Report da Lampedusa: un sindaco che si fa Stato

[22 ottobre 2013]

Tornata da Lampedusa, molti mi hanno chiesto di ricordare un’esperienza che credo, per drammaticità, somigli a quella che si può vivere in uno scenario di guerra. Mi sono accorta di quanto sia difficile descrivere e condividere emozioni che abitano livelli diversi, da quello intimo a quello pubblico. Il presidente della Commissione europea Barroso, in conferenza stampa a Lampedusa, ha detto che la gravità di quanto accaduto non si può percepire dalle immagini rilanciate dai media. E’ vero, ma delle oltre 360 vittime recuperate dal relitto, dei 156 sopravvissuti accalcati in un centro di accoglienza già stracolmo, dello strazio dei parenti venuti dall’Europa, dei funerali mancati, è stato dato conto. Molto, per fortuna, delle ore e dei giorni del naufragio è stato raccontato dai giornalisti di tutto il mondo giunti sull’Isola. Ci sono i morti del 3 ottobre e quelli di Malta dell’11, ma anche quelli che non sapremo mai, quelli che talvolta il mare restituisce alla sabbia dorata della Spiaggia dei conigli, come è successo domenica mattina. Poi ci sono altri naufraghi, che vagano senza meta e senza timone: non sembri un accostamento irrispettoso per le vittime e i sopravvissuti del Canale di Sicilia, ma siamo noi, abitanti smarriti di un Paese che, a Lampedusa, accanto alla tragedia reale, ha messo in scena una tragedia surreale.

Ciò che forse non si è visto in tv, nella sua gravità, è stata la spaventosa inadeguatezza dello Stato. Di più, l’incoscienza dello Stato. Perché non può che dirsi incosciente uno Stato che non ritiene il naufragio di Lampedusa una questione di cui occuparsi, lasciandone la regia al sindaco di un piccolo comune. Allora provo a raccontare, in poche righe, il Paese allo sbando che ho visto a Lampedusa, dove una donna in gamba, che fino alle ultime elezioni gestiva per Legambiente la Riserva naturale dell’Isola dei Conigli, di punto in bianco ha dovuto essere e fare lo Stato, un soldato che in poche ore si è ritrovato generale senza averne i gradi. Giusi Nicolini, spinta ora dal dolore ora dalla rabbia, nelle settimane appena trascorse ha supplito a innumerevoli, troppi, ruoli vacanti. Beninteso, centinaia di uomini e donne hanno partecipato al soccorso e all’accoglienza con tutta la professionalità, l’umanità e l’abnegazione che è possibile immaginare. Le Forze dell’ordine, le Ong, i cittadini dell’isola, i volontari: nessuno si è mai tirato indietro. Ma il sindaco ha operato su ogni fronte, assumendo oneri e decisioni che spettavano ad altri. Il tutto con un Prefetto che ha ben rappresentato questo Stato inadeguato, che si muoveva come se fosse stato mandato a Lampedusa “a sua insaputa”.

Partiamo dai sopravvissuti. Il Centro di primo soccorso e accoglienza, dopo il 3 ottobre, arriva a toccare le 1.250 presenze, gli eritrei scampati al naufragio si aggiungono a siriani, palestinesi e subsahariani che si domandano “perché siamo ancora qui, perché non ci trasferiscono? Noi vogliamo andare in Svezia, non vogliamo essere un problema, perché siamo costretti a dormire sotto il diluvio?” Tra loro ci sono moltissimi bambini, tanto che il Papa offre una ludoteca per farli giocare qualche ora al giorno fuori da quel campo di concentramento. A trattare con il sindaco è l’elemosiniere pontificio, arcivescovo Krajewski, ossia gli occhi e le orecchie di Papa Francesco sull’Isola. Sembra tutto fatto. Invece no. Non si può, i bambini non possono uscire, motivi di sicurezza.  Nonostante il pericolo (non si capisce quale e non si capisce per chi), i migranti cominciano a sfilarsi dalle maglie aperte nella recinzione. Durante il giorno fanno capolino drappelli di giovani eritrei, con le sgargianti tute in acetato fornite al centro. Li vedi giocare a pallone nel campo sotto il municipio o seduti sui gradini della chiesa; la sera passeggiano tranquilli in via Roma in mezzo a giornalisti, militari e turisti. Così, i lampedusani chiedono il permesso di offrire loro una doccia, un letto comodo, vestiti, giocattoli, un posto a tavola. Anche se è vietato, si organizza la solidarietà.

Fin qui, i vivi. Ma sull’Isola ci sono anche tanti, troppi, morti. I sommozzatori ne riportano a galla decine ogni giorno, i medici dichiarano il decesso e ricompongono le salme, la polizia effettua i primi rilievi. Tutti hanno gesti pietosi, poche parole e lo sguardo impietrito dal dolore e dallo sconcerto. Le vittime sono ragazzini e ragazzine, con jeans, magliette colorate, catenine al collo e tatuaggi, i cui corpi e volti sono stati trasformati dalla atrocità della morte in mare. Giovani come i militari che li chiudono nelle sacche e li caricano sul camion frigorifero. E’ il molo Favaloro, teatro della quotidiana conta degli annegati, con il sindaco presente a ogni rientro della motovedetta, a rendere loro l’omaggio e le scuse di quest’Italia e quest’Europa. L’hangar blu del piccolo aeroporto è una immensa camera ardente e al contempo un reparto di medicina legale. Così, se i politici che arrivano vogliono omaggiare le bare davanti ai flash dei fotografi, bisogna sgomberare le barelle e gli attrezzi del mestiere, fermare il lavoro, ripulire tutto perché assuma le sembianze di una sala ricevimenti. E le passerelle dei politici  occupano anche il sindaco, che li deve ricevere, che deve preoccuparsi di fare sistemare i bagni rotti del Comune, di fare pulire gli uffici, di prenotare un posto al ristorante. Per non parlare delle telefonate; quelle in entrata sono quasi sempre visite annunciate; quelle in uscita sono richieste, pressoché inascoltate, perché lo Stato si assuma ruolo, compiti e responsabilità che gli competono.

Tutto in quei giorni avviene in emergenza, anche se, per il Governo, l’emergenza non c’è. Si corre, si ascolta, si incoraggia, si decide, si rimedia, si garantisce. Sempre in nome e per conto dello Stato. Quindi se non ci sono posti sul volo per rientrare a Palermo, militari, giornalisti, poliziotti, tutti vanno a chiedere al sindaco. Se mancano sacchi per contenere i corpi, se gli operai fanno turni massacranti senza mangiare nemmeno un panino, se di notte la cinghia del camion refrigeratore si rompe, i cadaveri puzzano e la gente delle case vicine si inquieta, il problema è del sindaco.

Se con il passare dei giorni i parenti delle vittime arrivano dal Nord Europa e vogliono riconoscere le salme dei propri cari per portarsele via, si accompagnano dal sindaco. Allora il Comune compone la rete dei volontari, quantomeno per accogliere gratuitamente nelle case e negli alberghi fratelli e sorelle straziati dal dolore. Poi si pensa a consolarli, a cercare le risposte, a pretendere che qualcuno stabilisca procedure per poter dare loro risposte. E quando sembra tutto risolto e gli animi si placano, ecco che qualcuno decide di avviare il trasferimento delle bare sulla terraferma senza informare le decine di eritrei cittadini svedesi, norvegesi, tedeschi, italiani, svizzeri che aspettano impazienti di dare un nome ai loro morti.  Così sulla banchina del porto, mentre la gru issa le bare sulla nave, va in scena l’ennesimo, crudele ed evitabile, dolore. Verranno sepolte nei cimiteri siciliani, rintracciabili grazie a un numero progressivo, da 1 a 366, qualora un giorno qualcuno volesse farle riesumare. Così quelli che il primo ministro Letta ha frettolosamente promosso a “cittadini italiani”, vengono tumulati senza clamore, con l’eco di un funerale di Stato, anche questo incautamente promesso e mai avvenuto.

E poi ci sono i lampedusani, gli stessi che accolgono i naufraghi nelle loro case, ma che hanno anche i doppi turni nelle scuole e la benzina a caro prezzo, a cui spiegare che il loro destino è intrecciato nel male e nel bene a quello dei migranti, che l’accoglienza messa a sistema può diventare il baluardo della rinascita dell’Isola, che se si cambia, se si esce dalla ipocrita logica emergenziale, andrà meglio anche per chi vive e lavora qui. Perché Lampedusa da frontiera può diventare porta d’Europa. Insomma, in fondo, fatte le debite proporzioni,  quello di Giusi Nicolini è un caso come tanti in Italia, dove il sindaco supplisce ogni giorno a mille carenze, dove senza risparmiarsi uomini e donne di buona volontà tengono in piedi le sorti del Paese. E’ solo più clamoroso, perché Lampedusa, piccola comunità dimenticata più vicina alla Tunisia che alla Sicilia, è la zattera nel Mediterraneo per migliaia di disperati alla ricerca di un futuro migliore o, semplicemente, alla ricerca di un futuro che l’egoismo e la paura di molti non vogliono offrire.

di Laura Biffi per greenreport.it