La riforma della scuola spacca l’opinione pubblica: ambientalisti da un lato, studenti dall’altro

È l’occasione per un confronto vero, ma la trasparenza sui risultati non è un optional

[4 settembre 2014]

La buona scuola di Renzi non prende forma in articolato di legge ufficiale, come di prassi per questo governo, ma neanche in una manciata di slide gridate. La proposta è quella di un testo descrittivo ma ampio, più di 130 pagine, all’interno del quale gli elementi di riforma sono molti e hanno diviso l’opinione pubblica.

Tra i favorevoli possiamo annoverare una fetta importante degli ambientalisti, con Legambiente che si è schierata a favore dell’iniziativa governativa giudicandola un’inversione di tendenza rispetto ai governi degli ultimi 14 anni: la scuola – commentano dal Cigno verde – non è più luogo di tagli, si torna a investire e a ragionare della sua qualità. «A giudicare dai contenuti del piano – commenta Vanessa Pallucchi, responsabile Legambiente Scuola e Formazione – si cambia finalmente rotta dopo anni di disinvestimenti finanziari e di delegittimazione sociale del ruolo della scuola pubblica. Era ora, perché la scuola, che non deve mai venire meno al suo ruolo democratico di sistema nazionale, può e deve essere il primo protagonista per risollevare la qualità culturale dei territori».

Secondo Legambiente infatti, per sanare le carenze del nostro sistema formativo, occorre chiedersi innanzitutto quali debbano essere le competenze delle persone negli anni a venire. Serve un cambiamento culturale che poggi sul riconoscimento sociale e la valorizzazione del ruolo del docente. L’associazione da tempo sottolinea l’importanza di alcuni temi contenuti ora nel piano governativo: da una effettiva autonomia delle scuole alla necessità della formazione in servizio per i docenti, dal rinnovo dei curricula in base ai nuovi bisogni educativi, sociali ed economici alla restituzione di qualità e sicurezza dei nostri edifici scolastici, da una migliore e maggiore relazione scuola-lavoro all’apertura della scuola al resto del territorio.

Un giudizio sostanzialmente positivo, dunque, che si scontra con quello di coloro che più sono direttamente interessati proprio dalla riforma della scuola: le ragazze e i ragazzi che la frequentano. La bocciatura da parte dell’Unione degli studenti – assecondando il proprio motto «in direzione ostinata e contraria» – è sonora. «#labuonascuola per noi è quella gratuita che permette a tutti gli studenti di poter studiare indipendentemente dalle condizioni sociali ed economiche di partenza, invece non è questa l’idea del Premier – dichiara Danilo Lampis, il coordinatore nazionale dell’Uds – Nonostante vi siano alcuni elementi puntuali e marginali positivi, questi sono utilizzati da Renzi come specchietto per le allodole per nascondere attraverso belle parole provvedimenti strutturali gravissimi che non faremo passare in silenzio. Inoltre il grande assente nella proposta è il diritto allo studio, unico vero strumento per risolvere il problema della dispersione scolastica, tema su cui da anni abbiamo presentato proposte inascolate al Miur. Il governo vorrebbe addirittura  finanziarizzare le misure di contrasto alla dispersione, permettendo ai privati di lucrare su quello che dovrebbe essere un diritto».

Particolarmente avversate da parte dell’Unione degli studenti sono le ipotesi che vedono «un accentramento dei poteri nella mani dei dirigenti scolastici», un impianto generale «basato sulla competizione e la premialità» e soprattutto «l’assurdità di pensare ad una scuola finanziata dai privati o addirittura svilita da iniziative di crowdfunding: la scuola non si può finanziare strutturalmente con la beneficenza. I grandi assenti – chiosano da Uds – sono gli studenti e le richieste di questi ultimi anni».

Una frattura che appare certamente grave, ma che non può essere insanabile. La scuola, e su questo il premier Renzi ha ragione di insistere, rappresenta il futuro del Paese (insieme all’università e alla ricerca, due mondi sui quali speriamo l’esecutivo decida di concentrarsi e scommettere con un ambizioso progetto di riforma).

Il presidente del Consiglio ha dato due mesi, da qui a metà novembre, prima di partire con la definizione legislativa del progetto per la scuola del domani; un tempo che dovrà garantire l’effettiva disponibilità delle risorse finanziarie per investire nella “buona scuola” (l’aspetto a oggi più lacunoso dell’intero impianto governativo) e concentrarsi davvero sull’ascolto delle diverse parti interessati dalla riforma. Renzi l’ha promesso, come sempre in passato – qualcuno ha detto Jobs Act? –, ma su questo versante serve cambiare verso. A chi è stata aperta la discussione? Quali sono i risultati? La trasparenza, per la scuola, non è un optional.