoli del califfato, mentre l’Europa comincia la sua emancipazione dal feudalesimo, apprestandosi a entrare nella modernità e a partire alla conquista del mondo.

In cambio di questa funzione di protettori dell’Islam, i mamelucchi lasciano ai religiosi il monopolio dell’interpretazione dei dogmi, della giustizia esercitata in suo nome, del controllo morale della società. Ridotta alla sua dimensione sociale puramente convenzionale – il solo rispetto dei riti importanti – la religione è perfettamente strumentalizzata dal potere autocratico dei guerrieri. La vita economica è sottoposta agli umori del potere politico-militare. Il mondo contadino è costantemente sottoposto alle esazioni di questa classe dirigente, la proprietà privata (il cui principio è indubbiamente sacralizzato dai testi fondatori dell’Islam) diventa precaria e lo stesso accade per i profitti del commercio.

La classe dirigente mamelucca aspira ovviamente alla diffusione del suo potere autocratico. Formalmente sottoposti al sultano-califfo, i mamelucchi beneficiano della distanza – all’epoca considerevole – che li separa dalla capitale (Istanbul) per esercitare a titolo personale il potere sul loro territorio. Laddove invece la tradizione di centralizzazione statale ha carattere millenario, come in Egitto, si assiste a numerosi tentativi per disciplinare l’insieme del corpo militare. Non è un caso che Mohamed Alì imponga il suo potere centralizzato massacrando i mamelucchi, per ricostruire però un’aristocrazia militare e fondiaria interamente sottomessa al suo potere personale. I bey di Tunisi, su scala più modesta, cercheranno di fare altrettanto. I dey di Algeri non ci riusciranno mai. Questa dinamica interesserà anche il sultanato ottomano, che in questo modo integrerà in un potere ‘modernizzato’ le province turche curde e armene dell’Anatolia e le province arabe della Siria storica e dell’Iraq. Modernizzazione pura e semplice? O modernizzazione della sola autocrazia? Dispotismo illuminato? O dispotismo tout court? Le distinzioni e le varianti si limitano a queste possibilità e non permettono di andare oltre.

Il modello autocratico mamelucco ha dovuto fare i conti con realtà molteplici e diverse, che di fatto ne hanno limitato i poteri reali. Le comunità contadine rifugiate sulle montagne fortificate (cabìli, maroniti, drusi, alauiti ecc.), le confraternite sufi, le tribù costringevano i poteri dominanti al compromesso e alla tolleranza nei confronti dei gruppi ribelli. Ma le forme dell’esercizio del potere nel mondo arabo sono state innovate al punto che oggi possiamo considerare quelle finora descritte come appartenenti a un passato ormai definitivamente concluso? In realtà lo Stato autocratico e le forme della gestione politica che gli sono associate sono ancora esistenti, ma, sempre meno capaci di fronteggiare le sfide della modernità, sono entrate in una crisi profonda che ne ha ampiamente minato la legittimità. Lo testimoniano l’affermazione dell’Islam politico, la confusione dei conflitti politici ma anche la rinascita delle lotte sociali.

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di Samir Amin, direttore del Third World Forum