Il diario della 3° tappa, la Lodi – Cremona

Remiveri, inizia la via dei Longobardi: dove l’Adda si getta nel Po

[27 maggio 2016]

adda 5

Domenica sera dopo aver conclusa la via del Marmo, trasportiamo su gomma le barche da Milano a Lodi. Ad accoglierci alla Canottieri Adda (prestigioso circolo Lodigiano) c’è il nostro amico Fabio Catufi, consigliere della Canottieri ma soprattutto uno dei membri del Tarantasius. I ragazzi del Tarantasius li avevamo conosciuti l’anno scorso durante la nostra Milano-Venezia; nello stesso periodo loro stavano percorrendo la Lodi-Venezia. Sono un equipaggio di 10 atleti, come noi, remoturisti ma la loro specialità è la dragoanboat. Arriviamo tardi in Canottieri, scarichiamo le barche: è troppo buio per montarle, lo faremo il giorno dopo. Quindi ceniamo al circolo e poi il meritato riposo a conclusione della faticosa via del Marmo.

Lunedì mattina ce la prendiamo un po’ più con calma, tutti noi desideravamo dormire qualche ora di più per riprenderci dalle fatiche del giorno precedente. Purtroppo piove. Con l’aiuto di Fabio montiamo le barche sotto la pioggia che da sottile diventa sempre più fitta. Per arrivare a Cremona sono circa 70 km. A causa del rovescio partiamo tardi, verso le 11.00, quando spiove. Ahimè ciò implica che finiremo anche tardi… molto tardi. Prima di partire Fabio ci regala un gagliardetto della società (peccato che in questo club non si pratichi più canottaggio). Mettiamo le barche in acqua dal molo, dove è legato il dragone dei nostri amici, e via pronti a partire per la nostra seconda idrovia: inizia la via dei Longobardi.

Per noi è la prima volta che navighiamo sull’Adda. Questo fiume è la grande scoperta di quest’anno. Sia rispetto al Po ma anche rispetto al Ticino questo fiume è meno ampio. Ciò permette di sentirsi molto più a contatto con la natura non solo acquatica ma anche con la fauna terrestre. Tutti noi siamo commossi e affascinati a navigarlo. Qua la natura è meravigliosa. Dopo la pioggia l’acqua è smeraldo, trasparente come quella del Ticino e non limacciosa come quella del Po. Il verde del fiume è contenuto da argini bassi in pietra bianca che si riflettono nelle acque. Sull’argine una fitta vegetazione di alberi che la tempesta ha reso di un colore verde argenteo. In mezzo a questo paesaggio un’enormità di uccelli che volano da una parte all’altra del fiume: beccacce, aironi cenerini, cormorani. Appena ci si ferma per bere un sorso d’acqua non è raro che una farfalla ci si posi sopra la barca o su uno di noi. Dopo la paura, lo stress e la fatica mentale di ieri, la bellezza di tutto questo riempie nuovamente i nostri cuori di serenità. Lo splendore di questo incanto ridà vigore ai nostri animi fiacchi.

La navigazione sull’Adda risulta facile: c’è una buona corrente, le piante fanno spesso ombra e la bella vista allevia la fatica. L’unico inconveniente rispetto al Po è che non avendo il fondo sabbioso (ecco perché è più limpido) anche le spiagge, che si trovano sulla via, sono di ciottoli ed è quindi meno facile l’approdo.

Anche oggi abbiamo incontrato due salti d’acqua senza conca e dunque ci siamo dovuti di nuovo inventare qualcosa. Il primo dislivello incontrato è a Pizzighettone. Poco dopo il ponte della ferrovia c’è un salto d’acqua di un metro. Sulla sinistra vi è uno scivolo, che i canoisti spesso usavano, ma i lavori all’argine lo rendono impraticabile da un anno e mezzo. Decidiamo quindi prima del ponte di fermarci sull’argine destro del fiume. Aliamo le barche e le trasportiamo con i carrelli per circa un kilometro sulla sponda desta. Non possiamo mettere prima in acqua le barche poiché su questo lato c’è una centrale elettrica con turbine che risucchiano parecchia acqua. Terminato il nostro percorso lungo l’argine inizia a piovere, attraversiamo un campo di là dal quale vi è una discesa con facile accesso all’acqua. Mangiamo un panino e ripartiamo sotto una pioggerellina. Per 12 km, gocciola e smette in continuazione. Giunti in prossimità di Castiglione-Bocca d’Adda, dove vi è l’ultimo salto dell’Adda prima di entrare in Po, la pioggia aumenta. Per affrontare il salto d’acqua è stato predisposto uno scivolo con dei rulli.

Il passaggio non è agevole per le nostre barche per diversi motivi. In primis perché sono lunghe, in secondo luogo perché sono in vetroresina e non possono prendere botte, ed infine perché piove e la massicciata su cui è stato montato lo scivolo diventa sdrucciolevole. Affrontiamo questo passaggio tardi, sono ormai le 17.30. Tutti noi siamo stanche e infreddoliti. Alcuni di noi sono anche costretti a scendere in acqua e bagnarsi fin sopra la vita per condurre e direzionare le barche dall’acqua. Avendo fatto prima della discesa un sopralluogo ci eravamo però preparati ad affrontare questi problemi studiando una manovra per trasportare una alla volta le barche dall’altra parte e portandoci dei materassini morbidi da mettere tra i rulli e la barca in modo che questa non sbattano la chiglia sulla parte metallica dello scivolo. Ma per la pioggia non possiamo farci nulla. Proprio nulla. L’operazione è lunga e fiacca il morale di molti. Una volta conclusa la pioggia aumenta ancora. Dobbiamo raggiungere Cremona: manca poco ma la fatica sulle spalle dei giorni precedenti si fa sentire.

Risaliamo subito in barca, bagnati intorpiditi e stanchi iniziamo a vogare. Dopo un chilometro, l’Adda si getta nel Po. Finalmente il Grande Fiume. Il compagno del nostro scorso viaggio ci accoglie di nuovo tra le sue anse. Remiamo ancora, quest’ultima mezzora è durissima. Ma finalmente arriviamo a Cremona. Sono ormai le 7 di sera. Ad accoglierci come l’anno scorso c’è Armando Catullo, l’uomo del Po. Ci aiuta a sistemare le barche, ci porta in canottieri per una doccia e come l’anno scorso ci mette a disposizione la sua casetta galleggiante: il Bodingo. Tutti noi non vedevamo l’ora di dormire di nuovo in quel posto, cullati dalla corrente del fiume.

Concluse tutte queste operazioni, la pioggia cessa. E in quel piccolo angolo di paradiso il sole inizia a tramontare tra le nuvole che da grigie diventano oro. Quel tramonto ci ha donato tanto. Ci ha mostrato che è valsa la pena la fatica di oggi. A me però piace pensare che forse sia semplicemente la maniera con cui il Grande Fiume ha voluto dirci “grazie di essere tornati ancora una volta a trovarmi”.