Green Build, innovazione e sviluppo

[23 giugno 2015]

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Seguendo lo schema di Ernesto Ciorra in Panorama del 1 settembre 2014, possiamo dire, con le parole di Pasolini, che  c’è un enorme differenza tra sviluppo e progresso. Ciorra ci spiega che il primo è finalizzato alla crescita esclusiva di indicatori economici, come il PIL, e si può ottenere aumentando la produzione di beni (anche superflui). Il progresso comporta invece il miglioramento delle condizioni sociali complessive (non solo economiche) e della qualità della vita, e mira a garantire i beni necessari a quante più persone è possibile. Ci ricorda ancora Ciorra, che l’innovazione va gestita alimentando un ecosistema aperto che coinvolga community con cui l’impresa dialoga costantemente, creando per esse un valore non solo economico. Infatti, se si vogliono attirare menti creative, si deve generare una piattaforma che le attragga con motivazioni coerenti con la loro cultura.

In più per generare un mondo più vivibile bisogna creare un’economia di tipo circolare. Quest’ultimo dovrebbe accogliere e far colloquiare community di fornitori, dipendenti, clienti, azionisti, centri di ricerca, università, autorità pubbliche e scienziati con uno spiccato senso di appartenenza e con la creatività di un’artista.  Ecco, appunto. Sono anni, che queste azioni, si incarnano in parole con smart city, green economy, tutela ambientale, sostenibilità e tanti altri termini sono diventati slogan più che vere azioni.

Aggirandosi in aeree di convegni o in fiere redatte da questi temi, ci si imbatte in una sorta di “sonnolenza programmatica”, come l’obsolescenza programmatica, che satura gli ambienti tra chi ascolta passivamente (generalmente avvolto dal sonno profondo) e chi parla solo ad addetti al lavoro rimanendo in un circolo vizioso. Insomma dove sono queste novità? Come mai si fa tanta fatica a far parlare economisti con ingegneri, fisici con architetti, industriali con ricercatori scientifici? Sempre in giro in questi contenitori  ti rendi conto che ci sono buoni propositi, idee in giro ma poi tutto si dissolve nella settorialità, nel voler curare il “proprio orticello” senza crescere in maniera “destabilizzata”, che non vuol dire caotica, ma eternamente in discussione. In questi convegni a volte non sono ammesse persone che non hanno titoli o che hanno troppe idee, oppure che non appartengono al settore “merceologico” che organizza o addirittura che non sono “facilitatori” di affari. Diciamocelo: se Green vuol dire questo, allora facilmente si può già fare le valigie e trovare fortuna altrove e lasciare questa Italia ancora così profondamente divisa nelle competenze e nelle idee.

Bisogna iniziare a coinvolgere non l’innovazione presa come processo standardizzato, ma quell’innovazione che si alimenta da “differenze” e che è capace di disegnare anziché un mondo completamente nuovo (come vuole la favola della green economy), un mondo che inizia a modellarsi con quello che è diventato dopo la crisi (voluta o non) del 2008. Bisogna  cercare di migliorare le risorse che si hanno già a disposizione ottimizzando ciò che può essere recuperato e non sempre  inventato ex novo. In sintesi non ha senso per forza creare nuove tecnologie aumentando sempre più la quantità delle soluzioni ma bisogna cercare la qualità. Cercare di non sprecare invece di consumare.  Per fare questo bisogna guardarsi attorno, liberarsi dalle schematiche gestioni dei programmi di ricerca senza senso (quelle pastoie burocratiche che per farti finanziare un progetto ti ingabbiano in 800 moduli da riempire) e generare l’innovazione di processo come modello di sviluppo facilmente replicabile su vasta scala. Per spiegarmi meglio indico tre strade: una è quella legata ad un evento, che a mio parere, dopo Ecomondo, risulta essere quello più significativo, un altro legato ad un’idea di fondo di David Lane, professore di economia all’Università di Modena e Reggio Emilia e l’altro è legato a persone che si “sporcano” le mani per seguire un modello di mondo sostenibile pur lavorando nella robotica.

Partiamo da Lane. Quest’ultimo parla già da tempo di “alleanza” fertile tra chi lavora sulla teoria e chi lavora sulla pratica per contribuire al progetto comune di mobilitare la società civile verso un futuro sostenibile. Lui sostiene che nella nostra opinione quello che è cambiato è il modo in cui i processi di innovazione sono organizzati. Il problema, però, è che la velocità micidiale negli attuali processi di innovazione, ci danno un’idea della stessa, come creazione di nuovi artefatti e in particolare artefatti che hanno nuove funzionalità per le persone e per le organizzazioni che li usano. I processi di innovazione, vengono utilizzati per funzionalità nuove, che non esistevano prima. ma, allo stesso tempo, abbiamo la necessità costante di trovare usi, funzionalità, bisogni che ci permettano di creare sempre di più e troppo. Questo troppo ci confonde e ci imbarazza poiché i modelli di riferimento non sono più le cose utili ma le cose da dover fare per essere “più in voga”.

La nostra società, ci dice Lane, si basa  basa su una organizzazione che sostiene un modo particolare di innovare così come abbiamo una ideologia molto, molto diffusa che è dietro quasi tutti i discorsi pubblici su “quello che possiamo fare”. L’ideologia che sostiene l’attuale modo di innovare e i processi di innovazione è assolutamente pervasiva e dunque rappresenta un forte limite per la possibilità di pensare nuove soluzioni. Quindi cosa possiamo fare? Forse un primo passo è quello di coinvolgere, con più informazione e con strumenti che informino più che stupire, la società civile. Cercare di cambiare il modo di organizzare i processi di innovazione, per guidarli in una direzione che sia di interesse della nostra società civile. Bisogna anche insistere, seguendo questa idea, nell’incentivare di più le idee di progetti smart di piccole imprese per  acquisire nuova consapevolezza, processi di realizzazione di valore sociale e  trasformazione dell’intera organizzazione sociale.

Solo in questo modo possiamo pensare di creare l’integrazione tra i processi di innovazione tecnologica e trasformazione sociale, che può produrre una società sostenibile. In tal senso ho l’assist per la seconda strada che aiuta a far capirei la mia visione: Teotronica. Quest’ultima, insieme al suo CEO, Matteo Suzzi, ha dato via a parecchi progetti tra cui, Recycled Robot. Una linea di robots realizzati con solo materiale di riciclo ed in particolare packaging di prodotti per la pulizia. Il progetto, in collaborazione con l’Associazione RoboCiclando, è rivolto anche ai più piccoli con l’intento di scatenare tutta la loro fantasia e manualità usando materiali che normalmente finirebbero in discarica. I robots di questo ambito sono in grado di produrre innovazione, generare funzionalità e creare divulgazione per una corretta informazione ecosostenibile. Ecosotenibilità che si sposa con azione. Voglia di fare. In tal senso segnalo  un evento che chiude la triade della riflessione.

L’evento è REbuild. Si tiene il 25 e 26 giugno a Riva del Garda, Organizzato da Habitech – Distretto Tecnologico Trentino – e Riva del Garda Fierecongressi SpA. Diversamente da fiere e convegni tradizionali, REbuild è una piattaforma interattiva e multidisciplinare di conoscenza, informazione, confronto e lavoro che coinvolge tutti i player della filiera interessati a sviluppare opportunità di business e nuovi network professionali. La convergenza di diversi cambiamenti nelle tecnologie delle costruzioni, dell’energia, della mobilità e del digitale sta portando ad una forte accelerazione dei processi di cambiamento per tutti gli operatori della filiera edile. L’immobiliare è un comparto ancora fermo ed in forte difficoltà la cui offerta di mercato necessita di essere riorganizzata attorno al mercato della riqualificazione, per realizzare interventi capaci di valorizzare il prezioso patrimonio immobiliare del nostro Paese anche attraverso risparmi energetici significativi.

REbuild presenta e mette a confronto esperienze internazionali: l’Inghilterra ha lavorato già qualche anno fa ad un piano per intervenire su un’abitazione al minuto, mentre la Germania ha da poco definito l’obiettivo di 20 milioni di case in 20 anni,quasi 2 riqualificazioni radicali al minuto! Per questo REbuild, piattaforma che ogni anno porta in Italia le migliori esperienze internazionali e crea le basi per la realizzazione di soluzioni innovative, ha lanciato una campagna nazionale per la riqualificazione di #1casaALminuto. Tra gli ospiti, anche Ron van Erck, già consulente per il governo olandese sul piano energetico nazionale, ma soprattutto architetto e ideatore di uno dei casi più eclatanti di deep renovation. Grazie alla piattaforma nazionale Platform 31 e all’iniziativa Energiesprong in particolare, in Olanda si sta “rivoluzionando” il processo di rinnovamento dell’edificio. Il programma, avviato tre anni fa, prevede la riqualificazione di 111 mila appartamenti che garantiscono interventi per l’azzeramento dei consumi per 30 anni. Attraverso questo, il governo olandese è riuscito a riqualificare un ampio e diversificato patrimonio di housing sociale intervenendo su involucro e impianti, con cappotti ed infissi preassemblati. Agli inquilini è stato chiesto di lasciare casa solamente per 10 giorni: un periodo incomparabile con agli abituali tempi di ristrutturazione.

Il processo di innovazione settoriale condotto in Olanda testimonia la possibilità di innovare fortemente il settore: per le riqualificazioni di diverse tipologie edilizie in 3 anni sono passati da una riduzione del 50% dei consumi ad un loro azzeramento abbattendo simultaneamente del 40% i costi di intervento. I costi di ristrutturazione per l’involucro, gli impianti, la cucina ed il bagno infatti sono passati dai 140.000 ai 60.000€ per unità abitativa dall’avvio del programma, ma l’innovazione continua: nei prossimi anni vogliono scendere a 40.000€, ripagando totalmente l’intervento con il risparmio energetico generato. Questi sono solo alcuni degli interventi indicati da REbuild che daranno lo spunto per un confronto costruttivo e a chiudere le tre strade indicate sopra.

di Marco Santarelli, Direttore Ricerca&Sviluppo, Network – Istituto internazionale di Alti studi per Infrastrutture critiche e Energie del futuro” Associato per enti di ricerca internazionali