La riforma dei beni culturali avanza

[30 luglio 2014]

L’art bonus è una occasione che interroga le imprese che possono finanziare i beni culturali investendo nella tutela e valorizzazione del patrimonio invece che in banale pubblicità, cambiando registro per la gestione di alcuni siti museali importanti. Poi arriverà la riforma del ministero, che tanto fa discutere. Una riforma non rinviabile per rispettare i dettami della “spending rewiew”, ma soprattutto per garantire una gestione moderna dei musei e si spera non soltanto di quelli di rilevanza nazionale. Cioè si ritiene che quelle norme innovative debbano essere finalizzate anche alla creazione di sistemi museali locali ove possano confluire le gestioni non solo del Mibac, ma anche degli enti locali, spesso comunque inefficaci e insufficienti.

Ma è irrinunciabile anche la riforma delle Soprintendenze. In proposito non sembrano molto condivisibili le proteste di coloro che “incensano” il sistema attuale come rigoroso argine nei confronti dei barbari distruttori del territorio, dell’ambiente e del paesaggio.

Fare esempi sarebbe semplice e al tempo stesso foriero di dispute interpersonali.

Ai sostenitori dell’indipendenza e del potere monocratico, inappellabile o quasi, dei soprintendenti e delle soprintendenza, sembra sia sufficiente un invito a fare un sopralluogo in aree che risultano assoggettate a vincolo paesaggistico, da 50 anni almeno, per verificare quando sono state inondate di cemento. Magari anche con la responsabilità dei governi locali e non solo, ma certamente con “i bolli e la ceralacca” dei pareri dei soprintendenti, per poi passare ad un confronto che non sia di principio, ma sulla realtà fattuale che ci dice che non ci sono i barbari da una parte e gli arcangeli dall’altra. Anzi le cose sono molto più complesse e confuse, cioè, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Tutto questo senza dimenticare che il furore dei conservazionisti di fatto, riverberandosi non solo sul controllo della progettazione edilizia, ma anche sulla pianificazione, va producendo significativi appesantimenti documentali e temporali degli iter procedurali necessari per dare corpo ad investimenti anche importanti, magari in infrastrutture o attività produttive (e di privati in giro ce ne sono pochissimi); che una generica norma che sottopone a vincolo, indifferentemente dalle sue caratteristiche, il patrimonio edilizio pubblico con oltre 70 anni di anzianità va spesso indirizzando alla conservazione strutture che non hanno alcun valore rendendo peraltro necessari pareri ed autorizzazioni che rinviano nel tempo l’attuazione di interventi necessari; che le soprintendenze che hanno parte rilevante in quelle procedure autorizzative sembrano ancora quelle che negli anni trenta del secolo scorso si opponevano alla stazione di S.Maria Novella di Michelucci e colleghi, a Firenze.

Come dire che un approccio laico sarebbe non solo necessario ed utile, che un po’ di umiltà non guasterebbe. Quindi che c’è bisogno di più cultura, dei progettisti, di chi governa, dei cittadini in generale e un po’ meno di poteri monocratici e di assertori sempre e comunque della conservazione, di riforme e di ricostituzione delle compagini delle pubbliche amministrazioni per qualità e quantità.

Certo ci sono anche dei rischi nell’innovazione, ma senza non ci sarebbe stato e non ci sarebbe progresso.

di Mauro Parigi

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