La ricerca sul cervello vola negli Usa, tra fantascienza e scenari orwelliani

Allo studio dispositivi psichiatrici per cambiare «quello che le persone provano e quello che fanno»

[9 luglio 2014]

La partita mondiale del progresso economico e sociale sostenibile si gioca – oggi, e per gli anni a venire – sul variopinto terreno dell’innovazione. Che si parli di green economy o di gestione dell’invecchiamento demografico il discorso non cambia: l’innovazione è un tassello fondamentale (anche se non l’unico) per non soccombere. Un esempio trasversale è dato dai ciclopici progetti di ricerca sul cervello che sono oggi portati avanti su due diversi fronti da Usa e Ue, rispettivamente con l’iniziativa Brain e lo Human Brain Project.

Partiti pressoché alla pari lo scorso anno, il progetto europeo oggi naviga in acque agitatissime, e rischia già di affondare insieme a tutte le promesse di cui s’era fatto carico. Gli statunitensi, invece, avanzano a barra dritta.

Mentre in Ue rischiano di andare sprecati i 100 milioni di euro di finanziamento annuale dedicati allo Human Brain Project, accusato da più di 400 neuroscienziati dissidenti di essere – così come oggi è strutturato – un progetto autoreferenziale e dalle premesse irrealizzabili, gli Stati uniti hanno stanziato importanti fondi per lo sviluppo di progetti concreti volti alla mappatura dell’attività neuronale.

Certo, anche Oltreoceano i distinguo non mancano. Nato come un progetto dallo stampo marcatamente “sanitario” – con l’obiettivo principe di trovare un cura alla malattie neurodegenerative, sempre più comuni in una popolazione sempre più anziana -, progredisce oggi (anche) per mano militare.

Come titola Technology Review, la rivista del Massachusetts Institute of Technology (Mit)  per l’innovazione, negli Usa «l’esercito finanzia le interfacce cervello-computer per il controllo delle emozioni». La Darpa, celebre Agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa nata durante (e per) la guerra fredda, fucina di innumerevoli innovazioni, ha infatti «appena assegnato due grandi contrattial Massachusetts General Hospital e all’Università della California, a San Francisco, per creare impianti cerebrali elettrici capaci di trattare sette condizioni psichiatriche, fra cui la dipendenza, la depressione, e i disturbi marginali alla personalità».

Lo scopo dei progetti è quello di realizzare dispositivi dal sapore fantascientifico, grazie ai quali poter cambiare «quello che le persone provano e quello che fanno. Gli impianti psichiatrici controllerebbero di fatto il comportamento dei malati di mente, anche se in molti casi indirettamente, modificando la loro percezione. Uno stimolatore che, ad esempio, bloccasse un desiderio di cocaina, altererebbe il comportamento di un drogato». Lo stesso potrebbe dirsi per un obeso davanti a un piatto troppo calorico, o a un fumatore davanti a un sigaro. Una rivoluzione, ma – come sottolinea la stessa rivista del Mit –  certo «non priva di aspetti inquietanti». E, senza dar adito a complottismi di sorta, che se ne occupino dei militari piuttosto che degli scienziati civili, certo non contribuisce a tranquillizzare. Ma, al di là delle forti perplessità etiche, nulla nega che si tratti di una visione dal fascino e dalle potenzialità (anche economiche) innegabili.

L’Europa, da par suo, risponde agli orizzonti statunitensi con bisticci interni. Sperando che non siano sterili, e contribuiscano a migliorare da subito l’impostazione dello Human Brain Project, testimoniano in ogni caso come l’iniziativa non sia nata sotto i migliori auspici. Non possiamo comunque permetterci di rinunciarvi.

Quello del cervello rimane un territorio inesplorato da conquistare per la scienza, e i Paesi che riusciranno a garantirsi un primato nelle ricerche lo manterranno negli anni a venire, condizionando il loro (e l’altrui) sviluppo sociale, economico e industriale. Anche l’Europa è in grado di camminare a testa alta sulla strada dell’innovazione più radicale, come dimostrano i gloriosi 60 anni del Cern (l’Orgnizzazione europea per la ricerca nucleare) appena compiuti, precisamente un anno dopo aver scoperto la leggendaria particella di Dio, il bosone di Higgs.

Come europei e come italiani (l’Italia è uno dei principali contribuenti al Cern, sia per quanto riguarda l’apporto economico che di menti brillanti) abbiamo dimostrato di saper sondare come nessun altro la natura profonda del nostro Universo, ed è arrivato il momento di dedicare le stesse energie nella scoperta dell’ultimo territorio vergine rimasto da esplorare: la natura dell’uomo, e il suo cervello.