In ricordo di Giovanni Pieraccini

[15 luglio 2017]

Ieri, 14 luglio, è mancato Giovanni Pieraccini. Forse a molti lettori di “Greenreport” il nome evoca solo ricordi confusi. Per tanti anni era stato anche per me solo un nome, protagonista di una politica passata, da ricordare come illustre ex-allievo della mia Scuola Superiore Sant’Anna in un’epoca lontana in cui la nuova élite immaginata dal fascismo si nutriva, in quella singolare “universitas personarum”, di idee di libertà e democrazia.

Io l’ho conosciuto solo in tempi recenti, quelli di una lunga e operosa vecchiaia in cui dalla sua casa viareggina, limitato dall’avanzare degli anni nei suoi movimenti fisici, ma mai nell’agitarsi della sua inquieta intelligenza, osservava, rifletteva e ancora, testardamente, agiva. Solo qualche anno fa,sono cominciate le occasioni d’incontro e di collaborazione, sui temi dello sviluppo della sua città e della Versilia. L’ho incontrato molte volte e sempre le contingenze lasciavano spazio a riflessioni più ampie, dall’Italia alla Cina. Seguivano i suoi racconti, in cui lontani ricordi, per me d’infanzia o libreschi, riprendevano vita e soprattutto un’inattesa attualità: il centrosinistra, la programmazione economica, le infrastrutture, la ricerca scientifica, l’alluvione del 1966, la Guerra mondiale e la ricostruzione.

In tutto c’era assieme la visione ampia e la dimensione personale, come se le vicende del mondo, del nostro Paese e della sua città non si potessero disgiungere dal suo cammino intellettuale, dalle sue esperienze di vita, dall’intrecciarsi di intelligenza e sentimenti che si rivelava, nel modo più forte e convinto, nel bel racconto della sua lunga storia di amore e di condivisione con Vera.

Di lui rimangono a me, come credo a molti altri, due messaggi. Il primo riguarda la passione civile, la necessità dell’impegno che non poteva conoscere rese alle delusioni (la mia scelta di andare a lavorare in Francia la visse, con amichevole rimprovero, quasi come una diserzione), ma che soprattutto non doveva mai rinunciare ad immaginare e interpretare il futuro (ricordo la mia perplessa sorpresa, ad esempio, di fronte ad un’analisi ammirata del pensiero di Gianroberto Casaleggio).

Il secondo riguarda la necessità “esistenziale” dell’arte e della cultura, anch’essa, come la politica, una costante ricerca sul presente e sul futuro, senza la quale il senso del nostro agire viene meno: una “duplice passione”, come ha scritto Maurizio degl’Innocenti nel recentissimo volume dedicato appunto a “Giovanni Pieraccini, la politica e l’arte”[1]. Nel suo appartamento viareggino un’emozionante collezione di opere del novecento italiano, che in altri luoghi avrebbero costituito un museo, sembravano dialogare, in una naturale quotidianità, con quella indomita tensione intellettuale.

E resta poi l’eredità incompiuta, quella che nemmeno le generazioni seguenti – a cominciare dalla mia – sembrano in grado di realizzare, la quale sta tutta in un celebre discorso di Turati, che un giorno mi “costrinse” a leggere: “Rifare l’Italia!”. Vi si trova tutto quell’intreccio di lucidità e di sogno, di visione e di concretezza, che con Pieraccini abbiamo perduto e che noi tutti dovremmo provare a ritrovare.

[1]Piero Laicata Editore, 2016