La quindicesima del governo non incide su disoccupazione e sviluppo sostenibile

Renzi, 1.000 euro comunque non fanno un posto di lavoro

Con 10 miliardi di euro possibile dare (buona) occupazione per 1 anno a 1 milione di persone

[14 marzo 2014]

Matteo Renzi non vende sogni, ma solide realtà. I sessanta minuti e passa che il presidente del Consiglio ha impiegato a spiegare i buoni propositi del governo (perché di questo al momento si tratta, e se vi siete persi l’intervento potrete ritrovarlo in video in fondo al pezzo), e la replica andata ieri in onda nel salotto di Porta a Porta si possono riassumere nel vecchio slogan immobiliare, con l’auspicio che a breve non venga bollato come pubblicità ingannevole. Le file dei san Tommaso si ingrossano, e ne facciamo parte volentieri. Ma dopo l’enfasi dell’annuncio il masochismo di Renzi sarebbe davvero straordinario se almeno «i 10 miliardi per 10 milioni di persone», la promessa “quindicesima” da mille euro l’anno, non venissero trovati in tempo per l’annunciato 1 maggio. Anche a costo di forzare sulle coperture.

Forti del principio della presunzione d’innocenza, aspettiamo a giudicare la realizzabilità delle promesse, ma nel merito delle proposte è già oggi possibile sbilanciarsi. Quelle di Renzi sono ad alto contenuto di intelligenza politica – e le elezioni si avvicinano –, ma non incidono significativamente sul tema cruciale per il Paese, ossia il lavoro unito alla riconversione ecologica (in quanto portatrice di sano sviluppo) dell’economia. Renzi ha annunciato misure positive verso il dissesto idrogeologico e l’edilizia scolastica. Ma il cuore del suo programma, ossia la scelta di ingrossare 10 milioni di buste paga con 85 euro in più al mese non è  criticabile in sé, andando a migliorare (per quanto di poco) situazioni sociali spesso in grande sofferenza. Ma per il Paese – e chi scrive non lo fa con distacco, perché con la busta paga tra quei 10 milioni – non rappresenta l’alternativa migliore, dato l’obiettivo fondamentale di creare buon lavoro.

Robusti studi economici hanno da tempo dimostrato che in un contesto di recessione la migliore politica fiscale prevede investimenti pubblici e un aumento di spesa (pubblica) per l’acquisto di beni e servizi. Non sprechi e prebende, ma buona spesa pubblica, che potrebbe essere uno strumento eccezionale per indirizzare la crescita in modo più sostenibile.

Mille euro all’anno possono essere utilizzati in molti modi. Essere risparmiati in parte o in toto, utilizzati per pagare debiti pregressi, diretti verso l’acquisto di beni importati. L’effetto sulla domanda nazionale è dunque ridotto. In più, anche se spesi «per magiare una pizza fuori in più alla settimana», come immagina Renzi, chi assicura che il pizzaiolo decida di assumere un nuovo dipendente, contribuendo a sanare l’emergenza lavoro?

In ogni caso, quei soldi non contribuirebbero a disegnare un nuovo modello di sviluppo italiano. E in tempi di scarse risorse è necessaria molta attenzione su come si impiegano quelle che (sembra) sono a disposizione. Per l’economia (e l’ecologia) del Paese sarebbe stato, ad esempio, un ricostituente ben più robusto scegliere di finanziare al massimo delle disponibilità interventi contro il dissesto idrogeologico (in piccola parte già previsti), in grado di creare nuovo lavoro: ossia, quell’Agenzia per l’occupazione promossa dal sociologo Luciano Gallino, e oggi concretizzata in un ddl che promette 1,5 milioni di posti di lavoro in tre anni, dimezzando l’attuale tassi di disoccupazione.

Similmente, con un’operazione a saldi invariati rispetto a quelli annunciati da Renzi, con 10 miliardi di euro sarebbe stato possibile dare lavoro (sostenibile) per 1 anno a 1 milione di persone oggi disoccupate, con 10.000 euro (lordi) di buste paga. Soggetti che altrimenti non avrebbero avuto uno stipendio, e dunque dalla propensione al consumo assai più alta di quanti sono oggi sotto le attenzioni del governo.

In questo modo  il tasso di disoccupazione, indice ben più preoccupante del deficit di bilancio, verrebbe drasticamente abbattuto. Ma si tratta comunque di una misura atta a sanare una situazione emergenziale. Per ripensare un modello di sviluppo verso «non una crescita qualunque – come ha ricordato ieri alla Camera l’economista Marianna Mazzucato – ma una smart, inclusiva e sostenibile» non è possibile aspettarsi che il mercato si autoregoli verso l’obiettivo, perché come abbiamo ampiamente potuto vedere in questi anni, spontaneamente si dirige verso tutt’altri lidi.

Le possibilità d’intervento pubblico sono anche in questo caso molteplici. Qualcuna di queste racchiusa anche nella proposta per il Jobs Act del nostro think tank, a suo tempo inoltrata a Renzi. Già allora era chiaro che il nodo per sciogliere l’enorme problema della disoccupazione non sta nel costo del lavoro, ma che intervenire a livello di tassazione è possibile e auspicabile per far cambiare rotta all’economia.

Ci consola sapere di non essere i soli a dirlo. Nel suo ultimo studio da 800 pagine la Commissione europea in merito (e condiviso, forse “a sua insaputa” dal neoministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti) stima – prudentemente – che adeguare le tasse ambientali potrebbe valere per l’Italia maggiori entrate pari a 10 miliardi di euro nel 2016, 26 miliardi nel 2025. Se venissero aboliti sussidi ambientalmente dannosi il gettito aumenterebbe di ulteriori 6,6-8,7 miliardi di euro nel 2016. Se proprio Renzi volesse abbassare ancora il costo del lavoro, potrebbe iniziare da qui. L’Europa chiederà presto a che punto della riforma della fiscalità ambientale siamo, per l’esattezza col Programma nazionale di riforma (NRPs) che l’Italia dovrà presentare alla fine di aprile. Come san Tommaso, aspettiamo curiosi.

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  • Consiglio dei Ministri n.6: Matteo Renzi presenta le misure adottate