2° tappa, domenica 22 maggio: Panperduto – Milano

Remiveri, sui navigli all’arrembaggio: la via del marmo è conclusa

[25 maggio 2016]

remiveri naviglio

Vi avevamo detto ci aspettava una giornata dura. Ma così dura non ce la aspettavamo neppure noi. Prima di iniziare a raccontarvi le nostre (dis)avventure, una utile considerazione. Secondo le fonti più accreditate, il nome “Panperduto” deriva da una locuzione di un dialetto lombardo “Em perduu el pan de la giurnada” usata quando le barche venivano rovesciate dalle rapide. Ci aspetta dunque canottaggio o rafting? Col senno di poi direi la seconda.

Conoscendo le difficoltà della giornata decidiamo di partire presto: alle 8.30 siamo in acqua, pronti ad attraversare subito la chiusa del Villoresi che si trova a 800 metri dall’ostello e dalla chiusa di Panperduto. Da questa conca nasce il Canal Villoresi, un canale irriguo che passa per Monza prima di buttarsi nella Martesana. Non possiamo prendere subito il Naviglio grande che nasce dalle acque del Canal industriale (detto anche Navigliaccio) poiché questo non è navigabile. Perciò noi percorreremo sul Canal Villoresi il primo tratto prima di entrare nel Naviglio grande. Attraversiamo la chiusa un’imbarcazione alla volta per avere un minimo di distanza una barca dall’altra. Dopo 12 km di canale ci aspetta un pontile su cui issare le barche per trasbordare nel nuovo corso d’acqua.

Il canale Villoresi è magnifico, una striscia d’acqua in mezzo ai boschi. Qui siamo noi, immersi nella natura. Sopra l’argine, che sale verticale, ci sono alberi alti che fan ombra sul canale con una brezza che ci rinfresca mentre voghiamo. Ogni tanto un ciclista in bicicletta ci saluta dalla ciclabile sulla sponda.

Dopo un’ora arriviamo al pontile. L’approdo non è dei più facili: per fortuna ci sono alcuni nostri amici venuti in bicicletta darci una mano, prendere le barche mentre arrivano ed evitare un urto troppo forte. L’operazione di approdo e alaggio barche sull’argine del canale richiede circa 20 minuti per barca. Idealmente il Consorzio del Villoresi ha predisposto un pontile sul Canal Villoresi dove attraccare poi, scavalcato l’argine, un altro pontile sul Canale industriale dove rimettere le barche in acqua per proseguire il viaggio.

Il Canale industriale è però di competenza dell’Enel che lo gestisce per portare acqua alla centrale idroelettrica di Turbigo. Enel non ci ha concesso il permesso di navigare questi 4 km che ci dividono da Turbigo: la navigazione è consentita solo a barche a motore. Per percorrere questo tratto, come per il primo giorno anche oggi ci tocca spingere le sopra i carrelli.

Passata la chiusa, mettiamo le barche in acqua e ci prepariamo ad affrontare la seconda concata di Turbigo, che da Canal industriale porta al Naviglio grande. Avvicinandoci alla chiusa notiamo che il salto d’acqua a fianco alla chiusa crea una corrente parecchio sostenuta: una delle due barche nell’accostarsi alle porte della chiusa viene trascinata verso il salto d’acqua. Intraversata la barca, ci tocca tornare indietro di qualche decina di metri per rigirarci e rifare la manovra di avvicinamento al bocchettone. A lato della chiusa, ad attenderci c’è ancora una volta il presidente del Consorzio Villoresi, Alessandro Folli, per darci indicazioni su come affrontare l’uscita.

L’immissione nel Naviglio grande si presenta insidiosa: il canale di uscita della chiusa è corto e l’acqua che invece scende dal salto d’acqua crea una corrente che è molto (ma molto) forte. Decidiamo di affrontare la chiusa un’imbarcazione alla volta per avere più margini di manovra una volta usciti. La prima barca tenta la manovra ma all’uscita della conca non ha tempo di prendere velocità che la corrente subito la sbatte contro il muro.

L’urto è violento e continuato, la barca non riesce a staccarsi dall’argine. Con i remi ci si cerca di spingerci via, allontanandosi quanto più possibile. Ma la barca è ripetutamente sbattuta conto il muro di pietra. Lo stridore è prolungato e un remo si spezza. Tutto dura pochi secondi. La tensione è alta. Dopo altri tentativi ci riusciamo a staccare dall’argine e a proseguire in sicurezza e tranquillità.

Via radio la seconda barca viene avvisata delle difficoltà., così il secondo equipaggio con l’aiuto degli amici ciclisti a terra decide nuovamente di portare la barca a superare il salto d’acqua e le rapide da questo create e rimettere le barche più a valle. L’operazione mette in sicurezza l’imbarcazione e il suo equipaggio ma richiede molto ritardo.

Da qui in poi la discesa è meravigliosa. Ci godiamo il Naviglio con tutte le eleganti ville e le suntuose tenute di campagna settecentesche costruite lungo i suoi argini, ognuna immersa nel suo parco e con la sua piccola darsena privata. Si alternano campi, piccoli boschetti, paesini, cascinali e cave. Lo spettacolo ci rasserena dopo lo spavento e la tensione di prima. Bisogna solo stare attenti a rientrare coi remi quando si passa sotto le arcate dei ponti più stretti. Per il resto ci godiamo il panorama che ci circonda fino ad Abbiategrasso.

Da qui sono circa 20 km alla Darsena di Milano. Inizia la pianura e i campi coltivati, paesaggio a noi tutti ben noto. Si arriva a Gaggiano. Poi subito Trezzano, Corsico e finalmente Milano. Questi chilometri sono i più difficili; dopo tutta la tensione, l’emozione, i trasbordi, la stanchezza inizia a farsi sentire. Cerchiamo di non scomporci e tener duro. Passiamo in rassegna le tre canottieri sull’alzaia del Naviglio grande ancora qualche kilometro e finalmente arriviamo in Darsena. Sono le 18.30: dopo tutte queste nostre peripezie abbiamo solo un ritardo di due ore.

La gioia è immensa. Arriviamo in Darsena nella nostra Milano. In acqua tanti ragazzi della nostra canottieri in barca o in sup a farci festa. A terra ci sono i nostri amici insieme al presidente e ai soci della Canottieri San Cristoforo ad attenderci. La via del marmo è conclusa.

Questo è stato il nostro tributo a Milano, alla sua storia e alla sua tradizione: le difficoltà sono state innumerevoli, la fatica è stata tanta, ma ora la soddisfazione è ancora di più grande! Ora, pronti a smontare le barche e a portarle a Lodi: domani mattina si riparte sull’Adda. La via dei Longobardi (Lodi-Ravenna) ci aspetta.